Quando la Moda diventa unisex.

Nella moda così come nel beauty, il trend è genderless o meglio, gender fluid. Ognuno trova la propria identità in ciò che gli piace, al di là di codici e convenzioni.

La moda rispecchia da sempre i tempi che attraversa.

I tumulti e i cambiamenti che attraversano la società nel corso dei secoli influenzano lo street-style e le passerelle, ma può accadere anche il contrario: la moda può talvolta farsi precursore e portavoce delle cause che meritano di essere ascoltate, o di nuovi stili di vita pronti a sconvolgere l’intera epoca.

Oggi non si parla altro che di moda unisex, o, per dirla in modo ancora più moderno: genderless fashion.

Ma come si è arrivati fino a qui? Cosa ha portato al progressivo assottigliamento e infine annullamento dei confini tra la moda maschile e quella femminile? Certamente non è stato un percorso breve.
La storia della moda ci insegna che esiste un tempo per tutto e che, man mano che gli anni passano, i designer hanno sempre puntato con slancio verso uno stile che abbracciasse ambedue i sessi e che potesse rappresentare per loro un modo di esprimersi.

La prima gonna pantalone fa la sua comparsa in Italia nel ’10. Fu un vero scandalo. Il Corriere della Sera pubblicò diversi articoli nei quali si parlava di donne ingiuriate e addirittura assalite per strada, solamente per aver avuto il coraggio di indossare un capo fino a quel momento reputato esclusivamente maschile.
Ma è facile capire come mai. In quel periodo si stava uscendo dall’età vittoriana, che rappresenta sicuramente la fase più conservatrice della storia dal punto di vista dei costumi.

Il 1800 fu in effetti il secolo in cui i ruoli di genere si rafforzarono del tutto, marchiando nel tessuto sociale i ruoli distinti di uomini e donne: i primi destinati al lavoro duro in fabbrica, e le seconde invece nate per gestire i figli e la casa.
Nasce in quest’epoca il concetto di “sfere separate”, per limitare e definire il campo d’azione dei diversi generi: la cucina, la casa e l’educazione dei figli erano ambiti legati unicamente alla figura femminile, che in alcun modo doveva (né poteva) mettere becco nelle scelte del marito o interessarsi al suo lavoro o agli affari.

Questa divisione così netta fa sorridere, se facciamo un salto ancora più indietro nel tempo e pensiamo agli antichi romani. In quell’epoca la commistione dei costumi ha raggiunto un picco che nemmeno in epoche più illuminate era stato toccato: stole, pelli e tuniche erano infatti unisex e venivano indossate indistintamente da uomini e donne, con variazioni minime solo per quanto riguardava la lunghezza dell’orlo e il tipo di decorazione.

Solo dopo la rigidissima età vittoriana la moda femminile inizia a tingersi di elementi maschili; con l’inizio della prima guerra mondiale infatti le donne entrano nelle fabbriche e iniziano a prendere il posto che prima era riservato esclusivamente agli uomini.
Si svestono dei loro panni femminili e nasce la necessità di creare un capo che sia contemporaneamente veloce da indossare, comodo e adatto al lavoro: l’artista fiorentino Thayant crea la tuta, il primo vero capo unisex della storia.

È qui che comincia la vera rivoluzione, con la presenza di figure di rilievo che diventeranno vere icone.

Vivido il ricordo di Coco Chanel che passeggia sulla spiaggia con indosso i pantaloni dell’amante, o Marlene Dietrich che indossa lo smoking nel film “Marocco”.

I capi maschili iniziano a comparire sempre più spesso nei guardaroba delle signore e, mentre gli stereotipi cominciano a sgretolarsi per lasciare spazio ad una moda nuova, che diventa più fluida, aperta e rispettosa di ciò che il cliente desidera vedersi addosso anziché dei dettami imposti dalla società.

La parola “unisex” nasce ufficialmente negli anni ’60, la cosiddetta “Space Age”, periodo nel quale stilisti come Pierre Cardin, Paco Rabanne e Andre Courreges rinnovano la femminilità dandole connotati nuovi e un’impronta mascolina dal retrogusto estremamente sensuale.

Ma fino a questo momento si è parlato più che altro di emancipazione femminile attraverso la moda, di rivalsa delle donne nei confronti di una società che preclude loro ambienti e ruoli.
Se pantaloni e cravatte sono oramai sdoganati per quanto riguarda la moda donna, cosa accade invece nel mondo del menswear? Gonne, stampe fiorate e frange sono elementi ancora percepiti come troppo femminili per essere indossati da un uomo?

È questo lo scoglio più grande, il tabù che la moda degli ultimi anni sta infrangendo.

Precursore di questa tendenza gender-fluid è sicuramente Giorgio Armani, che già negli anni ’70 porta in passerella una moda che rompe i confini tra i generi, proponendo inedite commistioni: la donna indossa capi e tessuti maschili, come blazer, tweed e camicie accollate, mentre le giacche dell’uomo vengono alleggerite nella forma e nelle stoffe.

Nel 1984 lo stilista Jean-Paul Gaultier segue le tracce di Armani e fa un passo ancora oltre presentando la collezione “Men in skirts”, nella quale gli uomini indossano gonne di varie forme e dimensioni – da quelle più attillate ai modelli con ampi strascichi.

Passando a tempi più recenti, si può dire che sia Gucci forse il maggiore portavoce di questa nuova genderless fashion. Nel 2015 il direttore creativo Alessandro Michele popola la passerella della sua sfilata di Milano con ragazzi eterei dall’abbigliamento borderline, assimilabile sia all’uomo che alla donna.
Nel 2016 il brand continua su questa strada di innovazione e inclusione, facendo sfilare un tailleur pantalone di tessuto fiorato sia per lui che per lei, con solamente le piccole e necessarie differenze di taglio.

L’Impero romano è tornato, insomma.

Questa fluidità dei confini tra moda maschile e femminile dilaga sempre di più, partendo della moda street e sportiva, fino alla haute couture.
Gli esempi sono sempre più numerosi: nei magazzini Selfridges di Londra apre un concept store di moda unisex chiamato “A Gender”, mentre Burberry propone camicie di pizzo per uomo da indossare con la cravatta.
John Richmond sceglie, come Gucci, Milano per la sua prima sfilata unisex e Balmain Homme presenta la sua collezione Autunno/Inverno 19/20 con look intercambiabili per uomini e donne.

Nel 2016, Louis Vuitton presenta la sua campagna femminile Primavera/Estate con un testimonial destinato a diventare una vera e propria icona gender-fluid: Jaden Smith, il quale appare nelle pubblicità della collezione indossando una gonna e promuovendo capi femminili.

Il marchio Chanel si spinge ancora più avanti e porta questa rivoluzione nel mondo del beauty, lanciando sul mercato una linea di make-up maschile chiamata “Boy de Chanel”.
La maison parigina si rifà così all’attitudine genderless e aperta che Coco Chanel ha sempre avuto nei confronti della moda e dedica all’uomo un fluido coprente, un balsamo labbra e uno stilo per le sopracciglia: elementi basic, semplici, volti ad una libera affermazione della propria identità senza costrizioni.

Anche le catene di fast-fashion non fanno passare molto tempo prima di abbracciare la genderless fashion e lanciare le proprie linee lui/lei: Zara propone nel 2016 la collezione “Ungendered”, mentre H&M la segue nel 2017 con “Denim United”, indumenti pensati indistintamente sia per lui che per lei e realizzati con materiali sostenibili.

Più che un trend di moda, si tratta ormai di un vero e proprio movimento che poggia le sue basi sulla libertà d’espressione. Gli abiti devono essere qualcosa che ci fa sentire bene, che rispecchia la nostra personalità e ci lascia liberi di indossare semplicemente ciò che ci piace e non quello che la società ci impone di scegliere.
E così sono sempre di più gli stilisti che decidono di realizzare sfilate unisex, senza differenziare i generi e creando un unico evento: uomini che sfilano nelle passerelle di moda femminile, donne che sfilano per la moda uomo con capi appartenenti al guardaroba maschile.

Ma nascono così anche nuove icone del mondo della moda. Nel 2010 la modella transgender Lea T diventa il volto scelto da Givenchy per le sue campagne pubblicitarie, segnando per sempre una svolta nel mondo fashion e aprendo la strada ad altre come lei. Dopo di lei arriva infatti Hari Nef, la prima modella trans ad essere scritturata dalla celebre agenzia IMG (la stessa di Gisele Bündchen) e rivelazione delle sfilate di Gucci, mentre la brasiliana Valentina Sampaio è la prima modella transgender ad apparire sulla copertina di Vogue Paris nel Marzo del 2017.

E poi ci sono le grandi icone della musica pop internazionale che del fluid gender hanno fatto il loro status, esempi indimenticabili: Freddy Mercury, David Bowie e i Kiss.

L’abbattimento dei confini tra la moda maschile e quella femminile segna una svolta definitiva nel mondo fashion, ma non solo. L’accettazione di sé stessi e del diverso, l’inclusione e la fluidità di genere sono tematiche portate avanti anche dal mondo del cinema, con sempre più personaggi di spicco che decidono di portare sul red carpet abiti unisex che rompono gli schemi e mescolano codici stilistici.

La prima cosa è l’accettazione di sé stessi. È questa la strada verso la fluidità di genere: il ritrovamento dell’autostima persa anche tramite gli abiti di tutti i giorni, il sentirsi a proprio agio con ciò che si indossa aldilà di ruoli, etichette e status sociale.

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