Ossimori del compratore moderno.

La vendita di merce contraffatta avviene attraverso differenti canali di distribuzione, nei quali la contraffazione non è sempre evidente. Spesso può compiersi attraverso mercati esterni alla distribuzione regolare, come le bancarelle o le spiagge, oppure tramite Internet ed, infine, all’interno di negozi appartenenti alla distribuzione regolare.

E’ già datato il servizio di Report che accusava il rinomato marchio Gucci (facente parte a sua volta del gruppo Kering), di produrre un “Made in Italy” contraffatto, poichè la pelletteria, veniva sì prodotta in Italia ma in aziende cinesi di fatto più concorrenziali. Orari massacranti, nascosti in fasulli contratti part time dove il costo dell’assemblaggio di una borsa si aggirava sui 14 euro contro i 1000 della vendita finale. Gucci si dissociava quindi da ogni accusa, sostenendo che l’intera filiera di produzione era affidata a 576 aziende circa, esclusivamente italiane e che era scrupolosamente controllata da diversi ispettori nominati dal marchio. Considerando che la pelletteria ricopre circa il 90% delle vendite dei grandi marchi, si può certamente affermare che diffamazioni del genere minano la limpidezza dell’operato di grandi brand, resta però da accertare alcune dinamiche per ora sconosciute ai più.

Gucci è solo la punta dell’iceberg di un problema certamente più esteso. La Toscana è uno dei poli fondamentali della pelletteria e del pronto-moda italiani, quindi, quando si parla di pronto moda pratese, per chi non è del mestiere può certamente credere che si parli di materiali qualitativamente raffinati. Molti di noi però non immaginano che moltissimi marchi low cost venduti in punti vendita italiani, siano effettivamente di produzione cinese. Fin quì tutto nella norma, ma è veramente difficile credere che una maglia prodotta e rivenduta a 10 euro sia proveniente da una filiera limpida in materia di qualità del lavoro, di prodotto e rispetto del personale. Moltissimi i marchi di produzione cinese come Gianni Lupo, Koralline e New Fada, vagamente italici nel nome ma orientali nella realtà. Strategie pubblicitarie vincenti, look ricercati, design innovativi sono solo alcuni dei punti di forza di queste aziende, che nel tempo hanno conquistato marchi di prestigio, riuscendo a realizzare in maniera trasparente la confezione di seconde linee a volte più casual, quindi con il placido accordo dei grandi nomi.

La mia domanda sorge nei confronti delle scuole di formazione di futuri stilisti, sarti e pellettieri che ignorano forzatamente questa nuova “era dell’oro” del mondo della moda cinese che effettivamente detiene primati importanti a livello sia produttivo sia economico. Perciò una manodopera che arriva direttamente dalla Cina con la conseguente disoccupazione dei giovani formati nelle scuole italiane. Spunta un sorriso quando inorriditi mi confidano di non entrare nei bazar cinesi quando in moltissimi negozi italiani è facilissimo reperire i marchi che vi ho sovraccitato.

Storia d’eccellenza almeno sulla carta, quella di Qiaoyong Zhou, sarto ed infine imprenditore cinese rilevatore di Romito Manifatture ed inventore del cotone che ha l’aspetto di un pellame, recentemente presentato al Pitti. Al contrario dei suoi colleghi, punta tutto sul Made in Italy da esportare all’estero, assumendo addirittura uno stilista italiano come direttore creativo.

In conclusione, per avere certezza di cosa indossiamo serve un’informazione sana e comprovata, ricerche sul brand che acquistiamo, coscienti della retribuzione dei lavoranti dell’azienda in questione e della qualità delle materie prime. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare.

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