Nicola Cantatore: “Nel mio nuovo album una musica senza preconcetti di stile”.

18 musicisti hanno collaborato a questo nuovo progetto artistico, "XXI Century Man", dell'eclettico chitarrista romano, impreziosito dalle stupende foto di Vincenzo D’Ilario, nel formato Vinile, CD e digitale, in uscita il 9 Novembre prossimo.

Uno degli scatti per il disco. By Vincenzo D'ilario

Nato a Roma, Nicola Cantore ha iniziato lo studio della chitarra da autodidatta, proseguendo con musicisti quali U. Fiorentino, M. Lazzaro per la chitarra elettrica, e con il Maestro Carlo Carfagna per la chitarra classica. Ha seguito inoltre innumerevoli master class e suonato con le orchestre nelle piazze italiane, lavorando così nelle più disparate situazioni musicali, dalla musica leggera al rock, dal country al duo jazz, dalle balere alla fusion, maturando una grande esperienza. Ha lavorato con cantanti della tradizione musicale romana e napoletana e negli studi di registrazione.

Nel 1997 incide un cd con il gruppo 18KT, con il quale partecipa a svariate manifestazioni televisive e radiofoniche, rielaborando il repertorio pop-dance nelle discoteche e nei music club di tutta Italia; al loro attivo, fino al 2010, più di ottocento concerti.
Sempre nel 1997 inizia la collaborazione con Rita Pavone, con anni di tournèe in Italia e all’estero, registrazioni in studio (Gianburrasca, per Mediaset) e apparizioni in numerosi programmi televisivi (Porta a Porta, La vita in diretta, Quelli che il calcio ecc).

Dal 2004 ha all’attivo tre crociere mediterranee ed una transoceanica con la compagnia navale MSC assieme a Teddy Reno nel suo recital “Tribute to Frank Sinatra”, per finire con la tournée teatrale di Rita Pavone “La mia favola infinita”nel 2005. Nello stesso anno, in occasione della prima esibizione di Ian Paice al di fuori dei Deep Purple, si esibisce con l’artista rock George con il quale successivamente continua la collaborazione nei concerti live. Ha lavorato con diverse orchestre di musica leggera, che lo hanno portato ad esibirsi assieme a Baglioni, Antonacci, Bennato, Alexia e altri artisti.

Dal 2006 è il chitarrista elettrico di Renzo Arbore L’Orchestra Italiana, con cui attualmente vanta almeno 300 concerti, in Italia e nel mondo, due tour USA e Canada, un tour in Cina, varie esibizioni in Messico, Spagna, Malta, Montecarlo, Repubblica Ceca oltre agli numerosi concerti nei più prestigiosi teatri italiani, fino alla 64esima edizione del Festival di Sanremo, nel 2014. Attualmente si dedica alla composizione di brani originali ed alla produzione di un cd con la sua musica, in uscita il 9 Novembre in digitale, seguito dall’uscita in vinile .

Ma diamo la parola a Nicola:

Come nasce il tuo nuovo disco?

“Il progetto di fare un disco solista era in cantiere da diversi anni: ho sempre composto musica, ma le classiche suddivisioni in generi musicali mi hanno costantemente dato l’impressione di ritrovarmi in un recinto troppo stretto per esprimere quello che volevo fare, faticavo a trovare una collocazione musicale in cui mi sentissi appieno identificato e non volevo cadere nella possibile trappola di scrivere musica strumentale indulgente ad un mio piacere narcisistico dato dall’identificazione con il mio strumento, la chitarra; volevo creare un album caratterizzato da una visione aperta della musica, senza le classiche barriere e catalogazioni di genere. Nel tempo ho maturato l’idea portante di questo disco, cioè quella di realizzare un concept album, non una semplice raccolta di brani musicali, ma un disco con una tematica di fondo che viene raccontata in musica. Gli organici strumentali sono diversi a seconda del brano: all’interno del disco troviamo un brano arrangiato con una intera sezione fiati, poi un altro con un coro polifonico, in un altro momento c’è un largo uso di elettronica, in altri momenti sonorità essenziali con tre o quattro strumenti acustici, in due brani ho fatto uso di percussioni medio orientali. È stato come comporre musica per un film. Lo strumento principe è ovviamente la chitarra, ma senza essere ridondante, c’è un equilibrio. Sin da piccolo, prima che la musica diventasse la mia professione, quando ascoltavo un brano alla radio, c’è sempre stata in me una insofferenza verso le strutture musicali prevedibili, con l’incombente ritornello, che sapevi a che punto della canzone sarebbe arrivato già dopo le prime note. Questo mi annoiava terribilmente. Nella mia musica ho cercato di coniugare melodie cantabili su strutture armoniche più ricercate, ho curato gli arrangiamenti in modo da prevedere variazioni repentine di sonorità all’interno dello stesso brano, cambi di tempo, parti solistiche e momenti di atmosfera. A Dicembre 2016 nel mio studio ho iniziato ad arrangiare le musiche che avevo composto, facendo in modo di creare nei provini un sound simile a quello che volevo fosse inciso nel disco, per cui ho programmato la ritmica su computer nella maniera più dettagliata possibile: questo in modo da dare al batterista e al percussionista una idea chiara del sound da creare in studio. L’accuratezza dei suoni accompagna tutto l’album, ad esempio in “Atlantis”, volevo rappresentare l’idea di una discesa a ritroso nel tempo, e ho scritto una frase musicale ricca di cromatismi discendenti e dissonanze: l’ho suonata collegando la chitarra ad un echo a nastro, un vecchio Binson echorec. Assieme al fonico, Walter Babbini, siamo stati un paio di ore in studio solo per cercare il tipo di effetto che potesse dare quella sensazione di discesa che avevo in testa. La scelta dello studio è stata fondamentale, ne serviva uno ricco di attrezzature, anche vintage, e che mi garantisse una estrema pulizia di suono nel missaggio. Le chitarre ed i bassi li ho registrati nel mio studio di home recording, tutto il resto al “Bloom recording studio” di Walter Babbini, ottimo ingegnere del suono, nonché esperto di pedali per chitarra ed effetti vintage: non potevo aver miglior interlocutore per realizzare questo progetto che ha sposato appieno, dandomi massima disponibilità, prodigandosi in una grande cura nelle riprese e oltre ad una grande attenzione in fase di missaggio. Ciò che arriva al pubblico è il suono, ritengo, assolutamente importante che chi ascolti un produzione musicale possa godere di una buona qualità audio. Poi ho voluto impreziosire il lavoro dando rilevanza anche alla parte grafica, grazie alle foto di Vincenzo D’Ilario, suoi sono tutti gli scatti che potete ammirare nel booklet interno del vinile oltre alla copertina. Insomma, non è assolutamente un disco in cui ci si può annoiare all’ascolto, è sempre pieno di momenti di interesse.”

 

Musicalmente a chi ti sei ispirato?
“La mia formazione musicale inizia con il rock, ma poi ho studiato la musica classica, il jazz, le musiche delle culture orientali, anche ora, essendo una persona molto curiosa, continuo sempre ad intraprendere nuovi percorsi musicali ed a sviluppare le mie conoscenze già acquisite. Da adolescente, i miei interessi musicali si mossero subito verso gruppi come Pink Floyd, Genesis, King Crimson, Yes, la PFM, queste band hanno costituito una parte importante nella mia formazione musicale, assieme alla musica jazz, in particolare quelle forme di jazz aperte all’ ibridazione con gli altri generi musicali. In seguito mi sono avvicinato ad artisti come Anoucha Shankar, Anohuar Bahrem, John Mclaughlin con Shakty, ma ascolto anche Debussy, John Zorn, Steve Coleman, le produzioni ECM. Da chitarrista mi hanno influenzato molto chitarristi come David Gilmour, di cui ammiro l’espressione ed il lirismo del suo suonare, poi Bill Frisell, Scott Henderson, Larry Carlton, Joe Satriani, Al Di Meola, ma ne potrei citare moltissimi. Diciamo che prediligo ascoltare strumentisti che si esprimono in maniera cantabile sul loro strumento, il virtuosismo mi piace, ma solo in funzione di uno sviluppo del brano in termini di musicalità. Non dimentichiamo il blues…sempre presente nei miei ascolti. Negli ultimi anni ho particolarmente apprezzato la produzione di Steven Wilson, sia da leader dei Porcupine Free che da solista, un artista veramente interessante.”

 

I testi sono in inglese. Che tematiche hai voluto affrontare e perché la scelta di cantarli in inglese?

“XXI Century Man tratta di tematiche globali, di un disagio dell’uomo contemporaneo: tempo fa mi impressionò leggere fatti di cronaca riguardanti ragazze che si sono addirittura tolte la vita dopo essersi sentite umiliate su qualche social: ma a parte questi episodi gravissimi, è un dato di fatto che molte persone oggi passano più tempo a relazionarsi nella rete che nella realtà: le definirei esistenze in formato digitale. Con ciò lungi da me demonizzare la “rete” ma sicuramente l’utilizzo della comunicazione virtuale verso cui ci stiamo dirigendo non ha molto di “umano”. Nei giornali leggiamo di “fake news” lanciate in internet ormai quasi quotidianamente, e rimane sempre più difficile distinguere il vero dal falso. Una società disumanizzante e sempre meno attenta a prendere le difese dei più deboli, quelle persone che magari per circostanze di vita avverse, non riescono a mantenere quel tenore di vita che permetta loro una esistenza decente. Ma c’è anche tanta altra gente che, pur essendo ben integrata nel sistema, si trova nella posizione di chiedersi “dove sto andando”? Nei testi, ho voluto parlare di ciò che sento attualmente riguardo la nostra realtà: siamo in un periodo mai verificatosi prima nella storia dell’umanità, in cui l’evoluzione tecnologica è talmente veloce che non riusciamo a goderne dei frutti, in quanto quello che ora è nuovo, diventa istantaneamente vecchio un attimo dopo: tutta questa velocità ci crea disorientamento, discostamento dal nostro essere. I testi partono proprio da queste mie riflessioni, che ho scritto parte in inglese, parte in italiano, poi Fabio Suttle, mio caro amico che vive Londra (esperto di lingua inglese ed anche brillante musicista) mi ha aiutato a trasporle in una corretta forma inglese. All’interno del booklet sia del vinile che del CD ho provveduto ad una traduzione per una più facile comprensione.”

Quale strumenti hai suonato nell’album, e come hai scelto i musicisti che ti affiancano?

“Nell’album suono tutti i tipi di chitarre, anche il basso elettrico è stato suonato da me, e ho programmato i vari suoni di sintetizzatori presenti, ci sono chitarre elettriche, oltre che alla classica 12 corde acustica e anche la sitar-guitar in un paio di brani. Ho usato Stratocaster, Telecaster, tutte customizzate da me, Gibson Les Paul, Gretsch, e come amplificatori un Fender Bassman, un Hiwatt e un Cornell; come effettistica compressori e distorsori di vario tipo, spesso prodotti italiani, come Costalab e Secret FX. Riguardo i musicisti, il primo passo è stato trovare le voci giuste, ho effettuato diversi provini, poi ho conosciuto Martina Pelosi, con cui abbiamo un background musicale molto affine, in cui ho trovato il timbro giusto per il mio sound: ancora oggi mi viene la pelle d’oca ascoltando i suoi vocalizzi in “Kate”! Sempre alle voci, Monica Proietti Tuzia, dal timbro rotondo che si impasta benissimo con la sezione fiati in “Angel Of Rags”, brano in cui troviamo anche Sara Jane Ceccarelli, cantante Italo Canadese. Alla batteria, Marco Rovinelli, un batterista con un gran senso delle dinamiche, al piano e tastiere si alternano Pierluigi Campili, musicista sensibile con un gran senso della funzionalità delle note e il virtuoso Sebastian Marino, giovane promessa del Jazz Italiano. Alcune parti del disco non hanno batteria ma percussioni, Simone Pulvano è riuscito, con la sua profonda conoscenza dei ritmi medio orientali, ad integrarle nel mio sound, importante anche Denis Fattori alla tromba, e tanti altri musicisti con una sezione fiati ed un coro polifonico!”

Il disco uscirà anche in vinile. Nel momento in cui la musica viene bruciata e consumata voracemente attraverso le nuove tecnologie, c’è uno strano ritorno al passato. La gente ha bisogno di ritrovare un contatto anche con un oggetto che negli anni ha rappresentato tanto per veicolare ciò che amo definire “la materia eterica” cioè la musica?

“Premetto che non condanno in assoluto le nuove tecnologie, parliamo di cosa significa ascoltare un disco in vinile appena comperato. C’è il piacere di scartarlo, sentirne tra le mani la consistenza, metterlo accuratamente sul piatto, accendere l’amplificatore, far partire il giradischi e nel frattempo ammirare la copertina, aprire i fogli interni, apprezzare le foto, leggere i testi, il tutto mentre la musica inizia ad avvolgerci. Possiamo condividere questi momenti, metterci comodi ed ascoltare il nostro disco che è stato scelto, acquistato, portato nella nostra casa divenendo anch’esso un oggetto che contribuisce ad identificare noi stessi, la nostra passione per la musica, i nostri gusti musicali. In questo modo noi entriamo fisicamente a contatto con la musica, e poggiato il vinile sul piatto lo ascoltiamo tutto per intero, non saltiamo da un brano all’altro, o peggio da un frammento all’altro di un mp3. Il tempo che stiamo dedicando, diventa un momento per noi stessi, in cui ci fermiamo e ci concediamo il piacere dell’ascolto. Tutto questo che vi sto dicendo era prassi fino a 30 anni fa, poi l’avvento prima del CD, falsa promessa di un supporto indistruttibile ed eterno, poi della musica liquida, per cui grazie allo streaming non abbiamo neanche più la necessità di avere dei file audio, hanno cancellato il rituale dell’ascolto. Ma che cosa era questo rituale se non altro che prenderci il nostro tempo, prestare un ascolto attento, di qualità, concedendoci dei momenti per noi stessi, in cui entriamo in simbiosi con la musica che fuoriesce dal vinile, che solco dopo solco, nel suo movimento circolare, ci porta a fermarci in questa realtà attuale in cui impera il concetto di fretta, per cui stiamo sempre più perdendo la gioia del concederci gli spazi per il piacere della nostra esistenza.”

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Molti, oltre al fatto che sto già lavorando al prossimo album, è in cantiere l’idea di scrivere un libro su alcuni musicisti che mi hanno ispirato.”

A cura di Giusy Montera

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*