Odiarsi un po’ (noi, le nostre peggior nemiche).

Sì, decisamente c’è una cosa ancora più irritante di quella faccia da ubriaco infastidito esibita durante il suo insediamento, di quei toni smargiassi usati nello speech e del suo aspetto generale da ‘io sono io e voi …’ : le sparate femminili nostrane appartenenti al genere ‘femmina de foco’, fascistelle dell’ultim’ora allevate a spritz, french manicure, selfie nei cessi, e finti aforismi di Alda Merini.

Commenti, di un’eleganza da far scomparire Coco Chanel e Audrey Hepburn (per dirne un paio), sulla Women’s March che si è tenuta a Washington subito dopo l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca e in contemporanea in molte altre parti del pianeta. Mi è capitato di leggere alcune di queste perle sui social, una tra tutte recitava qualcosa del genere: ‘Invece di strillare come delle isteriche andatevi a comprare dei vibratori e usateli per bene’. Ecco – e come dicono gli americani – it’s self-explanatory di una fascia di umanità femminile in pieno degrado, morale e intellettuale. Se solo si fossero impegnate (che parola inutile) un pochino nel capire il perché di questa marcia probabilmente chissà non avrebbero usato toni da maschi squadristi. C’è una frase, in un video che gira in rete in queste ore in merito alla marcia, di una ragazza afroamericana che dice “I march because my great mother fought for the right to vote”. E basterebbe questo a zittire stuoli di galline impazzite. Donne che sfilano per ricordare i diritti e non solo quello di voto. Donne, ma anche uomini, in corteo per ribadire il diritto di sentirsi al sicuro in una scuola (no alla vendita delle armi come fossero caramelle), per ricordare che la gran parte di loro vengono da famiglie di immigrati che (loro sì) hanno reso e rendono grande l’America, per affermare il diritto delle donne a percepire gli stessi stipendi degli uomini, per riaffermare che tutti hanno diritto a curarsi, per urlare che la diversità è bella e arricchisce. Una marcia che ha contagiato altre donne, altre persone, di tanti Paesi. E Trump è stato solo un pretesto per contestare prese di posizione comuni a una vasta frangia di politici e di potenti, dire no a rigurgiti populisti e razzisti.

Detto questo, c’è un atteggiamento ancora più pericoloso e subdolo che s’insinua in un altro genere di femmina – anche qui c’è difficoltà a chiamarle donne – che sentendosi particolarmente illuminate (non si sa da quale fonte di luce) piene di consapevolezza del loro sé, forti ed emancipate, scaltre e navigate, sempre a loro dire, tuonano contro queste manifestazioni ridicole e inutili, bacchettando tutte con l’inefficacia di tali proteste. Sfilare non serve a nulla, indignarsi in questo modo nemmeno. C’è da ricordare a queste signore le grandi proteste e mobilitazioni femminili del Novecento, per il diritto al voto, per il divorzio e l’aborto, per il delitto d’onore e oggi per i delitti di genere. Certo, sfilare solo non basta ma serve, e come, per far sentire forte il  grido di rabbia, per far capire che non si subisce in silenzio, che non si è poi così passivi e anestetizzati. Criticare e, peggio ancora, ironizzare su chi decide di scendere in piazza non ci porta da nessuna parte, se non far ridere di gusto un certo universo maschile. Ma forse è proprio questo l’obiettivo di tante. Esistere nelle risate grasse e oscene dei maschi.

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