Monza 2019, evento mediaticamente perfetto: pole e vittoria Ferrari, 200.000 abbracci.

Se lo scorso anno il sogno dei tifosi Ferrari non era stato perfetto (prima fila al completo, ma solo podio finale) e la cattiveria agonistica di Hamilton, che l’inglese ama chiamare beast mode, aveva avuto gioco quasi facile, quest’anno ha vinto uno agonisticamente cattivo almeno quanto lui, ma capace di generare al contempo sensazioni di tenerezza e di commovente gioia.

Partiamo dal fondo, dal momento, a caldo, subito dopo la vittoria: molti dei presenti in pit lane sono rimasti colpiti dal gesto quasi tenero con cui Lewis Hamilton ha accarezzato il casco di Charles Leclerc ancora seduto nella sua monoposto a metabolizzare l’impresa compiuta. Quasi un gesto tra predestinati: infatti, come lo era l’inglese al suo arrivo in McLaren, coccolato dopo essere stato coltivato per anni, così lo è oggi il francese. Entrambi oltretutto provenienti da contesti familiari normali che mai avrebbero potuto “comprare” per loro una scuderia o anche un semplice sedile. Nel caso di Leclerc, ricordiamo che tutta la sua carriera, dai kart in su, è stata sostenuta da Nicolas Todt, che ne aveva intravisto le grandi potenzialità umane e tecniche su suggerimento del compianto Jules Bianchi.  I maligni hanno commentato che ormai non c’è gesto di Hamilton che non sia studiato, misurato e pensato per generare immagine e consenso: visto da due metri di distanza, l’impressione è che sia stato un vero momento di trasporto emotivo.

La gara è stata intensissima sia vissuta dall’abitacolo che vista dalle tribune; come dice Leclerc nella conferenza stampa post gara: “Lewis era dietro di me. Penso che il vantaggio massimo sia stato di 1.7 o 1.8 secondi, il che significa che mi era attaccato (n.d.r. come la foto dimostra chiaramente). Sapevo che Lewis raramente commette errori, per cui dovevo stare molto attento e concentrato. Io ne ho fatti alcuni, che non mi sono mai costati la posizione, anche se una volta ci sono andato vicino, molto vicino (n.d.r. vedi la foto in cui Leclerc va lungo in prima variante)”.

Nelle due foto citate sta tutta la gara, oltre alla quasi “sportellata” data dal francese all’inglese alla seconda variante, che Hamilton ha commentato quasi con distacco e senza alcuna polemica: “Penso che siano le corse. Ho dovuto evitare un paio di volte di venire in collisione con Charles, ma penso che così siano le corse oggi. Devi solo andare avanti”.

E dopo la gara, è stato un solo lungo abbraccio, come si vede dalle fotografie: il team che abbraccia il francese appena sceso dalla macchina vincente, il tenero abbraccio con Mattia Binotto nel paddock, l’immenso abbraccio dei 200.000 tifosi presenti nelle giornate del weekend monzese (poco meno di 100.000 nella giornata di Domenica). L’affluenza di pubblico ha superato di gran lunga quella di tutte le precedenti edizioni, la il successo del Cavallino ha fatto quasi passare in secondo piano il grandissimo risultato.

Oltre a dare un significato agonistico alla stagione del team Ferrari, Leclerc ha portato qualcosa di più alla squadra, qualcosa di intangibile, ma di grande valore comunicazionale: l’empatia, che nel contesto sportivo può essere definita come la capacità di coinvolgere emotivamente lo spettatore, la squadra e i diversi portatori d’interesse legati alla squadra. Non che Schumacher o Alonso non fossero capaci di coinvolgere lo spettatore: era però un coinvolgimento emotivo con il campione, più che con l’uomo. E anche nel team Ferrari si respirava la stessa aria. Con Leclerc la cosa sembra essere molto diversa: come persona, è molto più “sentita” dagli stessi membri del team (lo si nota dal modo in cui ne parlano, sottolineandone, a seconda dell’età, il lato filiale o quello del fratello più piccolo). In ambito Ferrari ricordo un atteggiamento più o meno simile con Gilles Villeneuve e in parte con Felipe Massa. Fa piacere notare che circa 300 persone erano presenti in ACI Milano per la presentazione del nuovo volume dedicato proprio a Villeneuve.

E il risultato è che anche il livello medio di simpatia di Ferrari sembra essere notevolmente cresciuto, soprattutto tra gli addetti ai lavori: Ferrari e le sue persone, per un motivo o per l’altro, negli ultimi anni spesso sembravano trasmettere stress e incomunicabilità, finendo, in ultima analisi, per passare come un team “antipatico”.

Tutto l’opposto di Mercedes, o di Red Bull, team dove la percezione era di respirare un’aria più aperta, maggiormente disponibile all’accoglienza. Qualcuno potrà dire: bella forza, facile fare il simpatico quando vinci titoli a raffica: Ferrari non era così simpatica anche quando vinceva titoli a raffica (sul carattere “bifronte” di Schumacher si veda il recente e illuminante libro di Pino Allievi) e poi ci sono nel paddock team assolutamente non vincenti e da retrovie che hanno un approccio decisamente antipatico. Ricordo un Schumacher vincente a Monza, che per evitare le domande dei giornalisti al termine di una conferenza stampa, scappò saltando letteralmente sui tavoli della sala stampa. Mi torna alla mente un commento fattomi da una collega tedesca: se la Ferrari fosse stata guidata da uno “simpatico” come Toto Wolff, avrebbe vinto molto di più negli ultimi anni.

Già l’esordio mediatico di Leclerc nel dopo gara ha rappresentato una forte discontinuità con il passato, quando a Martin Brundle pronto ad intervistarlo appena sceso dalla macchina ha detto “posso continuare in italiano?”, così come ha poi fatto.

Pole position e vittoria sono stati il coronamento di un weekend come se ne sono visti pochi negli ultimi anni: il tutto è iniziato nella giornata di Mercoledì con il grande evento in Piazza Duomo a Milano per celebrare il novantesimo compleanno della Scuderia Ferrari e del Gran Premio d’Italia, nel corso del quale è stato annunciato il rinnovo del contratto di Monza per il Gran Premio.

Sogno perfetto anche per Liberty Media, il “proprietario” della F1, in perfetta sintonia con la sua strategia di avvicinare sempre più il circus alla gente, avendo sempre in mente il modello americano (es. Daytona e Indianapolis) con l’obiettivo di recuperare i tanti fan che hanno abbandonato la F1 nell’era di Ecclestone e soprattutto di attrarre le fasce più giovani, a partire dai millennial.

Credit: Rent a Journalist

 

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