Personaggi: Luigi Pirandello.

Luigi Pirandello è, con Giovanni Verga, il più siciliano degli scrittori siciliani.

Alla fine della vita, Luigi Pirandello credeva soltanto alla morte. E la morte peggiore, la distruzione del corpo, persino, bruciato, polverizzato, messo al vento. E nessun funerale di onore, nessun commiato celebrativo dell’umanità nei suoi confronti. Una separazione categorica tra sé e gli altri, una non appartenenza al genere umano ed alla società. Da anni cercava la distruzione, non quella fisica, che poi gli verrà con acre gioia, dalla morte, ma la distruzione dei “valori”, irrisi, discussi, sovvertiti, e sempre al negativo. La verità della conoscenza? Da beffarsene. I principi morale certi? Da schiattare. Non credeva più, se mai avesse creduto che l’uomo avrebbe potuto raggiungere un risultato confortevole, apprezzabile, approvabile. L’uomo di Pirandello stava tra la pazzia reale, la pazzia volontaria, la mascheratura imposta dalla società o scelta. Indossava questi abiti e continuava il teatro dell’esistenza, che il teatro della scena riportava perfettamente, ciascuno a recitare un ruolo. Ma non come si intendeva nel passato, che la vita è un vivere teatrale, no, la vita è un vivere teatrale perchè la società ci impone dei ruoli ai quali non vorremmo, spesso, dare espressione, ma che la società ci obbliga, siamo, dunque, attori costretti, perchè la società ha bisogno di ruoli fissi, di maschere, dentro le quali, dietro le quali, vi sono persone che possono contraddire o potrebbero o vorrebbero, mentre la società li costringe a quel ruolo, impone le maschere, ripeto, si accontenta delle maschere…

Luigi Pirandello nacque a Girgenti (Agrigento) nel 1867, la sua famiglia era benestante, possedeva miniere di zolfo e aveva  fede risorgimentale. Pirandello è, con Giovanni Verga, il più siciliano degli scrittori siciliani. Non che un Luigi Capuana, un Vitaliano Brancati, un Tomasi di Lampedusa, anche Elio Vittorini, anche Salvatore Quasimodo non lo siano, ma ad un livello superiore lo sono Giovanni Verga e Luigi Pirandello. E può sembrare forzato tale accostamento, perchè Giovanni Verga è siciliano in tutto, esplicito, le novelle, i romanzi della maturità sono ambientati in Sicilia, mutuano il linguaggio siciliano,  animati da “tipi” siciliani, “I Malavoglia”, “Mastro Don Gesualdo”, mentre il Pirandello più celebre non ha ambientazione siciliana. Tuttavia Luigi Pirandello cumulava in sé la Grecia dei Sofisti e dello Scetticismo e la crisi radicale del finire del XIX secolo, quando la Scienza, a sua volta, dubitava di se stessa, di leggi naturali certe e ripetute per sempre, di una realtà conosciuta definitivamente ed universalmente condivisa. Anche la morale perdeva universalità e stabilità e riconoscibilità. Pirandello esistenzializza, non si limita a teorizzare, infiamma, immette nei personaggi queste accensioni squassative. E le fa arte. Ed è insieme europeo e siciliano, il tipo del siciliano sofistico, che discute, spacca il capello, vuole avere ragione nel non credere alla ragione, una ragione dissolutrice, pessimista radicale, che però tiene alla cultura, professorale. Scrisse fin  da ragazzo, quindi, un romanzo risorgimentalista, a Roma per studiare, in lite con il Rettore dell’Università, si recò in Germania, si laureò con una tesi di filologia, ebbe relazione con una fanciulla, Jenny, che divenne scrittrice e che Pirandello, negli anni della celebrità, non volle rivedere.

Tornato in Sicilia, si unì ad una giovane, Maria Antonietta Portulano, la cui doviziosa famiglia aveva rapporti di affari con la famiglia di Luigi. Matrimonio concordato, ma la coppia si amò. Vanno a Roma, sono benestanti, per soccorso dei parenti, nascono figli, Stefano, Lietta, Fausto. In questa vita colma e sicura avvengono terremoti, Maria Antonietta diviene furiosamente gelosa del coniuge, le miniere di zolfo di famiglia vanno in rovina. Pirandello è costretto a dare anche lezioni private, intanto scrive, scrive e manifesta il suo mondo, irregolare, di personaggi spostati, marginali deliberatamente, non disposti a svolgere ruoli sociali prestabiliti o accantonati, discriminati. All’inizio Pirandello concepisce narrativa, sarà dagli anni della Prima Guerra Mondiale che inizierà una strepitosa attività teatrale. E’ un teatrante di natura, dialoghi tambureggianti, mozzi, argomentazioni stravaganti, situazioni irregolari, ed i suoi temi opprimenti…io sono mille io, io sono un ruolo sociale da cui gli altri esigono un comportamento obbligato, io sono dentro un ruolo ma non mi identifico con il ruolo, io sono etichettato, escluso, io per essere me stesso devo fingere o diventare pazzo giacchè la società vuole la mascheratura dei ruoli obbligati, non c’è verità, ciascuno vede la realtà a suo modo, o diventa quel che gli altri vogliono che sia,  il tutto avvolto in una desolazione desertica, arida, continua, una disperazione inconfortabile. Non soltanto non c’è Dio in Pirandello ma non c’è neanche il sostegno umano, anzi, ciascuno accusa l’altro, nessuna intesa, ogni individuo sta nella sua maschera, o nella sua “verità” e cerca di invalidare la “verità” altrui. Le persone si inchiodano nei ruoli, e per dar fuori un respiro di umanità, bisogna impazzire o fingersi pazzi. Campeggia in Pirandello un Personaggio, chi irride coloro che credono di possedere la verità.

Luigi Pirandello, per sua disposizione d’animo, teorizzata, fu un umorista, scrisse un saggio in materia, nel 1908. Gli essere umani sono oggetto di comicità se li osserviamo nel loro spesso risibile voler essere chi non sono, non voler essere chi sono, però se noi consideriamo questa alterazione come il tentativo dolente di chi, poniamo, vecchio, vuole ringiovanirsi, grasso snellirsi, cogliamo che nel comico vi è il tragico, nel ridicolo Don Chisciotte, il tragico sognatore dell’eroismo perduto, e ne viene l’umorismo.

I dialoghi dei suoi drammi, dicevo,  sono snelli, mediati sul parlato, agitati, non le frasi allineate, magari ben scritte ma non idonee a persone che parlano, in quanto troppo corrette, con  punti e virgole…Vi è in Pirandello movimentazione, interruzione, insomma, un dialogo di personaggi non solo da leggere, un dialogo per il teatro. E poi, quel ragionare sul crinale della stravaganza, dell’assurdo, del paradosso…

 

PIRANDELLO ED IL FASCISMO

Luigi Pirandello si iscrisse al Partito Fascista al tempo dell’uccisione di Giacomo Matteotti, nel 1924, il periodo peggiore o l’inizio del peggiore periodo del Fascismo, la dittatura. Inoltre firmò una dichiarazione di intellettuali in appoggio al Fascismo stilata da Giovanni Gentile, filosofo del Regime, opposta alla dichiarazione del filosofo liberale Benedetto Croce. Una spiegazione… pirandelliana alla decisione di Pirandello per tali sue scelte potrebbe essere che Egli, volgendo al peggio, alla rovina, sceglieva la degradazione, sfiduciato della vita. Ma non credo sia questo il motivo della decisione di Pirandello. Credo che scorgesse nel Fascismo la prosecuzione del Risorgimento di cui si era imbevuto in famiglia, l’orgoglio nazionale e soprattutto, non credeva ai liberali, li giudicava presi dal male costitutivo della borghesia, l’ipocrisia, essi sotto la maschera della libertà avevano dominato, schiavizzato, affamato, fatto guerre, sterminato… Pirandello arrivò a sostenere le imprese coloniali del Fascismo per le stesse ragioni, il colonialismo era intrinseco ai paesi detti democratici e liberali, perfino il razzismo, come era accettabile condannare il Fascismo da parte di chi agiva allo stesso modo dichiarandosi liberale, democratico? Queste, suppongo, le convinzioni di Pirandello. Ma erano convinzioni che non entrano nella sua opera, dove non sussiste alcuna speranza trionfalistica e di oltrepassamento vitalistico del nichilismo, come supponeva il Fascismo, che credeva nella forza e nella potenza. L’opera di Pirandello è una deliberata, ricercata, virulenta terra bruciata di ogni conforto. Egli vuole presentare all’uomo la realtà desolata, gode, direi, di strappare illusioni e sostegni, dalla società alla vita niente è confortante. Nessun Dio, nessuna morale universale riconosciuta, nessuna verità, ciascuno vive imprigionato nella sua multiforme individualità, obbligato ad un ruolo, costretto a comportarsi secondo quel ruolo, depauperato del proprio sentire sentito, che, se mai, può esercitare soltanto rendendosi pazzo o fingendosi pazzo, giacchè la società impedisce di essere chi veramente sei, oltretutto non sappiamo chi siamo. L’individuo in Pirandello ha perduto identità, è un ruolo, non una persona, del resto, come persona, è frammentata, cangiante, l’uomo non ha un punto fermo, un punto di verità, o soltanto fuori dalla società, dai ruoli imposti: soltanto nella follia possiamo manifestarci per chi siamo, ma in tal caso, la Società ci considera folli, chi è se stesso per la Società è un pazzo, per stare nella Società occorre fingere, addossarsi un ruolo non proprio, un ruolo sociale, convenzionale.

Queste concezioni, queste convinzioni, Pirandello le espresse in tutte le sue opere, con evidenza massima nelle opere teatrali dove il complicato turbinio della verità e non verità, del ruolo e dell’interiorità, della maschera e della pazzia hanno una turbolenta rappresentazione. Pirandello drammatizza, esistenzializza i problemi filosofici, specie il problema della “verità”, da lui accanitamente percepito. Un relativismo netto, esplosivo, travolge ogni ipotesi di verità. Ciascuno vede la realtà a suo modo, la interpreta a suo modo, e del resto perfino in un singolo individuo la visione della realtà varia, il singolo è molteplice, l’io frantumato. Né in campo conoscitivo, né in campo morale vi sono certezze. La Società non esige la verità ma che l’uomo obbedisca al ruolo codificato dalla stessa Società. Il “mondo” di Luigi Pirandello è un deserto di scorpioni, dove ciascuno cerca di farsi ragione secondo il suo punto di vista, cerca di uscire dal ruolo imposto dalla società a rischio di essere considerato pazzo, ma se resta nei ruoli della società è una maschera non una persona, e confligge in se stesso, con se stesso, tra l’essere maschera e voler essere persona. Il cielo è radicalmente vuoto, in Pirandello, vuoto il cielo, falsa la terra (la società). Pirandello queste sue convinzioni le espresse, talvolta con formulazioni a tesi, talvolta con sorgiva impetuosità creativa, sentendo quel che concepiva, non volendolo dimostrare concettualmente. E talune sue opere teatrali sono raggiungimenti compiuti: “Il gioco delle parti”, “Così è se vi pare”, “Sei personaggi in cerca d’autore”, “Enrico IV”…

 

PIRANDELLO ED IL PIRANDELLISMO

Queste complicazioni, contrapposizioni, questo non pervenire all’intesa, questo obbligo di ruoli, questo sottostare ai ruoli e sfuggire ai ruoli, questa società che esige l’appartenenza visibile, formale ai ruoli, questo soggettivismo del conoscere, questo io che varia, diedero luogo al pirandellismo: intrecci, combinatorie complicate, soggettivismi netti. Ma Pirandello sentiva la babilonia, il cosmico sociale, i pirandelliani non hanno la stessa incandescenza dolorosa di un uomo, Pirandello, appunto, il quale soffrì in sé che l’uomo non avesse altro sostegno che le proprie convinzioni fondate sull’ipocrisia e sull’arbitrarietà, brancolante a vuoto.

 

LA MORTE ED IL NULLA

Nel 1934 Luigi Pirandello ebbe il Premio Nobel, l’incoronazione vertiginosa che il nostro tempo assegna agli uomini. Oltre i romanzi ed i testi teatrali aveva scritto novelle, spesso di ambiente siciliano, inventive, colorate di luoghi, tipi, vicende. Era infelicissimo, dal punto di vista della vita diretta, un naufragio. La consorte, Maria Antonietta, in manicomio, Marta Abba, la giovane, bella attrice, della quale era preso e che immaginava lo corrispondesse o gli stesse a fianco almeno, si era staccata da lui, e addirittura viveva negli Stati Uniti e con un altro uomo. I figli non lo confortavano. Veniva rappresentato universalmente, si dibatteva su Pirandello ed il pirandellismo, ma Lui, in quanto quel suo essere Luigi Pirandello, voleva sparire e non essere cosciente della propria infelicità e dell’infelice condizione umana. Queste le sue ultime volontà per i funerali: “Carro di infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno mi accompagni, né parenti, né amici… il carro, il cavallo, il cocchiere, e basta. Bruciatemi”.

Di tutta la sua vasta opera, varia, oltretutto, riassumo il celebre testo: “Sei personaggi in cerca d’autore”. Una Compagnia teatrale sta rappresentando un dramma di…Luigi Pirandello, quand’ecco giungono sei persone le quali, in specie il Padre e la Figliastra, esigono di esporre e proporre la loro vicenda. Il Capocomico resiste e rifiuta, ma viene attratto dalla narrazione che, a brani e reticenze, viene fuori dai visitatori; un padre, il vero patrigno, che si imbatte nella figliastra, la quale si prostituisce, ignorandosi vicendevolmente, ma poi riconosciutisi come patrigno e figliastra. L’orrore della vicenda suscita pena afflittiva nella Madre, spregio nella Figliastra, difesa nel Padre/Patrigno. Ma non è l’aspetto morale il centro del testo, piuttosto che il Capocomico vuole fare recitare la vicenda dai suoi attori al modo degli attori, e considera i visitatori persone non personaggi, laddove le persone vorrebbero rappresentarsi da loro stessi e si sentono personaggi. Pirandello pone la questione del rapporto tra vita ed arte, e che ciascuno vede la realtà a suo modo. Il testo, come spesso in Pirandello, cade anche nel pirandellismo, ma ha il linguaggio mobile, parlato, frantumato ed una costruzione grovigliosa che appassiona, e colpi di teatro che accendono l’attenzione.

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