Marina Paterna: “Bornout è un atto d’amore nei confronti di chi soffre la propria solitudine ed una condizione di disagio profondo”.

Dall'ultima fatica letteraria della nota scrittrice, già vincitrice del Premio Peppino Impastato, verrà tratto un film sui casi di cronaca relativi ai suicidi degli agenti di Polizia Penitenziaria, descritti nel libro.

Tra le forme di stress che possono scaturire dal lavoro, quella riscontrata maggiormente e con esito patologico è la cosiddetta “sindrome del burnout”, una vera e propria forma di esaurimento o logorio, derivante dalla natura di alcune mansioni professionali, che si manifesta attraverso sintomi psicologici, fisici e comportamentali. Oggi il burnout rappresenta un rischio troppo elevato per ogni contesto organizzativo: tutte le possibili conseguenze di tale sindrome (costi economici, ridotta produttività, problemi di salute, declino della qualità della vita personale o lavorativa) sono un prezzo troppo alto da pagare. È dunque importante adottare un approccio preventivo, che punti alla promozione dell’impegno lavorativo, attraverso la riduzione degli aspetti negativi e l’aumento di quelli positivi presenti sul luogo di lavoro.
Marina Paterna, già eccellente autrice del libro “Ho sconfitto la mafia. Io sono vivo!” e vincitrice del Premio Peppino Impastato, ha scritto un importante “atto d’amore” rivolto a tutti coloro che, non compresi, soffrono la propria solitudine ed una condizione di disagio profondo. “Bornout”, questo, appunto, il titolo del libro, dal quale verrà tratto anche un film, racconta proprio dello stress che deriva da questa sindrome.
E’ la storia di una giornalista che, reclutata da uno psichiatra, entra nelle carceri per indagare sui casi di suicidio nel corpo di Polizia Penitenziaria, e, da complice consapevole, diventerà, inconsapevolmente, cavia di sperimentazione. Le è vietato ogni contatto con l’esterno e, rimasta sola, si renderà ben presto conto della realtà celatale. Intrappolata, ormai, nel suo burnout, riuscirà ad attraversarlo, restando indenne e poter aiutare così l’intero corpo di Polizia Penitenziaria? Ma soprattutto, come?
Nelle professioni di aiuto, un certo grado di stress è inevitabile, talvolta può essere positivo, ma il superamento dei limiti innesca un inconsapevole meccanismo di difesa che porta allo spegnimento di ogni passione, al burnout. Va tuttavia ridimensionata la concezione individualistica di burnout, le cui cause sembrano più legate al contesto che alla persona: esso è segnale di un malessere diffuso nell’organizzazione e può essere compreso solo se lo si affronta in un’ottica che riguarda tutti: operatori, organizzazione, territorio, finanche il contesto culturale e contrattuale che caratterizza una data area geografica. Per tutelare e valorizzare il proprio patrimonio di risorse umane, le organizzazioni sanitarie dovrebbero, dunque, pianificare strategie di prevenzione a sostegno del personale che vive situazioni stressanti, con ripercussioni sulla prestazione lavorativa, sulla qualità della vita e sulla disaffezione al lavoro.
LF ha contattato Marina Paterna che, in questa approfondita intervista, ci ha snocciolato l’intero problema del bornout narrato nel suo libro, e le intere dinamiche che ne derivano…
“Burnout”…Ci può spiegare esattamente di cosa si tratta? 
“Burnout” è il nome del mio nuovo romanzo in uscita. È la storia di una giornalista che, reclutata da uno psichiatra, entra nelle carceri per indagare sui casi di suicidio nel corpo di Polizia Penitenziaria. Istruita a dovere, la donna da complice consapevole diventa, inconsapevolmente, cavia di sperimentazione. Un sindacalista, a conoscenza dei fatti, scompare misteriosamente. Le è vietato ogni contatto con l’esterno e, rimasta sola, si rende conto della realtà celatale. Intrappolata, ormai, nel suo Burnout, la domanda è: “Riuscirà ad attraversarlo, restando indenne e poter aiutare così l’intero corpo di Polizia Penitenziaria? Ma soprattutto, come?” Un libro scritto per diventare un film. Ma  BURNOUT è più di un libro, è un insieme di testimonianze raccolte a seguito di interviste fatte ad alcuni Agenti di Polizia Penitenziaria e non solo. È un testo ambizioso che, pur parlando attraverso le immagini, ripercorre le fasi psicologiche che vive un agente di polizia, quando sta per entrare nel suo Burnout. È un racconto scritto per tenere in allerta tutti, consapevoli e inconsapevoli vittime della sindrome. Non è un manuale ma un atto d’amore nei confronti di chi, non compreso, soffre la propria solitudine e la sua personale condizione di disagio profondo. Burnout è anche un insieme di dati numerici significativi. Un racconto che vuole avvicinare la gente comune, dandole gli strumenti per affrontare con la giusta sensibilità questo delicato argomento, permettendo così di riconoscere la sindrome in sè stessi e negli altri.
C’è dell’altro. Per farvi entrare dentro la storia devo spiegarvi cosa significa esattamente Burnout. 
Il termine Burnout, di origine anglosassone, significa letteralmente Bruciato. È una  sindrome scientificamente riconosciuta, effetto diretto di uno  stress da lavoro correlato. È  specificatamente riscontrata e riscontrabile in tutte quelle professioni definite di aiuto, come ad esempio negli infermieri, nei reparti oncologici e, soprattutto, in quelli pediatrici.
I casi a cui mi sono avvicinata sono sempre stati casi molto forti. L’ultimo riguarda la sindrome di shock da stress post traumatico che affronto nel mio libro “HO SCONFITTO la mafia. IO SONO VIVO!”. Sindrome innescatasi nel mio protagonista dopo aver visto saltare in aria i suoi colleghi nella Strage di Capaci, in cui vede morire Giovanni Falcone e gli uomini della scorta, la sua squadra. La sindrome in questione é la  conseguenza diretta di un evento catastrofico o di una devastazione, di una strage appunto, vissuta in prima persona o da un familiare e quindi un evento che, visualizzato ripetutamente nella propria mente, crea un processo di immedesimazione costante, di urto violento tale per cui l’evento viene  somatizzato, innescando come uno scoppio a catena nella mente di chi lo rivive. Diciamo così, si tratta di una sindrome che non ti attraversa punto e basta ma ti colpisce con le sue schegge prima in una direzione e poi nell’altra. Ecco di cosa parlo nel mio primo libro, parlo e sviscero i suoi effetti.”
Si è trovata spesso davanti a simili situazioni?
“Ho visto uomini e donne che hanno perso figli. Ho guardato negli occhi uomini che hanno ucciso. Ho intervistato un collaboratore di giustizia che, prima di esserlo, é stato un mafioso che ha ucciso uomini e animali. Ho stretto la mano a uomini di grande valore come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ho visto il funerale di una adolescente scaraventata sull’asfalto. L’amica di tutti, ma in particolare di mia sorella, la portatrice di allegria, che da un giorno all’altro viene schizzata fuori dal lunotto dell’auto in cui viaggiava per una gomma che scoppia in piena autostrada. Beh, io non l’ho vista, ma ho visto la disperazione negli occhi di sua madre e di suo padre, il dolore muto del fratello, a lei legatissimo. Ho parlato con chi, figlio di un pilota pluripremiato, a 18 anni ha perso l’uso delle gambe per inseguire il mito del padre e la sua voglia di riscatto. Ma questa volta a sconvolgermi è stata la sua voglia di vivere. Ho parlato con pedofili e avrei voluto soltanto mostrare loro tutto il mio disgusto ma, l’istante dopo il mio primo sguardo, si sono volatilizzati per la vergogna. Spariti. Dileguati. Sono eventi e sensazioni che ti attraversano e ti restano. Non li cancelli dall’anima. Non se ne vanno. Ci vuole molta introspezione. Ci vuole molta solitudine. Molta analisi dei pensieri. Devi rielaborarli, analizzarli, estrapolarli e, poi, raccontarli ma prenderne sempre un po’ le distanze. Altrimenti non ce la fai. Perché il passo è breve, puoi cadere e rischiare di essere ingoiato dal tuo BURNOUT. Sono tutte storie vere quelle che mi hanno toccato. Quelle che, anche se mi lavo le mani, non se ne vanno dalla mia pelle. Ho parlato, riso e scherzato, fino al giorno prima, con un mio collega, che era anche il mio migliore amico. Lui c’è sempre stato per me. Aveva in custodia le mie chiavi di casa. Ma io, il giorno in cui aveva bisogno di me, non c’ero. Ho letto sui giornali che un uomo, di 40 anni, si era suicidato ma non avrei mai potuto minimamente immaginare che potesse essere lui. Eppure aveva lanciato dei segnali suoi social, immagini di solitudine. Non mi sono ancora perdonata di non aver fatto in tempo a riconoscerli. Io non sono riuscita a riconoscere i segnali della sua solitudine. Ecco perché BURNOUT. Ecco perché voglio far leggere per tempo i segnali scritti dentro un libro chiuso, che nessuno ha il coraggio di aprire mai. Desidero portare all’attenzione pubblica fatti che ormai sembrano essere normali. Non può essere normale avere sempre fretta, non riuscire ad ascoltare urla silenziose. Non mi sta più bene leggere il necrologio di lavoratori e accettarlo, dandolo per scontato ed aggiungere un numero sulla parete. Ho pianto in silenzio per non farmi sentire, per non ferire, mentre dentro morivo. Adesso dico basta, perché basta si deve e si può fare.”
Chi si occupa in genere, dei disagi degli uomini che compongono la Polizia Penitenziaria? 
“Psicologi, professionisti, psichiatri con tentativi significativi di monitoraggio e di apertura di servizi di counseling all’interno delle carceri. I Sindacati di Polizia Penitenziaria, i portali di settore che lanciano segnali verso l’esterno con articoli e che cercano di aprire un varco tra la chiusura all’interno del carcere e l’esterno verso lo Stato, con la speranza che quest’ultimo li ascolti.”
Com’è nata l’idea del libro, prima, e del film, poi? 
“Nato dal mio incontro con due Agenti di Polizia Penitenziaria, che spontaneamente, dopo aver letto il mio primo libro, mi hanno parlato della loro esperienza all’interno del carcere. Un Agente di cui, per rispetto della privacy, non dirò il nome, e un sindacalista, il signor Pasquale Toto, un uomo al quale devo davvero moltissimo, Dirigente Sindacale del SAPPE. L’idea del Libro e del Film è nata dalla collaborazione con il Segretario Generale Donato Capece, uomo che ha sempre perorato le cause delle problematiche che affliggono l’intero corpo di Polizia Penitenziaria, stando sempre in prima linea. Il SAPPE, infatti, oggi è il Primo Sindacato Autonomo del corpo di Polizia Penitenziaria che tutela i lavoratori e porta alla luce i casi di suicidio degli Agenti. Un compito che questi due uomini svolgono quotidianamente con attenzione, costanza e dedizione per non far sentire soli i colleghi o abbandonati ad una vita nell’ombra. È stato il Dirigente Sindacale a raccontami delle paure che vive un uomo libero ma che nelle ore di lavoro vive da detenuto. È stato lui a chiedermi di scrivere un libro dal titolo BURNOUT. Ho sentito che con il mio lavoro ed i suoi racconti, potevamo aiutare vite, anime. Mi ha fatto sentire utile e necessaria, ma non siamo stati soli in questo percorso. Un altro suo collega mi ha molto supportato e sostenuto. Devo confessare che entrarci dentro è stata davvero dura anche per me.”
Il rapporto con la Polizia Penitenziaria com’è stato? 
“Collaborativo, affiatato fin da subito. Ci siamo visti, a volte, per settimane ogni giorno, ogni sera. Abbiamo condiviso paure, problemi e gioie. Devo dire che i due agenti hanno più aiutato me che io loro. Mi hanno dato quell’appoggio fondamentale, tutti quegli strumenti che mi servivano per comporre il puzzle. Sono ben strutturati loro. Hanno davvero avuto ottimi sostegni psicologici e figure professionali molto solide. Nei miei incontri con gli agenti ho preso appunti ovunque, anche a cena su tovaglioli di carta quando i fogli dell’agenda erano finiti e consumati ma ancora si doveva scrivere, memorizzare e registrare, incamerare dati.”
Sono stati subito favorevoli all’idea del libro? 
“Il libro è stato il coronamento di una squadra che funziona, che vuole funzionare in sincrono. Loro ne avevano assolutamente bisogno. Rendere nota al mondo intero la loro condizione era la loro priorità, con il tempo è diventata anche la mia. Avete mai provato a gridare a squarciagola senza che qualcuno vi sentisse? Ecco, loro sì. Milioni di volte.”
Ha incontrato qualche difficoltà lungo questo tortuoso cammino? 
“Si. Me stessa. A volte, lo ammetto, mi sono dovuta fermare per riprendere fiato. Ho lottato molto con me stessa. È stato come immergersi nelle fiamme dell’Inferno e uscirne fuori per raccontare ad altri.”
Come sono le giornate trascorse a vigilare i vari detenuti? 
“Piene di tensione emotiva. Uno contro cento, contro duecento a volte. Come si fa a pensarlo, solo ad immaginarlo?! Soli, contro uomini, anche assassini. Soli e analizzati da 200 occhi. Come ci sentiremmo noi, convinti di vigilare ma sentendo il fiato sul collo di chi ci scruta e potrebbe improvvisamente impazzire, scagliandosi contro di noi?”
C’ è un episodio che le è stato raccontato e che l’ha particolarmente colpita? 
“Si. Un uomo che, per scappare dagli Agenti, ha attraversato una lastra di vetro. Potete immaginare la scena ed il resto. Tale è  stata l’irruenza che ce l’ha fatta. L’ha attraversata ed è rimasto vivo.”
Com’è, per una donna, indagare entrando nei fatti di cronaca?
“Speciale. Un viaggio straordinario nei sentimenti umani. Hai la sensibilità dalla tua. É un viaggio in cui esci sicuramente più ricco, diverso. Ti senti come un eletto. Un privilegiato, puoi sentire tutto e percepire tutti gli stati d’animo. Entri dentro le cose e le persone, diventa quasi magia.”
Lei ha vinto il Premio Peppino Impastato per la sua opera prima “Ho sconfitto la mafia. Io sono vivo”. Che esperienza ha vissuto?
“Un premio a cui sono e resterò sempre grata. È stato come ricevere una pacca sulla spalla dal rettore dei rettori. Come una laurea al merito. Perché finché a leggere il tuo libro sono le persone care, è un conto, ma poi, averne riconosciuto il merito in maniera imparziale e obiettiva, è straordinario. Ti senti davvero speciale. Avevo bisogno di questa botta di autostima. Si scrive da soli, ci si rilegge da soli. Trovare chi ha il tempo di leggerti, giudicarti, apprezzarti e premiarti, non ha davvero prezzo.”
Progetti futuri?
“Certamente. Tre film in lavorazione scritti e diretti da me. Tra cui IO SONO VIVO con le musiche del mio straordinario Compositore Giuseppe Mazzamuto e BURNOUT con le musiche del Film Music Composer Giosuè D’Asta, grande talento con cui stiamo lavorando già da moltissimo tempo al nostro progetto filmico BURNOUT. 
Un film su Frank Lentini in collaborazione con il suo biografo ufficiale Salvatore Spadaro, uomo di grande spessore culturale e umano e che stimo moltissimo. E ancora un terzo libro in uscita.”
Concludendo? 
“Senza i miei angeli, io non sarei niente. Senza le loro storie, senza la loro fiducia, senza la mia squadra di uomini e donne che credono in me, che mi stimolano a fare sempre meglio, io non potrei essere ciò che sono. Loro sono la mia linfa vitale.”

Marina Paterna

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*