Pazzo, Grandissimo, Bellissimo Lynch.

“Le idee … non ho proprio idea di come mi vengono le idee. Diciamo che mi arrivano così, come arrivano a tutti. Quello che mi piace è dipingerle.“ (David Lynch)

David Lynch è lì, davanti a me e ad una platea di oltre mille persone e continua ad incantarmi come allora, nel 1984, con il suo Elephant Man. La Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica è stracolma, posti in piedi e calca davanti al palco per il regista (ma chiamarlo così è riduttivo perché è anche pittore, musicista, artista) americano che è arrivato alla Festa del Cinema per ritirare il Premio alla Carriera. Il suo volto dall’espressione stralunata e sorniona, quei capelli pazzeschi, dal ciuffo di cacatua che continua a portare in barba dei suoi 71 anni, la sua voce tra l’assonnata e l’ironica, catturano i presenti mentre sullo schermo scorrono estratti di film, scelti personalmente, una sorta di pietre miliari che hanno segnato il suo percorso di cineasta: Eraserhead, Blue Velvet, Lost Highway, Mulholland Drive,  Inland Empire. Eraserhead, pellicola realizzata in sei anni (dal ’71 al ’77) per problemi di budget, ambientata in una Filadelfia industriale spettrale e squallida permette a Lynch di parlare di una città che ha amato molto perché ‘sporca, corrotta, malata, con le sue fabbriche e quegli ambienti improbabili’. Città amata come Los Angeles, ‘luogo della luce, una luce fantastica, senza confini né limiti, un posto dove si è liberi di seguire i propri sogni. L.A. è la casa del cinema e quando là fiorisce il gelsomino allora è tempo di sognare’. Ed è proprio la città degli angeli che dà modo al regista di citare Sunset Boulevard di Billy Wilder, una delle pellicole che ama di più. ‘E’ un film meraviglioso e triste, racconta della Golden Age di Hollywood e rappresenta in maniera splendida gli interni, una scenografia bellissima, una storia triste che ti restituisce proprio il senso dei luoghi.’

Racconto del cinema e non solo. A volo d’uccello si sfiora il mondo della pittura, e Lynch pittore a sua volta cita Francis Bacon come suo artista preferito per poi approdare a Edward Kienholz, alle sue sculture e installazioni.

Tornando a parlare di cinema e di tecnica Lynch afferma che ‘La celluloide è bellissima, ma è pesante, frangibile, si rovina, si sporca. Oggi apprezzo anche il digitale, un mondo meraviglioso che si avvicina a quello della pittura, l’immagine si può manipolare come un dipinto sulla tela’.  Uno dei momenti più intensi della serata si raggiunge quando Lynch parla del mondo onirico. ‘Amo il sogno, e il linguaggio del cinema può essere in grado di raccontarlo. Di solito quando si sogna, dopo, si cerca di raccontare il sogno ma non ci si riesce, manca il linguaggio adatto per descriverlo. Ecco, il cinema lo può fare’. A supporto di quanto dice, parte lo spezzone tratto da 8 ½ di Federico Fellini alla fine del quale Lynch ricorda i suoi due incontri con il maestro romagnolo e, in particolare l’ultimo, avvenuto pochi giorni prima della morte di quest’ultimo. E’ un racconto accurato e dolce, la sua voce si fa più morbida, le parole escono fuori lentamente, lascia volutamente spazio tra una frase e l’altra, come a sottolineare quei momenti. Ricorda Fellini in ospedale, su una sedia a rotelle, che parlava del cambiamento del cinema, e di quanto egli non si riconoscesse più in quel cambiamento. ‘Era triste, anche perché i giovani non si ricordavano più di lui. Dopo pochi giorni morì’.

Così finisce il ricordo, nella sala c’è silenzio e poi un grandissimo applauso. A quei due maestri del cinema, a quella narrazione tenera e affettuosa. Applauso che aumenta, lunghissimo, scandito dal nome del regista, quando Paolo Sorrentino, chiamato sul palco, consegna a Lynch il premio. Siamo tutti in piedi, e David è lì, lasciato solo a ricevere l’omaggio di una platea entusiasta. Porta la mano sul cuore, guarda la marea urlante di entusiasmo quasi con rispetto, con incredulità. Io, al buio, con il groppo alla gola, torno improvvisamente indietro agli anni 80, a quella ragazza che canticchia Blue Velvet mentre si trucca le labbra di rosso fuoco.

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