Per la prima volta in 226 ci sarà una donna a capo di Wall street.

Il New York Stock Exchange, la più grande Borsa valori del mondo, ha nominato una donna presidente: Stacey Cunningham, attuale Chief Operating Officer, oggi succederà a Thomas Farley come numero uno del Big Board.

In 226 anni di storia, i “lupi” di Wall Street non erano mai stati guidati da una donna. Neanche nei pensieri più remoti. Da oggi, invece, avranno un nuovo capobranco al timone del Big Board, o, per dirla meglio, un comandante in gonnella. Stacey Cunningham, questo è il nome della quarantatreenne, attualmente chief operating officer, che sostituirà Thomas Farley al vertice della borsa di New York.

Arrivata nel mondo delle finanze nel 1994 come stagista mentre studiava in Pennsylvania ingegneria, alla Lehigh University, fu assunta due anni dopo.

All’epoca solo due donne lavoravano al New York Stock Exchange, in mezzo a circa mille uomini. Il bagno era stato, praticamente, ricavato in un vecchio gabbiotto del telefono, mentre quello dedicato agli uomini aveva divani, ogni tipo di comfort ed un inserviente fisso. Oggi non ci sono differenze. Dopo due anni di tirocinio, la Cunningham ha fatto dei passaggi prima come impiegata e poi come intermediario con funzioni di market making. Dal 2007 al 2012 ha lavorato al Nasdaq per poi tornare al Nyse dove in meno di un anno è stata promossa a capo delle vendite, del management delle relazioni e poi nel 2015 chief operating officer.

Wall Street cambia totalmente. Così è arrivata la sua nomina, a compimento di una lunga cavalcata verso il successo. Un processo che comunque si scontra ancora quotidianamente con un universo tutt’ora molto maschilista.

Mi sembra un bel segnale di apertura e modernità questo di Wall street, che, se raffrontato alla situazione nostrana, non trova confronti. Purtroppo in Italia siamo ancora, tristemente, lontani da simili traguardi! Basti pensare che in Italia, per una donna, realizzarsi nel lavoro è più un miraggio che una possibilità concreta. La carriera è una strada in salita. La conciliazione tra vita privata e vita professionale è una vera e propria corsa a ostacoli.

Internations, la più grande community di expatriates al mondo, ha rivolto la domanda a circa 7 mila donne che hanno lasciato i propri paesi per vivere e lavorare in 168 Stati diversi del mondo. Volete sapere che posto occupa l’Italia nella classifica delle “Top 10 Countries for Career Women”? Il sessantesimo. Penultima, prima delle Grecia.

Prevedibile? Forse. Giustificabile? Non più. Anche perché a guidare la classifica, a parte gli Stati Uniti, ci sono paesi come il Messico, il Myanmar, la Cambogia, il Bahrain, la Nuova Zelanda, il Kazakistan, la Gran Bretagna, il Kenya e l’Irlanda.

Tre gli indicatori presi in considerazione dalle intervistate: il livello salariale, la soddisfazione per le prospettive di carriera e l’orario di lavoro settimanale a tempo pieno. Negli Stati Uniti, il primo indicatore raggiunge una soddisfazione del 62% e il secondo del 64%.

Le opportunità di carriera sono incredibili ! Il 16% delle donne, infatti, dichiara di avere un reddito familiare lordo annuo di oltre 150 mila dollari Usa, il doppio rispetto alla media globale. Anche se un neo c’è: l’orario di lavoro settimanale a tempo pieno che supera le 43 ore tanto che la soddisfazione per questo indicatore è il più basso, pari al 52%.

Ad affascinare è anche il Bahrain in cui sia il livello salariale che le prospettive di carriera sono valutate con una soddisfazione pari al 65%. E anche il tempo medio di lavoro a settimana è equilibrato, pari a 40,9 ore. Il 93% delle donne che lavorano in Bahrain, infatti, ha un lavoro a tempo pieno, ma il 77% si dice pienamente appagata dal proprio equilibrio vita-lavoro.

Ancora, la Cambogia. Il livello salariale è del 33%, la soddisfazione per le prospettive di carriera al 63%, le ore settimanali di lavoro 42,4. Ma soprattutto, il 26% delle espatriate afferma di aver trovato lavoro da sola e senza difficoltà. Il paese, inoltre, ha il più alto tasso di soddisfazione per l’orario di lavoro (82%) e per la sicurezza professionale (75%).

E si potrebbe continuare così a lungo. Salvo doversi fermare per una doverosa e amara riflessione su quello che un tempo era definito il Bel Paese e che oggi si ferma al 64 esimo posto (su 65 paesi!!!) per possibilità di carriera, al 63 esimo per capacità di conciliazione vita lavoro e al 61 esimo per sicurezza professionale. La felicità personale? Appena al 50 esimo posto.

Meditiamo su questo e pensiamo a Wall street!

stacey_cunningham

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