Personaggi: Caravaggio, Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini.

Proseguono gli appuntamenti con i grandi della storia, dell'arte e della lettaratura...

Caravaggio_ Concerto di giovani

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio

Vita sciaguratissima, tutta eccessiva, errante, perseguitata anche da sè stessa, in sè stessa, mai tregua, mai rassicurata, in urto, anzi, e sul punto del precipizio, in alto, in giù, una guerra, la sua, e la tela la mostra, evidenzia, scolpisce in pittura, dicevo, volti grossi, rudi, braccia forzute, occhi senza bontà, torsioni erculee, drappi rossi che sembrano uscire da un bagno di sangue, e ragazzi femminei, non il femmineo soave di Leonardo, ma un femmineo di ragazzo depravatello, puttanello o briaco nella sonnolenza.

Immaginiamoci nel tempo in cui i committenti, spesso cardinali, avevano ammirato la leggiadria di Raffaello, la potenza di Michelangelo, l’evanescenza misteriosa di Leonardo, adesso in Caravaggio vi è tutt’altra umanità. I personaggi vengono da un altro terreno sociale ed esistenziale. Vengono dalla miseria, dalla sofferenza e non c’è riscatto, o rarissimo.

Prendiamo un quadro, ecco, l’ebreo Saulo che viene folgorato dal rimprovero di Dio, cade, è indifeso, schiantato, una Potenza massima lo abbatte, Saulo guarda da terra, sgomentato, vinto… Il cavallo lo sovrasta, il cielo lo sovrasta, è niente più che un uomo in balia della sorte… Come non vedere la nullità dell’uomo! E San Pietro crocifisso, a testa in basso che egli tenta di alzare, pure in tal caso, un uomo assoggettato, ed i carnefici impietosi ad indaffararsi per dargli tormento… gli altri, gli aguzzini…  Prendiamo la morte della Vergine: terribile morte, niente di  sacro, un drappo rosso sangue, un lutto cosmico… Prendiamo Gesù nella Cena di Emmaus, assorto, in ombra, chiuso nella sua missione… Prendiamo la Madonna di Loreto, una bella giovane bruna, una bella contadina, con una torsione del collo e del corpo che ne segna le forme, il piccolo in braccio, un aspetto difensivo… Un ragazzo grida, morso dal ramarro, grida anche la furente Medusa, e sembrano con il grido mozzato i volti, le teste recise di Oloferne, Golia, Giovanni Battista, la bocca aperta ed il volto feroce ma vinto… Caravaggio sentiva e percepiva la realtà nell’aspetto tragico, dolorosissimo. Nella sconfitta. Ed anche l’aspetto sensuale, maschio-femmina nei ragazzi, e virilissimo negli uomini, splendore e sofferenza della carne, dei corpi. Caravaggio illustra dei corpi viventi, non sono corpi che esistono esclusivamente nella pittura, sono dipinti di realtà. Se Tiziano vecchio e Rembrand spezzano la chiusura dei corpi, i contorni, e li annebbiano nella presenza esterna come a disfarsi, in Caravaggio non vi è disfacimento, i corpi mantengono le loro determinazioni lineari, contenute, ma questi corpi sono morbosi, feroci, malati, presi dalla morte o vivissimi. Caravaggio ha manifestato l’estrema vitalità e l’estrema dolorosità dei corpi, non disfacendoli ma riempiendoli di vita e morte eccedenti.

In Caravaggio il “nero” dello sfondo non è uno sfondo ma il luogo oscuro, buio, in cui siamo immersi e da cui emergiamo come lampi che evidenziano ancor più il buio.

Tiziano da vecchio e Rembrand manifestano la rovina dell’uomo, togliendo ai corpi il contorno e facendovi entrare una lebbra che ne dissolve, ne sbriciola, la consistenza, come non reggessero il tempo e le traversie, in Rembrand specialmente, i volti perdono compattezza e sono penetrati dall’esterno che li sfrangia. Caravaggio rende il tragico in modo opposto, nella delineazione fortissima dei corpi, incide, specie nei volti, segni disperatissimi, un dolore sopraffattivo, incontenibile, sgorgante, che li invade violentemente, laddove il tragico Rembrand è malinconico, afflittivo…

E’ ossessionato dal volto degli uccisi, Caravaggio e li pone in vista sfrontata, dentro gli occhi di chi guarda, una esibizione di orrore, vuole che lo spettatore veda quelle teste mozzate e quel grido rimasto a mezzo ed ora è una smorfia cadaverica. Del resto anche il ritratto che dà di sè stesso sembra esprimere passione sofferta, gli occhi grossi, colmi di interiorità, i capelli contorti, inselvatichiti, un’aria d’uomo preso dalle Furie, sovrastato da un sè stesso che egli non domina.

Taluni “motivi” imperano in Caravaggio, dei volti in primo piano terribili, gettati nello sguardo di chi guarda, e poi taluni dei soggetti, molti i San Francesco, i San Giovanni, i Bacco… Era la committenza a esigerli o era Caravaggio che li sentiva propri? I molti San Giovanni rivelano sempre corpi di ragazzi, una posa femminea, drappi rossi, è l’immagine che  lo coinvolge, quella di un adolescente seminudo, uno scugnizzo, una femminella lasciva e popolana; le varie Cena di Emmaus mantengono sempre Gesù assorto, isolato dagli altri… Il Bacco, altra ossessione di Caravaggio, è malato, vizioso, e quando è gonfio di salute ha l’occhio briaco, svanito…E l’ossessione delle ossessioni, la testa tranciata, esposta, sanguinante…

Ma vi è un ulteriore Caravaggio, in piena salute, sfolgorante, che luccica di vita rinascimentale anche se talvolta la immerge nel mistero, è il Caravaggio della Vocazione di San Matteo, una istantanea che immobilizza per l’eternità la elezione di Matteo da parte di CristoDio; se esiste raffigurazione della presenza divina nell’umano, è in questo quadro, tutto si ferma, la luce, gli uomini, la postura, una sovrarealtà che giunge nella realtà, e stupisce, scolpisce e rende solennissimo quel momento incidendolo per sempre.

Che vita di bestia solitaria tra cani! Sempre fuori misura, fuori ordine, ammiratissimo ma anche respinto, egli del resto niente compiva per essere ben voluto, condiscendente. Depravato nella sessualità, compagno di gente sconnessa, rissoso, omicida, fuggiasco, in una civiltà che manteneva il bello della bellezza, scagliò il bello del brutto, dando a vedere volti e condizioni che i ceti eletti non volevano vedere e meno ancora che fossero posti nei quadri, e tuttavia apprezzati, richiesti… Se uno confronta Caravaggio con i pittori trascorsi, sembra che il sole si sia eclissato: buio, corpi ruvidi, ceffi più che volti, e nessun abbellimento, e persino le raffigurazioni “belle” mantengono una naturalezza corrente, così ne la lettura della mano, nei giocatori bari… La realtà torna a sè stessa. Talvolta il buio domina e avvolge e le figure stentano ad apparire…

Nacque a Milano, e fu battezzato Michelangelo, Merisi, il cognome, 1571.. Tornò a Caravaggio, paese originario della famiglia, al tempo della peste. Morto il padre fu messo a Bottega da Simone Peterzano che aveva lavorato con il Tiziano. Sia i pittori lombardi sia i pittori veneti (Giorgione) formarono Caravaggio. Giovinezza turbolenta, la sua, pare che per sfuggire venisse a Roma, se non venne per trovare occupazione, o per entrambi i motivi. A Roma si fa amico un pittore messinese, Lorenzo Carli, un altro pittore siciliano, Mario Minniti, collabora con un noto pittore, il Cavalier D’Arpino, e viene stimato da un ricco e appassionato d’arte, il Cardinale Francesco Maria Del Monte, che ne acquista opere e lo sostiene e lo fa conoscere. In breve tempo Caravaggio sopravanza tutti , è richiesto, le nobili famiglie, i cardinali, ne vogliono i dipinti, pur se sconvolgenti, e pur se Caravaggio è di tratto litigioso, rissoso, e oltre la legge, per questioni di donne, spesso, o brighe varie, giungendo ad uccidere, in un diverbio, e quindi condannato a morte, con possibilità di poter essere ammazzato da chiunque lo prendesse. Inizia, è il 1606, un perenne terrore di scampare alla decapitazione, con l’aiuto di famiglie nobili va a Malta, cercando di rendersi Cavaliere di Malta, così avrebbe salva l’esistenza, riesce, ma si scontra con un  Cavaliere di Malta di ordine superiore, fugge ancora, Sicilia, Napoli, dove in una rissa è sfigurato, sa che il Pontefice lo sta perdonando, si imbarca per la Città Eterna, ha con sé dei quadri, scende a Palo, la nave con i quadri prosegue per Porto Ercole, tenta di raggiungerla, viene arrestato, si ammala, muore. Vi è chi afferma che sia stato ucciso dai maltesi. In tutta questa corsa da tigre inseguita dai lupi, lascia una eterna impronta di sangue, i suoi quadri, infernale e tracciata con i colori dell’inferno, nerodannazione.

 

Gian Lorenzo Bernini  

Gian Lorenzo Bernini fu il sovrano di Roma e del Barocco, di Roma Barocca. Viene dopo Michelangelo e niente condivide con Michelangelo scultore. Se Michelangelo scolpisce marmi della Grecia classica, Bernini scolpisce i marmi alla maniera ellenistica; maestoso, compatto, austero, Michelangelo, senza aggiunte alle figure; agitato, in movenze, ornato, Bernini, il quale manca della potenza di Michelangelo ma curva, carezza, ammorbidisce le figure, le fa correre, tendere, agitare di sensazioni… Apollo raggiunge Dafne e si vede la corsa di entrambi e Dafne che si cangia in lauro e si inoltra in una condizione che Apollo non può attingere, i due corpi si spingono oltre, Dafne fugge ancora, tutto è spostato in avanti… E’ un agitarsi furioso quello di Ade, ancora una volta per afferrare una donna, Proserpina, e in Ade c’è volontà strenua di possesso, in Proserpina timore angosciato di venir posseduta, e noi vediamo, sentiamo la violenza della rapina, il timore della rapina; Santa Teresa è estatica, gode di essere trafitta, è una trafittura carnale, un’estasi di orgasmo, una santità erotica, è una Santa, Teresa, ma è una donna nel suo piacere di donna… La maestosa, scenica fontana di Piazza Navona, il ritratto scultoreo di Ludovica Albertoni, anche lei in deliquio femminile, lo scatto del David… La scultura classica non aveva espressioni di emozioni momentanee, specifiche…Il volto ed il corpo erano al di sopra delle circostanze. Invece, nell’alessandrinismo, nel periodo ellenistico il corpo ed il volto sono congiunti a delle circostanze, un sorriso, la smorfia, al dunque, Bernini è ellenistico, Michelangelo classico, Bernini è meno statuario di Michelangelo, Bernini è più momentaneo, delimitato, circoscritto di Michelangelo ma è più agile, più mosso… E’ la differenza dell’arte classica con l’arte ellenistica, tra il temporale e l’eterno, l’assoluto ed il relativo, l’essere e il divenire….. C’è il Bernini della Controriforma, che fa di Roma Cattolica la Roma Imperiale, il Colonnato che cinge il mondo nella rotondità comprendente delle due braccia davanti a San Pietro, il grande baldacchino di San Pietro, la torsione bronzea, imperiosa, da centro della terra. Questo Bernini consentì al Cattolicesimo di sfidare la Riforma non nelle concezioni teologiche, che sono sciami di parole, ma, di più, nell’arte sacra, e vinse.

Se Caravaggio è un artista dannato, Bernini è un sovrano incoronato dell’arte. Predilettissimo da Urbano VIII, conteso, prepotente… Perfino un tentato omicidio sul fratello, amante dell’amante di Gian Lorenzo, non ne invalida la sorte,  cardinali, pontefici, committenti esigevano le sue opere da non condannarlo. Non ci esauriremo nel dire che quelli furono tempi nei quali l’artista  dominava pur essendo dominato, dominava i suoi dominatori,  perchè vi era il sentore della qualità, si che il “padrone”, cardinale, pontefice, re, banchiere che fosse, obbediva all’artista migliore per essere egli pure reso nell’eccellenza. Bernini visse in pieno i trionfi del suo talento, ritrattista in scultura, architetto non sempre riuscito ma grandioso quando riesce, scultore di arte sacra cattolico-pagana segnò la sua epoca, fu l’anticaravaggio, il lato lucente del barocco. Era nato a Napoli nel 1598, morì a Roma nel 1680.

 

Francesco Borromini  

Questa materia piegata, slanciata, variata, che perde in nitida, asciutta, austerità ma si arricchisce di ondulazioni, nicchie, orpelli, luci, oscurità, ombre, sfolgorii, modificazioni sorprendenti, convessità, concavità, colonne giocate, è Francesco Borromini a immaginarla e manifestarla, e non la abbiamo soltanto in scultura ma pure in architettura, ed è Francesco Borromini a forgiarla, ripeto. Lo spettatore deve essere preso dal sorprendente, dall’invenzione inaspettata, la Chiesa vuole sbalordire, farsi ammirare dal fedele. L’arte diventa, di nuovo, lo strumento essenziale della religione. Un’arte, però, fantasiosa, che attrae per il sorprendente, lo strabiliante. Borromini è architetto e soltanto architetto e suscita questa nuova architettura dai mille ritrovati, agisce sugli  edifici come fossero scultura, li muove al suo bisogno espressivo, li modella senza alcun riguardo per il consueto. Le facciate erano piatte? Ed egli le concava. I campanili rigidi? Ed egli li scalina. Ama il bianco e la luce che sfarza il bianco. Niente resta senza tocco. E’ un gioco ricchissimo, vatiatissimo, non gravoso, però, non ha pesantezza il barocco di Borromini, del resto, in Italia, il gravume non esiste. Gli spagnoli, i tedeschi appesantiscono. Chiese, edificò Borromini, sopra tutto Sant’Ivo, San Giovanni in Laterano, da lui risistemata, San Carlo, Piazza Navona… Tanto per dire. Ebbe vita difficile, specie per l’urto con il Bernini. Morì suicida, ma non è sicura la tradizione del fatto. Era nato nel 1599. La morte avvenne nel 1667.

 

 

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