Pupi Avati un grande maestro del cinema e i suoi “dubbi occulti”.

Una avvincente intervista al maestro Pupi Avati, sui suoi primi spiazzanti e rivoluzionari film e sulle radici fantastiche ed occulte in alcune sue trame.

Intervistare Pupi Avati vuol dire molte cose. Un trionfo intellettuale per chi scrive, le trame del Maestro (scritte spessissimo con il fratello Antonio Avati) sono per molti nutrimento, parlano di vita, di famiglie, di misteri, spesso in terre arcaiche, peccaminose e nebbiose come l’Emilia Romagna. Lo stile di Pupi Avati ha creato un genere, anzi, più generi. Il noir all’italiana, il film fantastico, la commedia intimista che parla di microcosmi, l’horror soprannaturale, l’horror surreale comico tutto giocato sui paradossi. “Avatiano” vuol dire questo e molto altro.

Esattamente come “Felliniano” definisce ormai un impero di cultura analizzata e rianalizzata, “Avatiano” definisce un territorio dove l’umanità dei personaggi fuoriesce da nebbie esistenziali, che siano sofferenti, strampalati, pasticcioni, tenebrosi, sensuali, crudeli o veri e propri fumetti, la cifra stilistica del Maestro è l’anima delle sue creature, l’anima che si riesce a percepire in maniera più definita che in altri “mostri sacri del cinematografo”, l’anima che vola fuori dallo schermo fa aderire il pubblico ai personaggi avatiani.

Fellini punta sull’inconscio, Hitchcock sugli impulsi più bassi dell’individuo, Pupi Avati riesce a privilegiare entrambe le componenti nei suoi personaggi. Dando dignità e umanità a tutti i suoi ruoli; i ruoli più piccoli hanno uno spessore non comune, creando degli affreschi talmente armonici nei loro percorsi, talmente umani, da diventare “intimi” del pubblico. Di lì il grande successo di Pupi davvero patriarca del cinema, con un’anima da adolescente che alterna purezza e insopprimibile vitalità. I suoi primi film e le maschere sono il motivo che più ci interessa.

Maestro lei ha ridato vita a tante meravigliose stelle del passato: Pina Borione, Angela Luce, Marisa Merlini, è un ‘attenzione alla storia degli interpreti?

“In questa operazione di riempimento, mio fratello Antonio  ha sempre avuto proposte, a volte spiazzanti, come candidare Delle Piane, di cui  non ne volevo sapere. Aggiungo Gisella Sofio, Sandra Milo, le aggiungo alle già citate, avevano un modo di fare Cinema che è quello che mi affascina di più. Spesso si è pensato, cinematograficamente, troppo al centro, e tutto il resto, i caratteristi rimanevano sfocati. Invece caratterizzare vuol dire dare un apporto calligrafico ad un autore. Poi la voglia di mettere in discussione, di provocare, come mettere in un ruolo Ezio Greggio, vuol dire, per me, affrontare delle sfide di cui vado fiero.”

Nei suoi primissimi film, di cui amiamo parlare, delle bellezze solari candide e maliziose come fu la Francesca Marciano, ha aperto a delle scelte femminili felici esteticamente ma senza vojeurismo. Molto rispetto e declinazione dei contrasti femminili. Nei suoi film la donna non è oggetto ma il  motore delle storie. Ce ne parla?

“Il rispetto probabilmente proviene dal senso di difficoltà di rapporto. La mia generazione ha visto le donne in campo lungo come moglie o come amante e difficilmente come amica. Io forse non so essere amico di una  donna. Non essendoci stata confidenza le ho idealizzate. Non ho mai avuto un atteggiamento parassitario con le donne, anche se la mia generazione ha dato alla bellezza una grande importanza, ma ho sempre dato al rapporto sessuale un valore sacrale.”

Lei ha giocato con tantissime maschere, soprattutto nelle prime opere; il nano, il bruttone, il super nevrotico, il pazzo del paese, la strega, il prete laido, l’ingenua, la bellona vampiresca. Nella prima parte della sua carriera pare talvolta attratto dalla bruttezza di certe maschere, ci spiega il perché?

“Ripeto, dopo “Otto e mezzo”, sedotto dalla visione Felliniana, il cinema diventa un mondo fantastico nutrito dalla vita contadina. In campagna non c’è nulla e pure il diverso può essere spettacolarizzato. La cosa speciale può essere il mostruoso, il deforme, perché in quel contesto il demonio viene associato al deforme. Come i down, per esempio, sono stati guardati in campagna con diffidenza nel passato. Come un essere umano punito da Dio. Focalizzarsi sul grottesco per me, col cinema, voleva dire saldare il reale e l’immaginario. Ecco, con Fellini e il suo altrove io mi sono trovato, agli antipodi del neorealismo.”

Giulio Pizzirani e il nano Bob Tonelli sono state le prime maschere del suo cinema, fisicità totalmente atipiche in due horror grotteschi… perché? Chi era il nano Bob Tonelli?

“Diciamo pure che la bruttezza, il deforme, nelle campagne come nell’antichità, era una manifestazione del demonio. Poi Bob Tonelli era un uomo che aveva un’enorme considerazione di sé, per compensazione, vestiti eleganti, belle macchine, belle donne.. lui vendeva case e, pensa, mi disse: ti trovo chi ti da i soldi ma io faccio il protagonista. E lo fece. Una favola…Io e mio fratello avevamo un atteggiamento radicale, contavamo chi usciva da questi horror chiedendo il rimborso del biglietto. Questi film non potevano avere successo… L’aver fatto un film fuori dalla legge di mercato coincideva con l’atteggiamento intellettuale borioso di chi voleva stupire, così con due film ripulimmo il finanziatore.”

Lei con Fellini, un autore che ama, ha in comune nei suoi  primi film, la fascinazione per il mistero occulto, le donne a volte tigri, le maschere, gli alberi nelle trame, la sospensione dalla realtà e l’oracolarità padana. Ma per lei il miracolo e la ragione dove si incontrano?

“In quella cultura di campagna di cui l’albero ne è la traccia importante, la pace con sè stessi. L’esame di coscienza. Oggi c ‘è il concetto “me ne approfitto, tanto non mi scoprono”, troneggia l’egoismo. Oggi non sai dove è la parte buona e la parte cattiva. Nell’egoismo si tende a obbedire più ai diritti che ai doveri. Ieri in quella cultura di campagna si doveva fare la pace con se stessi. Le persone oggi sono più infelici di quelle della mia generazione che obbedivano a quella legge.”

C’è un forte rispetto per il femminile; la bellezza delle donne è celebrata come il femminino ma non vi sono nudi non funzionali o momenti osè che coinvolgano le sue bellissime interpreti. Ce ne parla?

“L’indulgere a mostrare più del necessario mi imbarazza. So che esiste per me questo pudore. Mi deriva anche questo dalla cultura contadina. Fummo costretti con la famiglia a rifugiarci in campagna e la campagna è molto moralista. I gesuiti dicono “dateci un bambino e riprendetevelo dopo cinque anni, sarà  nostro per sempre”. Io da quella cultura non mi sono mai affrancato e non mi voglio affrancare, perché la trovo una cultura piena di buon senso. Produce esseri umani di cui ti puoi fidare.”

Lucienne Camille, nera mozzafiato in “La mazurka” chi era davvero ? 

“Era una fotomodella che venne da Parigi e che trovò Antonio. Fu una sua scoperta francese, mi ricordo sempre di mio fratello Antonio.”

Greta Vajan (poi scelta da Fellini per la pubblicità della pasta); ricordiamo una donna di fascino sofisticato e irreale che dice Rigatoni, in tre film. Questa misteriosa attrice bellissima, a tratti vampiresca, ha segnato i suoi primi film. Ce ne parla?

“Greta Vajan la ricordo con affetto. Ricordo che con la sua fisicità, con Bob Tonelli facevano una coppia improbabile. Era una donna di un fascino enorme. Appena la vidi mi accorsi delle sue potenzialità anche di fotogenia. Aveva quella bellezza unica, cattiva, che la caratterizzava. Molto amica della Dominique Sanda, faceva una vita molto presenzialista e mondana, tra  festival, prime, feste, che forse l’ha penalizzata; io la avvertii di questo, aveva delle grandi potenzialità. Eravamo diventati amici e dopo se ne accorse che questa mondanità non la portava lontano nella professione. Aveva però questo fisico che le impediva di essere normale.”

Con “Bordella” ha sconvolto i canoni del cinema anni ‘70. Un film incredibilmente nuovo, cosa ci può dire di questa opera ?

“Provocatorio su approccio surreale, fu fermato anche dalla censura, non andò benissimo. Fu un film che racchiuse tanti generi e ispirò sicuramente altri film, ha una sua fama nello sconfinato mondo dei cinefili.”

Torniamo al mondo dell’occulto, lei divide questa ricerca e questa curiosità con Fellini, suo conterraneo… si è domandato perche?

“Fellini aveva delle radici da ricondurre al mondo contadino come me. In “Amarcord” descrive il mio mondo. Lui aveva una sacralità e pure un pudore verso la religione dei maschi della mia generazione. Uomini che aspettavano le madri fuori delle chiese, che poi erano le stesse chiese frequentate da mia madre. Tipico dei maschi della mia generazione il mai dichiararsi cattolici Il senso dell’occulto è una diramazione di quello che è il rapporto con la morte. Per i contadini è come se la morte parlasse, come fosse una porzione della vita “guarda che se non fai il buono viene la nonna a tirarti i piedi…” come una promessa che contiene la convinzione del passaggio del di là e del di qua, questo è al centro della cultura allomedicale e contadina, nel credo che dalla vita grama si possa essere risarciti nel dopo. Molti, senza illudersi, nel risarcimento non avrebbero sopportato una vita così grama. Il culto dei morti accessibile coi vivi mi è stato trasmesso; io ho un rapporto vero coi defunti. Le mie preghiere sono fatte di nomi, dicendo i nomi li tengo in vita. Ho una stanza di 150 immagini di piccoli ritratti, dove le persone che sono contate non ci sono più e io vado a salutarli. La stessa cosa in un cimitero in Umbria dove io vado spesso. L’occulto è come il volersi convincere che c’è qualcosa che va oltre, che non si chiude; qualcosa che contraddice il fisico riluttante a declinare. Il mio fisico non sa più fare delle cose ma intellettualmente sono il ragazzo di sedici anni a Bologna. Il percorso del mio fisico e il viaggio della mia mente non hanno coincidenza. La mia intellettualità non è in grado di immaginare l’assenza del mio Io. Ho gli anni per considerare che ad un certo punto non potrei essere più me stesso, se lo comprendessi mi suiciderei. L’occulto diventa una dimostrazione di umiltà ammettendo di non sapere come è, non è una certezza della sopravvivenza del mio io, ma neanche la fine del mio io. Vi è poca incidenza tra la vita fisica e quella intellettuale e qualche illusione la avverto legittima. Io dico che…non so….sarebbe presuntuoso asserire di poter saper di non esserci.”

“L’arcano incantatore” è un film gioiello del genere fantastico; come l’ha concepito? Sondare l’insondabile vuol dire far crescere il pubblico?

“Il film ha una valenza esoterica, essendomi documentato sul mondo del ‘700. Questo film ha aspetti che mi sono stati presentati da altri. Io ho scritto senza razionalizzare. Questi aspetti lo fanno diventare importante, forse troppo colto. Penso sia un film che indaghi l’altrove in modo affascinante.”

“Zeder e le radici etrusche”, che percorso ebbe la sceneggiatura? 

“Gli Etruschi sono rimasti per le necropoli. Nacque dalla mia idea di lasciare una telecamera in una bara, e da una macchina da scrivere, Elettra 22, su cui trovai le tracce di cose già scritte e il possessore dello scritto mi è parso per un attimo uno spirito. Un rapporto misterioso fra scrittura e coincidenze.”

Hitchcock un suo illustre collega (come lei, amava lavorare in una factory, amava i caratteri, prediligeva lavorare con gli stessi attori più volte, i suoi uomini nelle storie cadono nell’irreale), parla nelle sue sceneggiature di punizioni divine. I cattivi precipitano per Hitchcock. Nel suo cinema le cose si rimettono nel bene secondo lei? La sceneggiatura può essere un percorso psicologico per l’attore?

“Lo è quando vedi cose grazie ad un Lavia, ad un Capolicchio, vedi coi loro occhi. Io credo che gli attori per dare vanno rassicurati, De Sica diceva “amati”. Ma non è detto che nelle mie trame vincano sempre i buoni, no… non sempre …il  raccontare che il Diavolo vince, vuol dire far qualcosa che assomiglia alla verità della vita. A ottant’anni vedo che stanno vincendo i cattivi. Vincono quelli che disattendono e approfittano… ma è la realtà….”

Grazie Maestro!

“Grazie a te Antonello.”

 

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