Maria Letizia Gorga: raffinata chansonnier del mondo femminile.

LF ha incontrato l'attrice e cantante di elevato spessore, intenta in sempre innumerevoli e nuovi progetti.

L’appuntamento è in un caffè del quartiere Trieste, in una giornata piuttosto fredda che ci fa sembrare ben lontana l’aria di primavera.

L’artista che incontro è più di un’attrice: alta, fiera, con l’eleganza di un felino che si distingue da tutti i suoi simili, pacata, sguardo regale, finezza autentica…Lei è Maria Letizia Gorga. Conoscendola, però, si scopre che è questo e molto altro. La recitazione per lei è una ricerca continua di espressione, perfezione, quasi in bilico tra il confort e la ‘caduta’ in un baratro, come le è stato sapientemente insegnato dal grande Anatoly Vasiliev, durante la sua esperienza a Mosca durata tre anni.

Lei l’arte la vive, dentro e fuori. Ama rappresentare, sovente, figure femminili che si sono distinte per pathos, sensibilità, dedizione, alla ricerca di un ideale, lasciando un segno indelebile, attraverso il linguaggio più universale che ci sia, quello della musica… “Avec le temps, Dalida”, sulla vita e le canzoni dell’artista italo-francese, “40 anni e sono ancora MIA”, sulla donna e il ’68, “Todo cambia”, viaggio intimo con Mercedes Sosa, scritti e diretti da Pino Ammendola, sono solo alcuni di questi suoi lavori.

Grande estimatrice di Ute Lemper, Maria Letizia Gorga si è raccontata in maniera sublime…Vulcanica, passionale, in qualsiasi cosa lei faccia, ci mette sempre molto amore… Avrei potuto ascoltarla per ore! Il suo entusiasmo per l’arte in ogni sua espressione, per il gusto di una recitazione di livello, per la cultura che eleva ogni spirito, spiccano in lei in maniera marcata.

Da anni interpreta Amelia Rosselli in “Contadini del Sud: una storia d’amore”, tratta dal legame sentimentale tra Rocco Scotellaro e Amelia Rosselli, per la regia di Ulderico Pesce, in Italia e all’estero (Australia, SudAmerica, Europa). Sempre di e con Pesce ha messo in scena “Edipo re, da Sofocle a Pasolini” con Maximilian Nisi e la preziosa consulenza artistica di Anatoly Vassiliev, nei più bei siti archeologici del teatro italiano ed in varie tournèe invernali. Ha lavorato con Tato Russo in “Mas’aniello”, nella “Commedia degli equivoci” di Shakespeare e nell’ “Opera da tre soldi” di Brecht.

Mi piace inoltre ricordare che è stata la protagonista per Taormina Arte e La Versiliana nel “Satyricon” di Petronio, accanto all’indimenticato Giorgio Albertazzi.

Potrei continuare ad annoverare i molteplici lavori di Maria Letizia Gorga, ma non amo stilare Curricula professionali!
E’ l’arte di per sè stessa che ogni attore possiede a caratterizzarlo, ad essere il suo biglietto da visita….
Lei, da grande poliedrica interprete si è ampiamente raccontata davanti ad un fumante ed aromatizzato tè, quasi fosse un’amica di nostalgiche e piacevoli ore degne di essere ricordate.
Quando la professione diviene un piacevole viaggio nei luoghi dell’anima.

Raccontaci i tuoi esordi artistici…

“Io ho sempre amato il teatro sin da bambina. Facevo già parte di una piccola compagnia teatrale quando avevo appena 11 anni, ma non pensavo che lo avrei fatto come mestiere. Il caso ha voluto che una compagnia amatoriale, con cui avevo collaborato per gioco, mi desse l’opportunità di cominciare a farlo sempre più spesso, tanto da farmi decidere di frequentare, parallelamente agli studi classici all’Università, l’Accademia.”

Poi hai avuto un’esperienza in Russia con il grande Anatoly Vasiliev…

“Sì. Terminata l’Accademia feci un provino per una coproduzione fra il teatro Argentina di Roma e la Skola Dramaticeskogo Iskusstva di Mosca per mettere in scena un Pirandello, “Ciascuno a suo modo”. Venimmo scelti in 9 tra noi italiani, per andare a fare questa esperienza di tre anni a Mosca con Anatoly Vasiliev. Abbiamo lavorato su vari testi prima di mettere in scena “A ciascuno il suo”, un’esperienza unica quella con Vasiliev che considero uno dei più grandi maestri che abbiamo.”

Che ricordo serbi di questa esperienza?

“Un ricordo meraviglioso che mi ha insegnato un altro modo di fare questo lavoro. Noi di solito siamo molto più preoccupati dell’esibizione in sè più che della creazione, della dimostrazione più che della prova… lui, dato che proveniva dal metodo Stanislavskij, aveva elaborato tutto un suo metodo, ludico, come lo chiamava…: l’andare in scena ogni giorno e rappresentare tutti i personaggi, lavorare a tutti i dialoghi, come studio, un Pirandello che era sempre una prova aperta, si trasformava ogni giorno, era una cosa affascinante. Soprattuto per Pirandello, lui non voleva una forma definita, del resto la filosofia pirandelliana è tutta basata sul relativo, rifugge proprio l’incrostarsi in una forma fissa, quindi, questo fatto di giocare è stato un rinnovarsi quotidiano, porsi in una specie di condizione di rischio che lui considerava molto creativa. Un artista dovrebbe sempre sentirsi in bilico, mai in una zona di confort. Lui amava fare il paragone con un dipinto impressionista francese: “se prendo una natura morta e metto una bottiglia al centro, non accade niente, se io questa bottiglia la prendo e la colloco sul bordo del tavolo la pongo in una situazione a rischio di caduta…quella dovrebbe essere la condizione in cui un attore lavora, allora lì accade qualcosa di interessante”. Questa è una lezione per noi attori italiani molto interessante, perchè noi vogliamo sempre essere in asse, sicuri, non pensando che la fragilità, il senso della caduta, sono un moto molto interessante.”

Hai fatto anche cinema, Tv, doppiaggio…come si conciliano queste varie “facce” dell’arte?

“Io credo che un attore debba essere completo ed usare solo mezzi diversi, la ricerca di verità, di pensiero sono sempre le stesse. E’ chiaro che nel mio caso, ho fatto sempre più teatro, però poi se devo interpretare delle fiction o il cinema, lo faccio… Certo, in teatro non c’è possibilità di replica, dev’essere buona la prima. Poi l’energia scenica è qualcosa di unico, l’adrenalina, la creazione del dialogo con il pubblico sono impagabili.”

Ti interessi e svolgi corsi presso una scuola di teatro… Com’è il rapporto con i tuoi “studenti”?

“Io mi sono sempre interessata alla formazione, perchè penso che il teatro debba essere una materia scolastica, a prescindere se si vada prosegua come attore, è una scelta personale. Secondo me il teatro dovrebbe essere inserito nelle scuole per migliorare il livello di conoscenza di sè stessi, della propria voce, del proprio corpo e del livello di comunicazione… anche solo la conoscenza dei testi, dovremmo affiancarci agli insegnanti di lettere o di letteratura inglese, perchè un conto è leggere e studiare un testo, un conto è abitarlo, come dico io, farsi attraversare da esso, restituirlo, un processo più vero, più profondo, più forte. Allora ci si appassiona di più, la cultura diventa attiva e interattiva.”

Tu hai raccontato spesso personaggi femminili attraverso l’universale linguaggio musicale…

“Mi intressa moltissimo raccontare storie di donne che hanno lasciato un segno nella storia in qualunque modo, che hanno fatto della propria voce, del proprio mezzo artistico, un segno di impegno civile. Ad esempio Dalidà è stata un modello di icona incredibile, che ha reso internazionale la propria arte, prestandosi a cantare in più lingue… un’artista che nasce come attrice folk divenendo una delle cantanti più interessanti, perchè non eseguiva pezzi, ma interpretava, attraverso la propria emozione, attraverso storie che raccontava grazie a pezzi che le consentivano di farlo. E poi era una migrante, di origini calabresi, nata in Egitto, arriva a Parigi e diventa un’icona mondiale, senza dimenticare la sua cittadinanza italiana….un ponte tra le varie culture, questo mi interessava. Lo stesso faccio con lo spettacolo su Mercedes Sosa, la cantora popular, la cantante argentina che ha pagato con l’esilio la propria dissidenza. Lei cantava pezzi che erano poesie tradotte in musica, di grandi autori, da Pablo Neruda a Ignazio Villa, manifestando con tutta la sua forza il dissenso nei confronti della tirannia dei colonnelli che hanno creato il fenomeno tristissimo dei “desaparecidos”, prendendo con la forza il potere… Lei fu esiliata per tre anni, costretta a non cantare più in alcun paese, ma ha continuato a combattere la propria battaglia…diceva sempre: “Io non amo cantare in pubblico, ma quando ho scoperto che la mia voce serviva per salvare il mio popolo e renderlo libero, ho capito che la mia voce era lo strumento”. Dare voce a chi non ne aveva. Ho anche cantato il ’68 e tutto il movimento femminile, le canzoni più belle, non soltanto affidate alle donne, che reastituivano il senso di quegli anni, la liberazione, l’emancipazione. Ora sto lavorando al progetto di un’altra grande donna dell’immaginario collettivo, la Gioconda. Porteremo in scena la Monna Lisa, dal 2 al 6 Aprile al Teatro Lo Spazio, mi incastro con “Musicanti”, riscritto da Pino Ammendola su un testo di Carla Cucchiarelli, quindi a 4 mani… in scena con me ci sarà una pianista, compositrice e direttore d’orchestra che è Cinzia Pennesi, insieme a fare questa cosa che si chiama “Monna Lisa unplogged”, dove la Monna Lisa si racconta tra parole, racconti, canzoni e video proiezioni… un tuffo nell’arte.”

Ti sei ispirata a lei nel tuo percorso artistico?

“In un certo senso sì. Lei continua ad abitare tra di noi , c’è! E’ uno dei personaggi più eterni ed intramontabili nell’immaginario di ognuno, quasi in maniera inquietante, nessuno è passato indifferente davanti a lei. Il suo sorriso enigmatico, il suo sguardo un po’ fiero, un po’ triste, un po’ enigmatico, un po’ sensuale…ci sono tutte le donne, tutti gli sguardi del mondo lì dentro e mi piaceva raccontare il motivo di questa potenza! Una donna che è diventata un simbolo! Pensate che Monna Lisa è stata celebrata anche nella sua ‘assenza’, quando fu rubata la gente andava a vedere il quadro che non c’era! Incredibile! Qualcuno l’ha amata, altri la hanno odiata tentando pure di sfregiarla, di sottrarla come se fosse un oggetto che ognuno vuole possedere. E raccontiamo anche di Leonardo che era un musicista prima ancora che pittore, la potenza musicale di questa operazione è affascinante.”

E poi lo spettacolo dedicato a Pino Daniele…

“Sì, uno spettacolo bellissimo. Un viaggio nell’anima di Pino, nella sua drammaturgia… la cosa bella di questo spettacolo è che abbiamo la band originale di Pino, l’ultima ovviamente, siamo 9 attori, tre donne e sei uomini, accompagnati da 10 danzatori, io sono donna Concetta, un po’ l’anima di Napoli, un gruppo pazzesco. E’ una storia inventata, la cui drammaturgia scaturisce proprio dalle canzoni di Pino, perchè questo ci permette il senso poetico dei suoi brani.”

E’ prevista una tournèe?

“Prima a Todi per un’anteprima, poi a Napoli, abbiamo già fatto Bari, poi ce ne andremo a nord, Firenze, Torino e Milano, per approdare a Roma dal 7 al 12 Maggio. E poi dall’estate faremo tournèee estive ed anche all’estero.”

Dove hai lavorato all’estero?

“In parecchi posti con operazioni molto belle…anni fa, oltre che con Dalidà, con il quale sono reduce da un recente successo a Parigi e che ho rappresentato anche in Tunisia, a Belgrado, in Svizzera, ho girato con un pezzo, “Contadini del sud”, una vicenda sull’immigrazione, una storia d’amore tra due poeti, Amelia Rosselli e Rocco Scotellaro, che con il mio collega Ulderico Pesce abbiamo portato in giro per il mondo, Australia, tutto il Sud America… quello fu un grande successo, e poi in Russia, come sai…Sono molto contenta di spaziare.”

All’estero il teatro viene considerato in maniera differente che in Italia?

“C’è molto rispetto, ha mantenuto una sua sacralità, cosa che quì, invece, è un pochino più distratta. All’estero si investe di più nella cultura e soprattutto nel rispetto per la cultura. Faccio un esempio che nella sua banalità fa capire meglio: quì i telefonini si dice di spegnerli prima di ogni spettacolo, ma se poi suonano nessuno dice nulla, in Inghilterra ti accompagnano fuori, non te lo permettono proprio. Posso dire come la penso? Non è solo il rispetto per l’attore, ma il rispetto per il proprio tempo… possibile che non riusciamo più a dedicarci ad una cosa che noi abbiamo scelto di fare…? Qualcosa ci porta sempre lontano, fuori da quello che stiamo vivendo, lo trovo terribile.”

Progetti futuri?

“Ora questo della Gioconda mi prenderà parecchio. Poi forse tornerò a lavorare con la Fura dels Baus nello spettacolo “Terrista”, per Matera 2019, dove quest’estate metteremo in scena questa cosa con Ulderico Pesce. Poi sono nel film di Pino Ammendola, “Anime”, che uscirà in Aprile, con una bellissima sceneggiatura, grandi interpreti, un bel lavoro collettivo. E’ un film politico, che racconta i disagi, difficili da far coincidere con i nostri ideali, l’anima è un acronimo, una specie di malattia di cui si può morire”

Concludendo?

“Mi auguro che ci sia sempre la possibilità di fare le cose che ci piacciono, che è già un grandissimo privilegio! Il mio auspicio è che in qualche modo anche l’attuale politica trovi maggiore spazio per l’investimento nella cultura, che oggi invece è disertato. Non ho mai sentito parlare alcun politico di un progetto culturale forte…come se la cultura non fosse economicamente una grande ricchezza e un grande indotto…noi dobbiamo riconcentrare l’attenzione sulla cultura, perchè l’italia è un paese culturalmente ed artisticamente alto…se vogliamo pensare che il nostro futuro risieda in qualcosa, è solo nel nostro patrimonio culturale che dobbiamo pensare che possa esserci un futuro per le nostre giovani generazioni.”

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