Personaggi: Lev Tolstoj e Mahatma Gandhi.

I principi fondamentali del pacifismo di Lev Tolstoj: nonviolenza, non resistenza al male, non-collaborazione, antimilitarismo, lavoro manuale per il pane, riscoperta del lavoro agricolo. Nell'autobiografia Gandhi scriverà: "La sua lettura mi entusiasmò. Ne ebbi un'impressione indimenticabile. A quel tempo io credevo nella violenza. Quel libro mi curò dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell'ahimsa".

Sergio Michilini BUONGIORNO-SIGNORI-TOLSTOJ-E-GANDHI-2012-olio-su-tela-cm.70x73

Potrebbe l’uomo vivere senza compiere il male? Potrebbe l’uomo vivere in pace, almeno tra gli uomini? E se il male esiste, potrebbe eliminarlo, e come? Paradossalmente le religioni sono pessimiste a proposito. E si comprende la ragione. Se l’uomo fosse buono, la presenza di un Dio o degli Dei non avrebbe importanza, l’uomo basterebbe a sè stesso. Se l’uomo è anche malvagio o del tutto malvagio un Dio o gli Dei sono necessari, per punirlo o per soccorrerlo. Vi sono concezioni complicate, l’uomo è buono per natura ma la società lo rende cattivo, l’uomo è nato buono dal creatore (Dio)  ma diventa cattivo perchè esercita male, al male la libertà, si tratta di concezioni complicate, giacchè non spiegano come mai esiste la possibilità della scelta del male se in natura tutto è buono o Dio ha fatto solo cose buone. Alcune spiegazioni non sono convincenti, ad esempio quella di ritenere la proprietà privata causa della malvagità, o di ritenere il sentimento della disuguaglianza all’origine del male. Infatti, vale ripeterlo, se in Natura o da Dio veniva solo il bene non è concepibile che nascano la proprietà privata o il sentimento della disuguaglianza (inferiore/superiore). E’ assai problematico cogliere come mai nasca il male, se sia rimediabile, se sia esistito un uomo senza male… Prendiamo l’uomo per come è, un ente che compie ogni azione, talune a suo vantaggio ed a vantaggio altrui, talune a suo vantaggio e non a vantaggio altrui, talune a vantaggio altrui ma non a vantaggio proprio, talune né a vantaggio proprio né a vantaggio altrui. Chiamiamo “bene” le azioni a vantaggio proprio e altrui, ma possiamo chiamare bene anche le azioni a solo nostro vantaggio, le azioni a solo vantaggio altrui, certo non è bene una azione contro il vantaggio nostro e altrui. Purtroppo è impossibile stabilire valori morali universali e certi. I popoli hanno concepito tutte le formulazioni, ma si esauriscono nel tempo, e sono difformi. Non meno complessa è la concezione della reazione verso chi fa del male. In tempi lontani la formula era netta, a chi ti fa del male fai un male corrispettivo: Occhio per occhio, dente per dente. E ciò in forma personale o di gruppi. Era un risarcimento fisico, vendicatore. Si ebbe poi un risarcimento monetario; si passò alla giustizia in mano allo Stato non più come vendetta privata. Si abolì il risarcimento corporale. Ma vi furono anche convinzioni che ritenevano, e ritengono, il perdono, la non avversione a chi ci fa del male, il ricevere  il male sapendolo sorpassare, addirittura l’amare il nemico, modi di comportarsi opportuni. Vi è anche la convinzione che ad amare chi fa il male, il malvagio si redima… Non sono convinzioni identiche, pure se condividono la certezza che replicare al male con il male suscita una riproduzione infinita del male.

Limitiamoci alla realtà conoscibile senza tentare di cogliere se l’uomo nasce buono, se è la società a incattivirlo, se replicare al male con il male è un male, se amare il malvagio lo sana… Vediamo piuttosto quali concezioni hanno dominato a riguardo.

Il Pacifismo è di variata attuazione. Vi è un pacifismo totale che rinuncia ad ogni reazione e accetta di soccombere pur di non rendere male per male. Il cristianesimo come venne vissuto da Cristo è tale, in effetti Cristo dichiarò: Chi di spada ferisce di spada perisce; affermò che occorre farsi dare uno schiaffo anche nella guancia non schiaffeggiata; che bisogna amare chi ci odia, ed Egli per primo non compì gesto contro chi lo colpiva e lo uccideva, anzi, all’estremo chiese al Padre (Dio) di perdonare coloro che lo sacrificavano “perchè non sanno quello che fanno”, ma c’è da supporre che li avrebbe perdonati anche se si rendevano conto di fare il male. In effetti i cristiani all’inizio non accettavano di combattere, piuttosto il martirio, che uccidere, neanche in guerra. Era un atteggiamento presso che inesistente nell’Era non cristiana. Il Guerriero costituiva una soggettività rilevantissima nell’antichità: una casta nell’Induismo, con il dovere di uccidere, per i Greci ed i romani non combattere significava non difendere la Patria, una vergogna forse più ignobile del parricidio o matricidio. Il non guerriero, colui che si arrendeva, fuggiva, riceveva disprezzo, esilio, morte ignominiosa. Con il tempo, e per ragioni insopprimibili, il cristianesimo mutò convinzione e stabilì che chi combatte per la fede ne ha libertà, addirittura obbligo, concepì il soldato cristiano, non soltanto per difendersi ma per estendere la fede, del resto nell’Islamismo la guerra a fini di propagazione religiosa era basilare, sì che i cristiani sarebbero stati colpiti indifesi o avrebbero consentito agli altri la diffusione, quindi si ritenne, anche da parte cristiana, che non fosse male non soltanto difendersi ma ampliare combattendo la fede, una sorta di cristianesimo islamico.

Il pacifismo assoluto, l’indifesa, il disarmo da una sola parte, sono, come scelta di un intero paese, rischiosi all’estremo. La certezza che se siamo indifesi non saremmo attaccati perchè non faremmo paura, di non essere colpiti perchè disarmati, quindi non nella condizione di compiere violenza, si può capovolgere, potremmo venire assaliti appunto perchè indifesi, disarmati. Che colui il quale non aggredisce non venga aggredito, è una ipotesi non accertata né accertabile per sempre. Che il buono, l’amorevole suscitino bontà e amorevolezza, è anch’essa opinione non universalizzabile nel tempo e nello spazio. D’altro canto vi sono situazioni in cui presso che naturalmente, insorge la risposta violenta alla violenza. Situazioni così degenerate che non impedirle, anche con la forza, è impossibile, qualcosa insorge dentro l’uomo che non può rimanere inerte o soltanto offeso. Il pacifismo assoluto, negatore anche della legittima difesa, è una convinzione difficilissima a mantenersi e con il pericolo di ottenere l’effetto opposto: consente al violento di spadroneggiare senza opposizione. In ogni caso sarebbe un comportamento di singoli o di gruppi, difficilmente un popolo riuscirebbe a sostenersi. Se lo facesse, sarà quel che sarà, è una scelta, e se ne avranno le conseguenze. Più consueta, la legittima difesa. Difendersi se aggrediti. Essa è riconosciuta presso che da tutte le società, sia nei rapporti privati, sia nei rapporti collettivi, internazionali. Anche in tal caso vi sono complessità: la proporzionalità tra offesa e difesa, le cause dell’offesa, per dire, tutte situazioni da valutare, in linea di massima  la difesa legittimata dall’essere aggrediti è, con le circostanze da considerare, legittima, appunto. Ma la non violenza, la disubbidienza civile, la non replica al male con il male, non costituiscono né pacifismo assoluto, né legittima difesa, vanno considerate attività con specifiche caratteristiche da precisare. Se un soldato si rifiuta di combattere (obiezione di coscienza) siamo in una situazione diversa dal non reagire al male o dalla legittima difesa, in tal caso si tratta di non volere fare il male (uccidere); così come la disubbidienza civile significa non rispettare una legge che si ritiene ingiusta, ad esempio, non eseguire un ordine ritenuto ingiusto, o fare qualcosa che la legge proibisce ma che è considerato giusto fare. Ecco il terreno in cui si mossero Leone Tolstoj e Gandhi.

 

LEOV TOLSTOJ (1828-1910)

Nato da una famiglia aristocratica, russo, conte, ritenuto uno dei maggiori narratori di ogni tempo, autore di romanzi celeberrimi, la vastissima epopea della lotta della Russia contro Napoleone, una sorte di Iliade moderna, la guerra patriottica, la guerra del popolo russo, “Guerra e Pace”, e di altri famosi romanzi, “Anna Karerina”, storia di una donna dall’infelice matrimonio e dai tragici amori adulterini; “I racconti di Sebastopoli”, che riguardano la guerra della Russia contro la Turchia; “Resurrezione”, sul riscatto morale di una persona “peccatrice”; “La potenza delle tenebre”, dramma sulla rovina alla quale conduce la dissoluzione; “La morte di Ivan Ilijc”, la fine di un vecchio abbandonato da parte di chi dovrebbe amarlo; i testi biografici, i Diari… Solo un cenno… Ci interessa, ora, il Tolstoj che cerca di dare una risposta al male, al comportamento dell’uomo, il Tolstoj preoccupato della società e della morale, il Tolstoj che intende trovare il giusto modo di vivere. Questa preoccupazione è nelle opere letterarie, vi dominano il contadino paziente, sopportatore, fidente in Dio, generoso, non passivo, non succube ma operosamente buono, ed anche qualche figura di aristocratico, sebbene, dicevo, l’errore, la malvagità, hanno tremendo campo in Tolstoj, lo scontro morale è basilare in lui, come nel suo eccellente contemporaneo Fiodor Dostoievskij. Ma anche nella vita diretta, pratica, Tolstoj vuole affermare le sue idee, è nettamente contro la guerra, è nettamente contro il capitalismo, vagheggia una sorta di comunità senza ricchezza personale, al punto da voler lasciare i suoi beni ai contadini con totale avversione della consorte, Sofia, giungendo ad un conflitto familiare che lo farà allontanare dalla famiglia, ormai ottantenne, morendo in una stazione ferroviaria, Astopovo. Anche contro la Chiesa Ortodossa ufficiale ebbe urto, e con lo stesso zarismo. Avversava i privilegi, la miseria del popolo. E’ il primo attestatore, a livello mondiale, della disobbedienza civile e della non resistenza violenta al male, del rifiuto della guerra fino a concepire il disarmo da una sola parte, fautore di una religiosità senza chiese, ispirandosi al Discorso della Montagna, di Gesù.. Fu vegetariano. La sua influenza sul pensiero “non violento” è totale, segnatamente su Gandhi.

 

GANDHI  

Mohandas Karamchard Gandhi nasce nel 1869 da famiglia benestante nella condizione di mercanti, sebbene i suoi ascendenti fossero uomini politici. Quando diverrà il fondatore dell’India sciolta dal dominio britannico verrà chiamato Mahatma, Grande Anima, e così è conosciuto universalmente. Sposò a tredici anni una ricca tredicenne, con il consueto matrimonio precoce e stabilito dalle famiglie. Studia giurisprudenza, si trasferisce in Inghilterra, gli era morto il padre e successivamente la madre, alla quale era assai legato. Una ditta indiana, che svolgeva attività in Sudafrica, sotto amministrazione inglese, lo invia in tale Paese dove esiste una immigrazione indiana. Gandhi, che non aveva alcuna esperienza sociale, si imbatte nell’Apartheid, la esclusione di negri e indiani da attività permesse ai bianchi e nella discriminazione. E’ la “rivelazione” che lo scuote e lo induce alle iniziali ribellioni: viaggiare dove è proibito, non accettare di venire scacciato, ricevere anche percosse ma restare disobbedienti, non reagendo violentemente. Alcune letture lo influenzano, di John Ruskin, di Herry David Tourea, e, in anni successivi, la corrispondenza con Leone Tolstoj. E di certo, lo influenzano aspetti del giaianismo, del buddhismo, dello stesso induismo. In India e in Sudafrica, Gandhi ormai ha precisata la sua esistenza: la disubbidienza civile. Compra terre, in Sudafrica fonda una comunità, povertà, castità, uguaglianza, lavori anche “sporchi”, si oppone a leggi che intendono schedare gli immigrati indiani in Sudafrica, a leggi che impediscono i matrimoni misti, sempre con metodi non violenti e subendo eventualmente violenza e condanne. Il risultato di queste lotte è che l’opinione pubblica coglie la non violenza di chi protesta e la violenza di chi si oppone alla protesta. Ne viene che il potere inglese cede sui matrimoni misti e su certe tassazioni agli immigrati. Torna definitivamente in India nel 1915, fonda la Satyagraha Ashram, i membri, uomini e donne, fanno decisione di celibato, povertà, di lottare per il popolo, di comunità, di non violenta disobbedienza civile. Gandhi tuttavia si schiera per la partecipazione degli indiani nella guerra, la Guerra Mondiale del 1914-1918. Si batte per porre termine all’emigrazione indiana in Sudafrica, chiede che i contadini possano coltivare terreno per il loro sostentamento non per prodotti di esportazione in favore degli inglesi, si impegna per l’abolizione di imposte che la gente non riesce a pagare. Nel 1919 l’Inghilterra prolunga leggi che negano le libertà come se ancora vi fosse la guerra. Gandhi organizza uno sciopero nazionale. Gli inglesi uccidono degli indiani, Gandhi viene arrestato. Le sue convinzioni si ampliano, non soltanto disobbedienza non violenta a leggi ritenute ingiuste, ma anche boicottaggio, sia nella vita civile sia nel commercio, in specie del tessile, con l’invito agli indiani di farsi gli abiti da loro, e, fondamentale, di rendersi autonomi economicamente. E’ un periodo turbolento questo, anni venti, accade un massacro da parte indiana sugli inglesi. Gandhi se ne addossa la colpa, viene condannato, 1922. Era diventato, nel 1921, Presidente del Partito del Congresso Nazionale Indiano. Uscito di prigione, si dedica a iniziative di bene sociale, igiene, povertà… Ma la questione dell’indipendenza dell’India è costante, insieme ad ulteriori problemi specifici. Rilevante quella riguardante il sale, il cui prezzo viene accresciuto. Gandhi suscita la Marcia del sale, 380 chilometri a piedi. Ne nasce una repressione da parte inglese, migliaia e migliaia di indiani imprigionati. Si giunge ad un accordo, nel 1931, il sale non è aumentato di costo, gli indiani possono boicottare i tessuti, ma cessa la generalizzata disobbedienza civile. Gandhi fa ulteriori battaglie, ed inventa, per dire, la protesta con il digiuno, poi adottata da altri “disobbedienti civili”, il caso è dovuto alla protesta di Gandhi perchè i paria, gli intoccabili, erano dagli inglesi posti, nel voto, a parte, separati. Siamo agli anni determinanti dell’esistenza di Gandhi e degli scopi che si era proposti, fondamentale, dicevo, l’indipendenza. Si avvicina il tempo della Seconda Guerra Mondiale, Gandhi vuole che gli indiani si associno all’Inghilterra ma il Partito del Congresso è contrario e pure Gandhi si convince che non può associarsi all’Inghilterra che combatte per la propria libertà se l’Inghilterra non concede agli indiani la libertà. In India si forma una fazione favorevole alle dittature (Germania, Italia) in quanto nemiche dell’Inghilterra. Le reiterate richieste di indipendenza vengono respinte, vi sono anche repressioni violentissime da parte inglese e risposte violente dagli indiani, che perfino Gandhi giustifica, a tal punto gli inglesi li opprimevano. Muore la moglie di Gandhi, compagna di tutte le imprese, infine, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Inghilterra cede, ed è l’Indipendenza. Ma è una indipendenza drammatica. Gli inglesi avevano fomentata la contrapposizione degli induisti contro i musulmani, vicendevolmente. Si crea il Pakistan, musulmano, separato dall’India. Sorge la questione del Kashmir, a popolazione musulmana, ampiamente, ma che infine è associata all’India. Oltretutto l’India non vuole pagare una somma che, nell’accordo di separazione, doveva dare al Pakistan. Gandhi esige che la somma sia data e digiuna fin quasi a morire. Il Congresso cede. Ma un fanatico induista, considerando Gandhi un traditore, lo uccide, è il 1948.

 

CONSIDERAZIONI.

Può conoscere, può definire l’uomo se stesso? E come? Molti hanno definito l’uomo o creduto di cogliere il “chi è” dell’uomo. E’ un animale bipede implume, come stabiliva Platone? In tal caso non si distinguerebbe dagli altri animali se non per essere implume ed eretto.

Aristotele lo differenzia dagli animali, sostiene che l’uomo è un animale politico, vale a dire associato, con delle regole. Vi è chi ne rileva la razionalità, chi la moralità. E quant’altro. In generale si intende differenziare l’uomo dagli animali. Taluno sostiene che l’uomo è esterno alla Natura, l’animale interno; l’uomo agisce, l’animale è agito; l’uomo sceglie, l’animale ha determinazioni imposte dalla Natura e le compie per istinto. La divisione tra istinto e volontà libera è corrente. Ma addirittura non ci si appaga di un uomo libero di scegliere laddove un animale vivrebbe di adempimenti imposti dall’istinto. Vi è chi solleva l’uomo, quale entità oltrenaturale. L’animale sarebbe un mezzo per un adempimento determinato dalla natura, dunque l’animale non vuole, è imposto dalla natura, mentre l’uomo, ripeto, ha volontà, l’animale subisce la volontà della sua natura, non può fare diversamente. Eppure, come accennavo, a taluni questa differenza non basta, l’uomo non sarebbe soltanto libero, volente e  razionale, l’uomo sarebbe anche e soprattutto “spirituale”. Questo il vero, sostanziale motivo che porterebbe fuori dal regno animale l’uomo. L’uomo non appartiene al mondo animale bensì al regno spirituale: sceglie, è libero, si autodetermina, è cosciente di sè, ha dei fini voluti, è capace di concetti, ha la parola… Qualità estranee al mondo animale. Tenendo anche conto, che, se all’apparenza gli animali possono comportarsi come l’uomo, in effetti la società degli animali e la società umana sarebbero dissimilissime. Gli animali non farebbero “società” per la mancanza di scelta libera, per la  mancanza di autodeterminazione…

Ma la libertà di scegliere, ammesso che esista e non sia invece complessità di pulsioni nelle quali prevale la pulsione più forte che definiamo libero volere, ebbene, la libertà di scegliere, comporta o comporterebbe la possibilità di fare il male. Insistere sulla diversità, singolarità dell’uomo, non tiene in conto che se l’uomo è libero, l’uomo fa convintamente il male. E’ un segno di “superiorità”? Nessun animale ha inferto e infligge più danni alla Terra degli uomini, i quali fanno a paro con gli eventi naturali. E, almeno dal punto di vista oggettivo, gli animali sono moralissimi. Il senso materno è presso che universale negli animali, frequente il senso paterno, la solidarietà di gruppo, spesso potentissima, anche tra animali ripugnanti come le iene, il senso gerarchico è cruciale e “meritato”, la relazione madre/ figli, straordinaria perfino nei coccodrilli, nelle tigri, le coppie spesso sono indissolubili e scambiano compiti in modo esemplare, così le aquile, i pinguini, la distinzione delle attività, netta… Considerare tutto ciò di rango inferiore perchè non dovuto a libera scelta, sarà, ma contano i fatti. E  poi, che valore ha dichiararci o meno liberi se il risultato è il massacro eventuale dei nostri simili?

Sul terreno affettivo e comportamentale le differenze tra uomo ed animale sono impercettibili e problematici. A tal punto perveniamo al paradosso accennato. L’uomo spesso sceglie il male, proprio ed altrui, molto al di là del “male”, dovuto alla sopravvivenza negli animali. Difficilmente un animale supera l’uccisione per il nutrimento, l’uoma fa di peggio. Paradossalmente, ripeto, l’uomo “morale” è più immorale dell’animale che non starebbe nella sfera morale. Questi i fatti, che poi gli animali hanno il merito di comportarsi spesso meglio degli uomini, non avrà un valore morale, ma di certo l’uomo non ha da vantarsi di essere, quando lo è, malvagio, perchè dimostra la sua libertà. Una libertà che consente un maggior compimento di male é una rovinosa libertà.

Ciò detto, che fare nel caso di violenza esplicita, diretta, che mette a rischio la vita, i beni di singoli o di popoli? E’ legittima la difesa o pur di rispettare il principio di non rendere male con male, forza contro forza, occorrerebbe ricevere? E se il ricevere è a prezzo della nostra vita? E’ il punto incerto dei movimenti di non violenza. O si considera la risposta difensiva al male difesa legittima? Non è del tutto comprensibile ciò che i non violenti propongono a riguardo. Di sicuro è possibile subire il male e non reagire, ma attendersi che ne venga bene da parte di chi vuole farlo in quanto la non aggressività genererebbe non aggressività, è arduo supporlo. Forse, l’uso della violenza, occorre giudicarla o meno opportuna, caso per caso, e non farne una condizione assoluta per ogni evenienza. E tuttavia un principio generale è indispensabile. Allora, anche a prezzo della nostra morte non reagire al male? Non credo. Quando siamo in condizione di poter essere uccisi è giustificato uccidere. Ma se vi sono uomini che preferirebbero morire non reagendo, chi può contrastarli e perchè? La vita è proprietà esclusiva di ciascuno per natura, non concessione sociale.

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