Personaggi: Max Stirner, Soren Kierkegaard, Friedrich Nietzsche.

Quali che siano i giudizi, sovente di negazione avversa, sul pensiero di Nietzsche, in alcuni aspetti di un estremismo spietato, vi sono tratti nella sua opera che siamo obbligati a considerare con estrema vigilanza.

Friederich Nietzsche

L’esistenza di Friedrich Nietzsche è tragica quanto egli coltivò nei suoi studi l’intera vita: Nietzsche ritenne la tragedia la più realistica rappresentazione dell’esistenza. La vita è tragica in sé, giacchè non decifriamo come mai esiste ciò che esiste ed esistiamo noi, coscienti di tale enigmatica e indecifrabile esistenza. Ma da ultimo la vita è tragica per una precisa causa, l’avvento della democrazia, della presunta uguaglianza tra gli uomini e la tendenza a svalutare la cultura, l’arte, adeguandole all’uomo che non vuole vivere grandi passioni, non ha il coraggio di idee spietate ma vuole “divertirsi”, passare il tempo, ripararsi dai fragori della condizione umana. A base di questa metamorfosi vi è anche  il cambiamento dalla produzione artigianale alla produzione in serie, la merce viene incontro al consumatore,  viene incontro al maggior numero,  al gusto dei più, quindi a preferenze abbassate.

E’ una valutazione che in forme meno aspre, tuttavia precise, avevano svolto anche Giacomo Leopardi e, da aspetti diversi, Karl Marx. In maniera esplicita: l’avvento della democrazia, con la ricerca del consenso delle masse, dell’industrializzazione, della produzione su larga scala per avere il maggior numero di acquirenti, comporta una caduta della civiltà? E per dirla ancora meglio, il borghese, il proletario che relazione hanno con la cultura, con l’arte, le quali sono, per Nietzsche ma anche per Marx, le manifestazioni essenziali dell’uomo? E’ una problematica diffusa, presso che tutti ritengono che l’industrialismo, la macchinizzazione, il prodotto in serie e di largo consumo per i gusti delle masse, il primato dell’economia, dell’utile, del profitto, devasteranno l’arte e la cultura. E’ la tragicità dell’epoca moderna, che viene associata, almeno da Leopardi e Nietzsche, alla tragicità connaturata alla vita. Certamente Leopardi, Marx e Nietzsche sono coloro che posero questo svolgimento della società nei modi estremi e massimamente evidenziati. Altra tenzone dell’epoca viene dalla valutazione o svalutazione dell’individuo. L’individuo ha significato nell’essere, appunto, individuo o in quanto immesso, immerso nella società, in un gruppo, in una classe? E addirittura: la morte è personale o è una caratteristica della specie a cui noi apparteniamo?  Sono questioni che durano nel presente, e sono questioni fondamentali nel decidere il nostro vivere.

SOREN KIERKEGAARD. MAX STIRNER.

 

Furono il danese Soren Kierkegaard e l’ebreo tedesco Max Stirner a contrastare violentemente la concezione che si era affermata con l’Idealismo, in specie di Federico Guglielmo Hegel, per cui il “soggetto”, il singolo, l’individuo è una condizione “superata” dalla Famiglia, dalla Società, dallo Stato. Soren Kierkegaard rifiuta ogni “superamento”, l’individuo si presenta nel mondo, naturale, sociale, e sovra umano come “singolo”, un singolo che può scegliere un’esistenza di godimenti, di esperienze molteplici e fugaci, scelta estetica; un singolo che può affermarsi nella vita sociale come attivo professionista, come coniuge, come generatore di figli, scelta etica; o un singolo che può dilatare lo sguardo oltre le sensazioni e la vita professionale e familiare e sentire l’infinito del possibile, l’angoscia del possibile, per Kierkegaard è nella religione che proviamo, raggiungiamo questa angoscia del possibile, percepiamo l’infinito, scelta metafisica. Il Singolo ed il Possibile, non la Storia, non la Società, dunque, il Singolo resta Singolo, “quel” Singolo nel mare dell’infinito possibile che ha le sembianze di Dio, per Kierkegaard, mentre è il nitido “infinito” spazio-temporale per Giacomo Leopardi.

Estremo vertiginosamente nel rifiuto di ogni “superamento” del Singolo, anzi: Unico, è Max Stirner. Umanità, Dio, Patria, Famiglia, Società, Bene Comune, Valori, Stato costituiscono organismi artificiali che distolgono dalla vera realtà: ciascun uomo è unico, non appartiene che a se stesso, valuta per se stesso, non ha obblighi verso gli altri, se mai decisi o imposti non in ragione di una superiore disposizione da riconoscere, dello Stato o delle religioni. Scrive Stirner: “Io ho certamente delle somiglianze con altri, ma questo vale soltanto per la comparazione, per la riflessione, nei fatti io sono incomparabile, unico. La mia carne non è la vostra carne, il mio spirito non è il vostro spirito. E se li riconducete ai vostri concetti generali di “carne” e “spirito”, questi sono pensieri vostri che niente hanno a che fare con la mia carne, con il mio spirito e dai quali meno che mai discende una “missione” per me e per ciò che è mio”. Per Stirne, al dunque, non vi è alcunchè superiore, inglobatore del singolo unico. Ma questa visione comporta che con la fine di ciascuno come unico finisce tutto. Questa la conclusione del libro di Max Stirner, “L’unico e la sua proprietà”: “Se io fondo la causa su di me, l’unico, esso poggia sull’effimero, mortale, creatore di sé, che se stesso consuma, e io posso dire: Io ho fondato la mia causa su nulla”

Se Giacomo Leopardi ritiene che la dissoluzione distruggerà singoli, popoli, l’intero universo; se Kierkegaard considera che soltanto il singolo che ha la consapevolezza del possibile, di Dio, in sostanza, coglie l’autenticità dell’esistenza; se Max Stirner pone nell’Unico spoglio di qualsiati entità che lo racchiuda e superi, Dio, Umanità, Stato che fossero, e considera che l’Unico, essendo unico sfocia nel nulla, muore con sé; ben diversa è la convinzione di Hegel: chi esiste realmente è lo Spirito, il soggetto è un “momento” secondario dello Spirito, mentre per Karl Marx il soggetto, la soggettività è presso che inesistente, l’individuo è nella Specie umana e costituisce un insieme relazionale sociale, in fondo, per Marx, l’individuo non esiste, pur esistendo.  Friedrich Nietzsche, invece, estremizza l’uomo rendendolo Superuomo, un Superuomo assetato di volontà di vivere, quindi di volontà di potenza, al punto da concepire, sentire, l’Eterno Ritorno della Vita, da amare l’Eternità da spaziarsi di infinito. Se Leopardi naufraga nel Nulla cosmico, Stirner nel Nulla individuale, Kierkegaard salva il singolo immedesimandolo in Dio, Nietzsche esige dall’uomo uno sforzo immane di vitalità, una potenza vitale che annienti l’annientamento.

Quali che siano i giudizi, sovente di negazione avversa, sul pensiero di Nietzsche, in alcuni aspetti di un estremismo spietato, come diremo, vi sono tratti nella sua opera che siamo obbligati a considerare con estrema vigilanza. Riproponiamo gli interrogativi enunciati: che civiltà sta affermandosi dallo sviluppo della tecnica e dalle società democratiche e del consumo di prodotti fatti per il maggior nmero di consumatori? La cultura, l’arte, i rapporti sociali in quale condizione sono ridotti, si tutelano dall’abbassamento in un tempo in cui democrazia e consumo danno voce e predominio alla gente qualsiasi e addirittura i gruppi dominanti, diciamo, pur di avere pubblico, consenso, consumatori, si adeguano alla gente qualsiasi, appunto? Se la democrazia, se il socialismo, se la borghesia, se il proletariato avessero stabilito una civiltà culturalmente e artisticamente superiore, e modi di vivere più degni, potremmo considerare Nietzsche un folle rabbioso che vuole ridurre schiavi le moltitudini e consegnare il dominio ai presunti  “Signori”, ma se la china della degradazione continua, Nietzsche appare come un disperato che percepì tempi in cui la qualità veniva recisa, avvilita, e doveva combattere per attuarsi. Il che è propriamente il pensiero di Nietzsche. Il suo incubo.

FRIEDRICH NIETZSCHE v2-1cb3e52ddb88f4f6debc8610c051fb6e_r

Nietzsche avversò radicalmente la sua epoca, in somiglianza con Leopardi, per taluni  aspetti del loro pensiero. La scienza, la storia, l’insegnamento democratico sono presi di mira da Nietzsche nelle sue giovanili   “Considerazioni inattuali”. Con riguardo alla scuola Nietzsche ritiene che essa deve sucitare nel giovane l’ammirazione per l’uomo di genio; con riguardo alla Storia, egli non vorrebbe che fosse resa “monumentale, con un rispetto eccessivo del passato contro il presente, piuttosto occorre sentire la Storia come flusso vitale, passione di vita; la Scienza gli appare analitica, fredda, pura ragione; Nietzsche teme inoltre che il “giornalismo”, la divulgazione facilitata occupino la sfera del pensatore, del filosofo… Nello scritto “Verità e menzogna in senso exstramorale”, Nietzsche nega la verità, essa è piuttosto un bisogno dell’uomo di voler essere su un terreno rassicurato, è un atto di fede per paura di vivere nel dubbio….In un  testo che vaglia la filosofia greca avanti a Socrate, Nietzsche esalta una filosofia non argomentativa, non razionale, esalta una filosofia che esprime il conflitto, il divenire, la problematica della realtà (Eraclito, Empedocle, i Sofisti) e mal giudica Socrate che avrebbe fatto perdere ai greci il sentimento del Mito, delle forze vitali, portandolo sulla arida analisi… Il testo più noto del giovane Nietzsche è “La nascita della tragedia secondo lo spirito della musica”, in esso troviamo una interpretazione dello spirito tragico greco, tumultuoso, capace di scendere nei più tremendi compimenti dell’uomo, dionisiaco (Dioniso era la divinità degli eccessi) ma capace di esprimere questa potenza vitale con nitida chiarezza, apollinea (da Apollo, Dio luminoso, della bellezza). Il senso del libro, lo scopo è segnalare che la vita la si vive soltanto se ne sentiamo il tragico, non se ci difendiamo dal tragico. Nietzsche aveva concepito la figura del “filisteo colto”, colui che toglie all’arte la tragicità, esige un’arte che lo  coinvolga esclusivamente come diversivo, svago. E’ questo tipo di uomo che Nietzsche crede si stia affermando, un uomo che non si slancia nei tumulti della vita, che non ha lo sguardo per sostenere la tragicità dell’esistenza e trova riparo nella comodità e amputa perfino l’arte togliendole il tragico… In opere successive, “Umano, troppo umano”, “La gaia scienza”, “Aurora”, Nietzsche precisa convinzioni determinanti per la sua visione sociale e generale: coglie l’economia che va incontro al consumatore anche se di pretese volgari; ritiene che Dio non è più nelle coscienze moderne, “Dio è morto”, dunque occorre fondare nuovi valori per non restare disorientati, fermi alla “morte di Dio”. E sarà questo bisogno di andare in terreni nuovi, senza l’appoggio di Dio e con la necessità di non cadere nell’avvento dell’uomo mediocre, ad ispirare le opere fondamentali di Nietzsche, la sua trasvalutazione, rifondazione dei valori. Rifondazione, che potendosi basare su Dio, che per Nietzsche è “morto”, deve basarsi sull’uomo, precisamente sui “Signori”, gli uomini dotati della massima potenza vitale, volontà di potenza.

MORALE DEI SIGNORI. MORALE DEGLI SCHIAVI.

Il dovere più che il diritto dei Signori di dominare non significa sfruttare, estorcere lavoro, non pagare il salariato. Non è di questo tipo la “schiavitù” che Nietzsche concepisce. Per Nietzsche il “Signore” è colui che porta all’estremo la potenza vitale, la mente tragica, nella quale il bene ed il male si incendiano per l’affermazione vitale, ripeto, nella quale risulta indecifrabile la netta separazione del bene dal male. Anche perchè il vero male, per Nietzsche è la mediocrità, la riduzione della potenza vitale, il vivere al riparo della vita. Nietzsche non crede, a differenza di Marx, che la democrazia alle sue ultime conseguenze avrebbe suscitato un’aristocrazia universale. Tutt’altro, essa, a opinione di  Nietzsche, avrebbe favorito la mediocrizzazione universale. Se i dotati di potenza avessero stabilito come loro scopo i bisogni del maggior numero, vi sarebbe stata perfino la mediocrizzazione degli uomini superiori. Bisognava capovolgere gli scopi, non i migliori al servizio degli inferiori, ma gli inferiori al servizio dei superiori. Se era messo in dubbio chi è superiore e chi è inferiore, ciò dimostrerebbe che la civiltà è finita. Né la borghesia, né il proletariato hanno a scopo la superiorità degli scopi, entrambi legati all’utile, il borghese è un utilitarista benestante, il proletario un utilitarista povero che invidia e vuole ciò che è del ricco.

Nelle sue ultime opere Nietzsche radicalizza al vertice il suo dilemma: chi deve essere lo scopo della società: i deboli, i falliti, i poveri, gli “ultimi”, i “buoni”, i mediocri? A chi deve orientarsi la creatività di una civiltà, agli uomini capaci di recare a livelli supremi la potenza o tali uomini devono volgere la loro potenza a salvare, contentare, venire incontro all’uomo qualsiasi? C’è il rischio che gli uomini superiori abbiano quale scopo contentare, rendersi attivi per i nonnulla? Nietzsche è ulcerato dall’incontro epocale del cristianesimo con il socialismo, le masse del proletariato rendono attuativa la mentalità cristiana, i poveri, gli sfavoriti come la parte da privilegiare, i nuovi (socialisti) e vecchi (cristiani) protagonisti. E la borghesia, per Nietzsche, lo ripeto, non è capace di opporsi alla mentalità cristiano-socialista, borghesia e proletariato sono travolti dall’utilitarismo e dalla  degradazione dell’arte e della vita… Occorre, dunque, proporre, imporre “Signori” che facciano dei grandi scopi artistici, vitalistici, politici, il nutrimento della civiltà. E questa nuova signoria non può essere democratica, giacchè la democrazia, per Nietzsche, specie quella socialista, abbassa la civiltà. A differenza di Marx che riteneva la democrazia socialista, e ancor più quella comunista, elevatrice di tutti gli uomini, Nietzsche la ritiene una condizione che permette alle persone inferiori di farsi valere e imporre la loro infima qualità. Dunque occorre spietatezza, capacità di sottomettere chi poco o nulla vale. E togliersi l’illusione che gli ultimi siano buoni, sono vili e odiano la superiorità. Precisamente, secondo Nietzsche, non bisogna equivalere il debole, il povero, il fallito con il buono. Non è una lotta di classe, è una lotta tra chi vuole una potente e degna civiltà e chi vuole soltanto una confortevole esistenza priva di alti scopi. Per i loro fini i “Signori” dovevano oltrepassare i confini del bene e del male, non farsi impietosire dai poveri, falliti, falsi buoni, recintare la loro superiorità forgiando le caste. E’ l’ultima visione di Nietzsche prima di impazzire: l’uomo superiore deve rendersi Superuomo, non sentire colpa e pietà pur di salvare la sola condizione che rende l’esistenza non sottomessa allo scorrere vano dei giorni: la massima potenza ai fini della grande civiltà, eternizzarsi per amore della vita. “Meglio la morte che la mediocrizzazione”, scrisse Nietzsche.

BIOGRAFIE

MAX STIRNER si chiamava Johnn Kaspar Schmidt, ebreo tedesco, 1806-1856, fu autore essenzialmente di un solo testo, che ebbe e mantenne un effetto sostanziale in una sparuta cerchia di individui: L’unico e la sua proprietà(1845).

Ridicolizzato da Karl Marx, a sua volta avversato da Max Stirner, giudicato fautore di una morale da bottegai, nella sostanza la concezione di Stirner è la più nuda convinzione della costituzionale solitudine di ciascuno nella insuperabile dimensione dell’unicità. Stirner ispirò ed ispira l’anarchismo individualista.

SOREN KIERKEGAARD, danese di Copenaghen, 1813-1855, pensatore solitario, originale, dolorosamente tormentato dall’esisgenza di salvezza, colpa, infinito, Dio, ritenne improprio dedicarsi alla soddisfazione dei sensi, ed anche alla professione di buon cittadino, il senso della vita starebbe nel rapporto con Dio, verso il Quale sentiva di essere peccatore e colpevole. Al dunque, una fede assoluta stabiliva il rapporto del tutto individuale con Dio. Per Kierkegaard la mondanità e l’universalismo negavano la autentica vita, quella religiosa.

Del tutto mondana, fedele alla Terra è invece la concezione di FRIEDRICH NIETZSCHE, 1844-1900. Tedesco, figlio di un pastore protestante morto per malattia cerebrale, fu messo in un prestigioso istituto per  largizione sovrana agli orfani, patì moltissimo il distacco dalla madre, e forse la situazione accrebbe una disposizione morbosa negli affetti, tra il bisogno e la negazione. Adolescente concepì una rivista culturale, quindi si diede agli studi filologici, con un insigne maestro, Friedrich Riscl, che poi Nietzsche seguì a Basilea, divenendo egli pure docente. In Svizzera conobbe Richard Wagner, del quale fu amico e frequentatore per un lungo periodo, spezzato, allorchè Nietzsche ritenne Wagner un nazionalista germanico ed un nichilista nella concezione musicale. In cerca di una donna che lo affiancasse nel compito che egli cominciò a proporsi, di sormontare il nichilismo dell’esistenza come sconfitta e della mediocrizzazione esaltatrice dei malati, sconfitti, poveri, incapaci, Nietzsche conosce a Roma una brillante giovane donna baltica, Lou Salomè, e crede di aver reperito la compagna opportuna. Ma ne è respinto. La vicenda con Lou Salomè dissestò Nietzsche, si rintanò, fuggì, deluso, reputandosi ingannato, oltraggiato, ma, com’era nel suo temperamento, accanito a uscire non sconfitto, anzi trionfante dalla condizione derelitta, questo trionfo, non sappiamo quanto risarcitorio della vita senza amore, tuttavia efficace come creazione, lo raggiunse scrivendo “Così parlò Zarathustra”. Un testo essenziale contro ogni illusorio conforto religioso e contro l’illusione che democrazia, borghesia e proletariato insieme alla scienza fonderanno una suprema civiltà. Per Nietzsche la civiltà verrà da uomini che non cadendo nell’inganno della pietà credendo buono il debole e non credendo nella salvezza a mezzo della religione, esalteranno al massimo la volontà di vivere potentemente e manifesteranno compimenti supremi, coscienti della tragica condizione umana, sfidandola, accogliendola, esprimendola, per amore della vita, colmando di empito gioioso l’infinito in cui siamo racchiusi, per esserne annientati. Più vita contro il Nulla. Friedrich Nietzsche morì mel 1900, dopo un decennio di follia. La sua opera dopo la sua morte ebbe ed ha una rilevanza insopprimibile.

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