Per Armanda.

Armanda, che a quindici anni una mattina di Primavera del 1929 si vestì a strati mettendosi addosso tutte le poche cose che aveva e scappava di casa per sposare il suo amore, Tullio, di pochi anni più grande di lei.

Armanda dagli occhi color delle viole e la pelle alabastro, i capelli chiari raccolti all’indietro con le ciocche ribelli che le incorniciavano il viso, innamorata pazza che in silenzio si prendeva le botte del padre e ingoiava gli insulti della madre, perché non ci si innamorava di uno spiantato senza famiglia e senza un soldo. Tullio però era bellissimo, con quei capelli neri, folti e lucidi e gli occhi da falco, e le voleva bene.

Armanda, che con il figlio in braccio s’imbarcava nel 1933 per l’America, sola e affamata in cerca di Tullio che intanto stava lì a lavorare e a farsi un’altra vita con chissà chi. Senza soldi, senza nessuno che l’aspettasse lei arrivava con il bimbo al collo e la sua bellezza devastante e recuperava il marito che, per l’emozione, si fece venire la febbre a 40.

Armanda, che per sbarcare il lunario, vendeva centrini di cotone all’uncinetto agli angoli delle strade di Detroit, sentendosi più ‘nera’ delle tante donne nere che le camminavano intorno, ma sempre a testa alta e il sorriso di chi ce la farà e la vita è meravigliosa.

Armanda, che un pomeriggio di fine estate alla festa degli immigrati italiani in un parco sul lago Huron, affrontava e buttava a terra quella che aveva preso il suo posto nel letto di Tullio mentre lei era lontana, oltremare. Una pantera dagli occhi viola che non dimenticava mai.

Armanda, sempre accanto al suo uomo a consigliarlo negli anni del dopoguerra quando era così facile, per gli uomini di buona volontà, fare affari e ‘make money’. Tullio era l’uomo, la facciata, il braccio, ma lei era la mente, il segugio. Imparò l’inglese alla perfezione, imparò a vestirsi in un certo modo, a pettinarsi, a truccarsi un po’, sempre poco ma iniziò ad adorare i rossetti che con quella pelle d’avorio le stavano d’incanto. Osservava molto, ascoltava e parlava poco.

E poi cominciarono ad arrivare i primi appalti, i primi grandi contratti, lui partito come muratore e arrivato ad essere uno dei più quotati costruttori del Michigan.

Armanda, che tornava in Italia per le vacanze estive, al suo paese con la Cadillac decappottabile e i figli che intanto erano diventati quattro, due maschi e due femmine: due con i capelli neri di Tullio e due con la pelle alabastro della mamma e i capelli chiari, ma gli occhi no, nessuno aveva quei bagliori viola mai visti. In paese era diventata una divinità, una sorta di madonna dalle fattezze quasi scandinave che scintillava di oro e diamanti, in particolare quella goccia di quaranta carati che sprizzava luce purissima dall’anulare sinistro.

Armanda, che per lei la famiglia era tutto ed era grande, immensa, raccoglieva, marito, figli, fratelli, nipoti, cugini, altri nipoti, insomma lei si sentiva come una Grande Madre, amorevole e generosa però anche severa e imparziale. Distribuiva consigli che suonavano come ammonimenti insieme a regali e buste rigonfie di dollari. Lei c’era sempre, e sorrideva munifica dal suo trono di stucco dorato e velluto rosso, assisa in uno dei suoi tanti salotti Luigi XVI nella villa di Mount Clemens.

Armanda, che per le nozze del suo ultimo figlio sedeva tra il Governatore dello Stato del Michigan e un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, entrambi suoi ospiti. Chissà se in quei momenti ricordava i centrini di cotone venduti agli angoli delle strade o alla traversata atlantica con il bimbo al collo mentre fuggiva dalla fame e dallo status di donna se non abbandonata, quasi sicuramente dimenticata dal suo uomo ‘disperso’ al di là dell’oceano. Sorrideva, mentre annuiva ai discorsi di tante celebrities accorse per l’evento di cui, poi, si parlò per mesi. Sorrideva mentre con lo sguardo accarezzava tutta la ‘famiglia’, il suo sangue come la chiamava lei.

Armanda, di cui porto una buona parte di quel ‘sangue’ e a cui penso spesso nei momenti complicati, tormentati, a cosa avrebbe detto o fatto al posto mio, a quello sguardo viola, alla bellezza che emanava e alla sua forza e fede che il mondo è sempre e comunque nelle nostre mani e nel nostro cuore.

Oggi, Armanda, il mio otto Marzo è per te, ovunque tu sia.

 

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