Premiata Forneria Marconi: qualcosa di più di una ‘session men’ di lusso.

Tra i gruppi italiani rock progressivo degli anni settanta, la PFM è stata l'unica a ottenere successo fuori dai confini nazionali. All'epoca fu tra i pochi complessi italiani a entrare nella classifica degli album nella celebre rivista statunitense Billboard.

PFM- Anni '70

Questo articolo è dedicato ai medici, agli infermieri e agli operatori che stanno combattendo in trincea, ma è dedicato anche a tutti quelli che non ce l’hanno fatta. Quelli che si sono spenti senza le carezze dei cari. È dedicato ai bambini che sono venuti al mondo in un momento simile e ai genitori che proteggono le famiglie. Meritiamoci la nostra salvezza.

Il primo impatto con la premiata Forneria Marconi lo ebbi una sera di Agosto del 1982 a casa di amici. Boicottai un giro in discoteca dove avrebbero passato la solita musicaccia che però negli anni ebbi modo di rivalutare, ma solo per qualche sporadico gruppo. Decisi di fare altro invece di corteggiare qualche pischella sulla pista da ballo.

Bicchiere di birra in mano, mi aggiravo per la festa, quando mi bloccai davanti a una parete di long playing. Il padrone di casa era un collezionista di alto livello. Di lato un impianto stereo di tutto rispetto. Mi abbandonai alle coste delle copertine, fino a quando non vidi un disco che spuntava in mezzo agli altri. Qualcuno lo aveva estratto dalla catasta e rimesso lì alla male e peggio. Era il leggendario live in Usa dalla copertina tecnica della PFM. Mauro Pagani in primo piano, il nuovo arrivato Patrick Djivas e in fondo Francone Mussida. Stavo leggendo le note sul lato B, quando passò il padrone di casa. Mi fece l’occhiolino, poi lo mise sul giradischi. Il tempo di rabbrividire per la puntina che si infilava nei solchi e il prog italiano mi investì come uno tsunami. Ero già avvezzo all’incredibile produzione degli Emerson Lake & Plamer, ma questi ragazzi francolombardoabruzzesi, mi toccarono immediatamente il cuore. La tecnica e quel modo di fare jam mi arrivarono subito e ancora oggi i gruppi che preferisco, sono quelli capaci di improvvisare su tutto. Prendendo dalla lezione dei maestri del jazz per portarla a un rock nostrano in cui miscelare pagine di folk lirico con un ritmo funky e giro di accordi bluesy. Quel famoso album nacque in un periodo storico molto importante per la formazione. Erano i primi anni settanta e i ragazzi erano stati addirittura osannati dal mitico Greg Lake, che li volle portare dal suo produttore. Le tracce furono registrate in due soli concerti durante il tour estivo del 1974. Quello all’università di Toronto e al Central Park di New York, dove Di Cioccio diede una prova incredibile con un assolo di quasi dieci minuti.

Ma torniamo indietro di qualche anno. Torniamo ai Quelli, il primo gruppo con Giorgio di Piazza al basso. Alla fine dei sessanta, giravano per le sale di incisione di mezza Italia. La maestria tecnica, l’abilità con cui affrontavano le parti musicali e l’energia delle esecuzioni dal vivo, li fecero conoscere ai più importanti arrangiatori dell’epoca che li vollero come session man nei dischi di Battisti, Mina, Celentano, De André, Dik Dik, Equipe 84 e Camaleonti. Praticamente lavoravano per la metà dei discografici italiani. Poi si presentò una chance incredibile. La possibilità di suonare in un locale di fronte al teatro Ariston in contraltare alla musichetta del festival di San Remo. Di Cioccio a notte inoltrata, dopo aver smesso i panni del bravo ragazzo, tornava a essere un’istintiva, sudata macchina da ritmo. Iniziarono ad avere un seguito importante, i concerti erano sempre pieni e il nome Quelli andò stretto al gruppo. Lo cambiarono in Krel, poi l’idea giusta. Rubare il nome a un fornaio di Chiari vicino a Brescia dove viveva il violinista Mauro Pagani. Nasce la Premiata Forneria Marconi ed è già mito. Quindi la stagione delle aperture dei concerti con il picco dei Procol Harum, Yes e Deep Purple. È proprio la sera che aprirono il concerto di Richie Blackmore e soci che successe l’incredibile. I nostri ebbero il coraggio di entrare in scena suonando 21th Century Schizoid man dei King Krimson di fronte a una platea ammutolita che li osannò. Da questo momento in poi l’ascesa fu incredibile. Diverse riviste internazionali li decretarono come miglior gruppo italiano di sempre. La fama della PFM crebbe così tanto che la rivista Billboard li mise in classifica. Da quel punto alla casa discografica Manticore, fu un attimo. Li vidi in concerto al teatro Olimpico di Roma il secolo scorso. Era il ’98 e loro si presentarono più freschi che mai. Personaggi abituati a calcare le scene da anni e anni. Impossibile scegliere i brani più significativi. Posso solo mettere giù una scaletta di quelli che hanno fatto parte della mia vita, presentandoli in diversi aneddoti. La prima volta che ho sentito Celebration sono caduto per terra. Una taranta rock elettrica come quella, sarebbe capace di resuscitare un morto, ma non Giovanna. Gliela feci sentire e storse la bocca. La congedai senza parlare. Quel maledetto di Mussida alcune volte la suona in Mi maggiore e io col sassofono sono costretto a spaccarmi le mani in fa diesis, ma che energia. Il mio cuore però va a Quartiere 8 e al passato di una Milano che ho conosciuto. Piaceva molto a una modella francese che frequentavo anni fa. Layla era bella come il sole e canticchiava: una chitarra brucia più di un falò. Maestro della voce rimane nei miei pensieri per un viaggio in Grecia con Marina. La tartassai con l’assolo di Djivas. Stringo fra i denti, le labbra e i miei pensieri… in fondo è come ero ieri… ma perché poi dovrei dimenticare, quel gioco d’oltre mare… Suonare suonare è parte del mio passato feroce. L’ascoltavo nella speranza di non morire quando un cancro tentava di cacciarmi in un buco buio. Dolcissima Maria è quella dove mi diverto a costruire assoli girando intorno al motivetto. Costruendo frasi diverse a ogni giro. E poi il Pescatore, ma la collaborazione con il maestro è un’altra storia. Chissà che prima o poi ne parleremo.

Grazie per ascoltarmi sempre. La musica ci salverà.

 

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