Quando le Api Ronzanti facevano ballare l’universo.

I Bee Gees, gruppo musicale inglese-australiano, era una band composta dai fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb. Considerati fra i gruppi più noti, importanti e influenti della storia della musica pop e inseriti fra i cinque artisti di maggior successo della storia della musica con oltre 230 milioni di dischi venduti e per aver composto le canzoni principali della colonna sonora "La febbre del Sabato sera".

I fratelli Gibb e il loro falsetto sinuoso come le curve di una ventenne carioca, hanno segnato la vita della mia generazione che anche se appassionata del rude punk, o del sofisticato jazz, si è fatta addomesticare dalle calde e frizzanti melodie dei ragazzi nati nell’isola di Man, ma cresciuti nel violento quartiere di Chorlton-cum-Hardy a Manchester. Posso dire con certezza assoluta che non esiste essere umano al mondo, che non schiocchi le dita nell’ascoltare le prime note di Stayin’n Alive il brano registrato quasi per caso agli Château d’Hérouville Studios di Parigi, su una base realizzata, udite udite, con una drum machine.

Questa volta ho voluto accettare la proposta della direttrice Marlene che mi disse, tempo fa, “perché non scrivi qualcosa su una band mito dei settanta? Qualcosa di diverso dai tuoi canoni?”

Eccomi allora mentre ascolto il brano che mi fa pulsare il cuore, nel ricordo dei tempi che furono: How deep is your love, e subito mi scorrono davanti le scene finali della Febbre del sabato sera, quando l’italoamericano Anthony Tony Manero entra in casa di Stephanie Mangano per assicurarle che farà il bravo ragazzo, con una faccia strappacuori che avrebbe distrutto da quel momento in poi, la vita di tutte le quindicenni del pianeta. Era la fine del settantasette e io avevo una clamorosa cotta per Nicoletta. Ascoltavo i Ramones, ma quando avevo bisogno di pensare a lei, How deep is your love non aveva rivali, e mi faceva fluttuare ascendendo le vette del paradiso, scalino dopo scalino, in un crescendo sentimentale, che ahimè si sarebbe sfumato poco tempo dopo a favore di una biondina che mi strapazzò sulle scale di un condominio in quello che oggi viene sofisticatamente chiamato Pigneto, ma che allora era Tor Pignattara.

Facciamo un lungo salto indietro. Torniamo a metà degli anni cinquanta nel popolare quartiere di Chorlton. Chi lo avrebbe mai detto che Sir Robin il bello, all’anagrafe Barry Alan Crompton, quello dal capello talmente fluente da sembrare una borsa dell’acqua calda, era stato in gioventù un discolaccio, anzi, un vero delinquente così spesso al centro di risse e atti di vandalismo da essere costretto a comparire davanti a un giudice? Era un monello, ma con una voce meravigliosa. Forse per questo motivo la famiglia si trasferì a Brisbane e dalla lontana Australia i ragazzi iniziarono a far sentire i loro cori. Fino quasi all’uscita del fortunatissimo album legato alla colonna sonora del film La febbre del sabato sera, le api ronzanti si sarebbero potute definire come un gruppo di popular ballad rock, o semplicemente di musica pop. A quei tempi il front man non era Barry, ma Robin, che secco e allampanato impose il suo falsetto disciplinato. Tra i tanti brani partoriti, a me continuano a piacere due perle da boys band. La prima, Your world is my world è veramente un’ottima ballad da classifica. Perfetta per lo stile dei primi settanta, con i solismi vocali di Robin che nei momenti cruciali sembra quasi cantare da solo. Vi consiglio il video mentre eseguono il brano in uno studio di registrazione. Maurice al piano a coda, Barry che imbraccia una Eko acustica e Robin con le cuffie appollaiato su uno sgabello, accompagnati da un batterista che si muove come Pinocchio e poi Massachusetts che è un po’ meno trascinante e a cui mancano quei coretti distintivi che faranno la fortuna del gruppo. Anche se ha un motivo decisamente coinvolgente, non è all’altezza della prima. In quegli anni il trio non ha sempre vita facile e girano voci molto divertenti sul comportamento di Robin il bellone che, affamato di donne, aveva escogitato uno stratagemma un po’ infantile. La storia narra che avesse un anello con cui irretiva le ragazze che conosceva, mentre declamava frasi d’amore e proposte di matrimonio che non si sarebbero mai attuate. Sembra che questo giochetto sia durato molto tempo, fino a quando una mezza dozzina di ragazze a cui aveva regalato il monile, si presentò nel camerino dell’amato che fu preso a calci e a pugni. Così come Maurice che appassionato di Rolls Royce era costretto per via della statura, a guidare seduto su un elenco del telefono.

Il gruppo arriva alla metà dei settanta alternando momenti positivi a cali di popolarità, fino a quando un brano che, ammetto, non sentivo da molto tempo, si impone alle classifiche del nord America e in Europa. Jive Talkin’ è un pezzo fuori dai canoni delle loro ballad, sintomo che il gruppo ha deviato verso uno stile musicale che si sta imponendo in quegli anni. La disco music, ovvero l’evoluzione del funky nero da far ballare ai bianchi bacchettoni che sniffano ormai a piene narici nelle discoteche di Manhattan. È il settantasei quando i ragazzi scrivono un’altra pietra miliare. È a metà strada tra black, funky e disco. You shoul be dancing è caratterizzato dalla spettacolare sezione fiati di intermezzo. Tromba sassofono e trombone a ribattere la tonica e la modale. Poi a metà le percussioni su tutto. Giro semplicissimo ma che regala al brano una spolverata centroamericana. La nuova strada è intrapresa. Le api hanno buttato il vestito usato e si sono messe l’abito della festa, senza sapere che il mega successo planetario è alle porte. Siamo arrivati al settantasette. È il periodo dei macchinoni e dei pantaloni a zampa d’elefante, della popolazione italoamericana di Brooklin, delle band di portoricani e di una nuova inaspettata ventata di nichilismo polveroso. Sono gli anni in cui emergono prepotenti le differenze sociali legate ai quartieri della grande mela. La vita notturna delle comunità povere in contrapposizione con l’agiatezza dei nuovi ricchi di Manhattan che molleggiano su un presente lastricato di luci, apre le porte a diverse inchieste giornalistiche che entreranno nel cuore della popolazione media. La gente è stanca di invettive sociali, e vuole divertirsi come fanno quelli dall’altra parte dell’Hudson. Mangiare, bere e fare sesso come se non ci fosse un domani. Il mitico produttore Robert Stigwood, quello che mise insieme Eric Clapton, Ginger Baker e Jack Bruce e li seguì quando si chiamavano Cream, propose alle api di scrivere le musiche per un film che si sarebbe girato a breve. E lì successe l’incredibile, esplose la febbre, sia che fosse Sabato o Lunedì, mentre i ragazzi ascesero alla classifica mondiale dei gruppi più popolari di tutti i tempi, vendendo quasi trecento milioni di dischi. Tutti ballavano quella musica e loro non si tirarono indietro quando ci fu da bissare le hits. Era la metà del settantanove e camicie aperte, petti villosi, collanine e capelli cotonati, i nostri eroi tornano alla vecchia ballad regalando al mondo un pezzo intramontabile come Too much heaven che su Youtube si becca da solo quasi duecento milioni di visualizzazioni. Il classico lentone che serviva per pomiciare con l’amica della sorella del tuo amico al buio nel salone di casa, nella doppia speranza che non arrivassero i genitori e lei ti permettesse di allungare le mani. Il video promozionale li mostra con Barry al centro e i fratelli di lato, accompagnati da un’orchestra completa di archi. E rispunta la formula magica, quel tocco meraviglioso che li rese unici. Il controcanto a metà strada tra lo scat e un fraseggio verbale quasi sommesso con crescita d’acuto. E poi le impennate, degne di una soul singer d’altri tempi. Sarà, ma al sottoscritto sti ragazzi piacciono di più in questa formula. Si vede che ho sempre amato i Crosby Still Nash e Young…

Me li voglio ricordare così, come colonna sonora di quell’estate del settantanove a Ladispoli. Quell’anno mi presi l’ennesima stratosferica cotta per una ragazzina che bazzicava nello stabilimento in cui svernavamo da sempre. Si chiamava Daniela e aveva due anni più di me, occhi azzurri e chiome colore del sole. Non mi cacò nemmeno di struscio. Io ero il bambino che giocava come un idiota a palline con i nomi dei ciclisti più famosi e lei, lei invece era innamorata di Gigi, un bagnino coatto come solo in quegli anni si riusciva a essere. Maglietta bianca con trama intrecciata e un’abbronzatura che avrebbe fatto impallidire anche un rasta, aveva tatuato sull’avambraccio, amo mamma, anticipando di una vita la moda attuale.

Il vino? Per le api un nobile di Montepulciano. Comprate quello che volete, il nome e la vinificazione non tradiscono.

 

 

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