Moda e teatro: possibili utopie.

Moda e teatro appaiono agli antipodi ma con costanti trasposizioni si mescolano l’una all’altro creando punti di vista sempre singolari e stimolanti.

Sovente le cooperazioni tra due mondi che si rivelano come due rette parellele destinate più e più volte a scontrarsi, il mondo della moda in contrapposizione a quello della costumistica teatrale. Un esempio luminoso è rappresentato certamente dai Balletti Russi, che nel 1909 fondati da Sergej Pavlovič Djagilev, suscitano una sferzata di rinnovamento sui palchi parigini. Lungi dalla prosaicità tipica dei costumi destinati alla danza classica, lo scenografo Léon Bakst concepisce vere e proprie opere d’arte dal folklore esotico, cadenzando cromie vivide all’opulenza dei tessuti e alla copiosità delle rifiniture. L’iniziale nichilismo del pubblico ancorato ad idee conservatrici, venne definitivamente fagliato con la presentazione di Shéhérazade, costumi dall’impronta decisamente orientale volevano attuare una scissura netta col passato. Le creazioni divennero parte integrante della scenografia, ampliando nettamente la sensazione dall’omogenità tra movenze fisiche, abito e messiscena retrostante. Queste novità influenzarono senza indugio il mondo della moda che ottemperò proponendo un’esotismo repente. Esempio emblematico le creazioni di Paul Poiret che concepì la donna del nuovo secolo come una moderna odalisca, colta, raffinata e decisamente più indipendente individualmente.

Inimmaginabile la proposta attuata circa cento anni dopo, dalla maison Dior, in collaborazione con il Teatro dell’Opera di Roma. Nell’era odierna, il teatro non influenza più la moda, bensì è la moda che entra prepotentemente sui palchi, fiutando consensi che però difficilmente possono essere riscontrati. Tutù dall’aria prevedibile irrompono in scena, trascinando con sé inedia pronosticabile. Essenzialemente abiti belli ma sguarniti di innovazione, lontani anni luce dalle idee progressiste dei primi Novecento che attraverso la costumistica teatrale liberavano la donna dal busto e ne riqualificavano la figura.

Rivoluzione imprescendibile invece è quella del Balletto triadico di Oskar Schlemmer, che nel 1922 propone sulle scene qualcosa di eccezionalmente peculiare. L’intento maggioritario dello scultore tedesco è quello di rapportare l’uomo allo spazio realizzando abiti dalla linea essenzialmente plastica. Questo plasticismo, attraverso le movenze corporali, avrebbe dovuto creare figure sceniche originali e dal sapore decisamente surrealista. Un rapido confronto si ha con le creazioni indossate da David Bowie ed ideate da Kansai Yamamoto che negli anni ‘80 hanno sfidato le regole dell’abbigliamento di genere.

Innovazione e tradizione, moda e teatro, argomentazioni che appaiono agli antipodi ma che con costanti trasposizioni si mescolano l’una all’altra creando punti di vista sempre singolari e stimolanti.

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