Quando si muore…. di “felicità”.

Il 28 Settembre, per l'assassinio della giovane coppia di Lecce, Eleonora e Daniele, è stato fermato l'ex coinquilino delle vittime, che poi ha confessato... Il movente sarebbe stato quello della vendetta.

Cosa spinge un uomo ad uccidere freddamente, con ferocia inaudita, quasi a sfregio, due vite felici, colme di amore e di un cammino pieno di speranze? Come definire una tale brutalità, la meticolosa preparazione – sembra da un anno o poco meno – la pianificazione, l’odio sviscerato da parte di un essere “bestiale”, che certo non definisco uomo?

La cronaca è sugli occhi di tutti… il fattaccio. Il “giallo”, come tutti ormai lo chiamano.

Siamo in quel di Lecce, città meravigliosamente barocca, un gioiello della Puglia, con le sue opere imponenti realizzate in pietra leccese… Nessuna perturbazione aveva attraversato prima la città, scuotendola così brutalmente.

All’inizio si parlava di delitto passionale, di schegge impazzite! Ma non esiste il mostro vestito di nero che bussa alla porta e ti uccide per caso. Anche i serial killer e le loro vittime, paradossalmente, hanno un legame. Magari difficile da trovare, ma c’è sempre. Nessuno si arma di coltello, premedita con dovizia tutti i particolari, studia la via di fuga e il percorso per non essere riconosciuto, senza avere un motivo in sé, un odio profondo, un rancore cieco…

Un assassino alla Pacciani, che odiava le coppie, avrebbe adottato un’altra modalità: Pacciani agiva in luoghi bui e appartati. Quest’individuo a Lecce, invece, si è recato in un condominio, durante l’ora di cena, in una sera di fine estate quando tutti possono essere affacciati al balcone o transitare per strada. Il classico killer, invece, è eccitato dal proibito, dal nascosto. Lo avrebbe fatto diversamente: sarebbe entrato di nascosto in casa, in piena notte. Invece l’orario, la modalità e la minuziosità con cui l’assassino ha agito, fanno pensare a ben altro. Inoltre il serial killer lascia sempre una traccia: e non parliamo del bigliettino con la mappa delle videocamere lasciate sul luogo. Quella non è una traccia e neppure la sua firma. Quello è un suo errore.

Ricordiamo che quella era l’abitazione di Daniele e che Eleonora vi si era stabilita in maniera definitiva da poche ore. L’obiettivo erano tutti e due, entrambi conoscevano il loro assassino e dovevano morire dopo averlo visto in faccia. Questo era già contemplato nel suo piano.

Il fatto che Daniele ed Eleonora costituissero una coppia normale, bellissima a vedersi, due persone senza scheletri nell’armadio, ha provocato un forte sgomento e un trauma non soltanto tra gli amici più stretti e famigliari, ma anche nella comunità leccese.

Ma tornando ad analizzare le motivazioni di questa inaudita violenza… L’assassino, Antonio De Marco, 21enne studente di scienze infermieristiche ed ex coinquilino della coppia, ha così confessato: “Li ho uccisi perché erano troppi felici e per questo mi è montata la rabbia”.

Se è vero che, tristemente, poche cose suscitano ormai il mio stupore, è altresì incredibile questa motivazione! Una morte assurda, drammatica, fatta di un rancore che immagino covava da tempo e come un tarlo ha risucchiato il cervello di questo individuo acutizzandone l’odio. Che soggetto è uno che in apparenza svolge un lavoro in cui si dedica al prossimo, di buona famiglia? Una personalità sociopatica, un frustrato sicuramente, per la gioia dei successi altrui, l’amore e l’affetto che, probabilmente, lui non riceveva, un tipo chiuso, un introverso, con pochissimi amici! De Marco aveva pianificato, addirittura, una sorta di azione dimostrativa: voleva immobilizzare, torturare e uccidere la coppia, per poi ripulire tutto con detergenti e lasciare una scritta sul muro con un messaggio per la città.

Tornando ai sentimenti negativi, i veri protagonisti di questa tragedia immane, sentimenti che sporcano l’anima: odio sociale, invidia sociale, rancore diffuso. Una incapacità nel diffondere sentimenti positivi e una sinistra predisposizione a distribuire rabbia.

“È nel carattere di pochi uomini onorare senza invidia un amico che ha fatto fortuna”, diceva il saggio Eschilo.

Odiare chi sta meglio, chi ce l’ha fatta, chi ha dimostrato qualcosa o magari semplicemente chi non vive un disagio, una difficoltà, un dolore. Sta meglio di me, mostra di avere una bella vita, io non ce l’ho, vorrei non l’avesse nemmeno lui o lei. Lo odio solo per questo e in qualche modo devo trasmetterlo al mondo. Il nostro mondo non va bene sul fronte dei valori umani e sociali. Il buonismo di facciata ha danneggiato quello vero e lo ha annichilito. Una volta a scuola c’era addirittura il premio allo scolaro non solo più bravo ma anche più buono. Si insegnava l’educazione civica e valori come la pace, la solidarietà, l’amore, il rispetto per la famiglia, per la Patria.

Accusati di retorica molti di questi valori sono stati relegati a tipici di un passato da superare. Oggi si è riusciti a far passare il messaggio che buono equivale a fesso e ad un tipo sociale sprovveduto e incapace di fare unicamente il proprio interesse.

Persino alcune bellezze intorno a noi sembrano inquinarsi col marciume della sporcizia e del degrado. Spesso con l’unica giustificazione del profitto (come chi seppellisce rifiuti inquinanti in campagna o in mare) ma a volte solo con quella della “mala” educazione tipo quelli che buttano la spazzatura in mezzo o alla strada o in discariche improvvisate.

Per sporcare una strada o un prato o un pezzo di spiaggia basta la cicca di una sigaretta. Però chi perde tempo a gettare rifiuti o scarti di vita in contenitori asettici e sterili?

I più fessi di certo, perché i furbi non raccolgono nemmeno gli escrementi dei propri cani. Li lasciano lì come un insulto, per chi ci camminerà sopra. L’atteggiamento di chi sporca è simile a quello di chi insulta. Chi ha il garbo e la gentilezza se li porta dentro in ogni cosa che fa, anche quando si tratta di raccolta differenziata. Anche quando risponde ad un post su Facebook. Quelli che non lo fanno, sono haters, “insultatori” seriali della vita degli altri ma anche della propria. Sì perché per primi fanno male a se stessi. Eppure mai una cultura ha esaltato e inseguito la bellezza come la nostra.

Allora perché questo esteticamente corretto, questo equilibrio di forme non riesce a contaminare positivamente il pensiero collettivo generando amore, pace, armonia? Esistono ancora, per fortuna, ma a volte il mondo sembra dimenticarsene. I media ne parlano meno e danno spazio a storie e vicende clamorosamente orribili e negative.

I libri e le serie sui crimini, i mostri, i killer seriali, i casi di cronaca efferati, le storie di violenza assurda che possono esplodere a pochi chilometri da noi quasi fossero parte della vita quotidiana. E sui social questa rabbia e questo odio impazzano, quasi servissero a far superare, ad alcuni, amarezze e difficoltà che tutti proviamo.

Ma questo è un grave errore. Se si fa entrare il livore e la rabbia nel proprio cuore, se li si cala nell’anima come un’ombra nera, ci si fa solo male. E lo si fa a chi vive con noi. A che vi serve postare foto che vi ritraggono belli, forti, vincenti, quando belli non siete affatto perché dentro di bello non coltivate nulla.

Gli antichi definivano ciò che era vacuo e vano e ciò che era retto e buono, fino alla purezza, l’assenza di ogni male e di ogni malizia. I contemporanei sembrano averlo dimenticato, quasi la forma avesse definitivamente prevalso sulla sostanza. In una società votata all’avere, al possedere, l’essere in termini esistenziali conta sempre meno. E allora ci vuole cattiveria per dominare, ma la cattiveria, lo sappiamo fin da piccoli, porta cose brutte. Se le brutture ci entrano dentro diventiamo brutti e cattivi anche noi come gli esseri orribili che la cronaca ci propone.

Se dimentichiamo il calore di un abbraccio o la gioia di un sorriso o di una parola di conforto, diventiamo dei mostri. Quelli dei nostri tempi. Belli fuori, esteticamente perfetti, con case bellissime e famiglie fotogeniche da sfoggiare sul web. Ma orrendi dentro. Quella bellezza e il benessere non serviranno ad altro che ad alimentare il nostro disagio oltre all’invidia e alla cattiveria degli altri. Altri che diventeranno come noi, tutti uguali nella negatività. Mettete fiori nei vostri cannoni, diceva uno slogan degli anni ’60. Oggi si potrebbe dire mettete più cuore e bontà nelle vite vostre e in quelle degli altri. In un mondo senza odio e invidie sociali, staremmo tutti meglio. Se fossimo in grado di sostituire ad un insulto un apprezzamento o un complimento vivremmo tutti meglio.

E se non siamo d’accordo su qualcosa potremmo sempre farlo ma senza inveire e odiare chi non la pensa come noi. Sarebbe una vera rivoluzione e cambierebbe anche questo mondo social che sul rancore, l’invidia e l’odio rischia di bruciare ogni valore oltre alla sua stessa esistenza futura.

Sarà che siamo tutti “figli di Caino”? Io mi auguro proprio di no, anche se forse, al momento, il detto “Meglio essere invidiati che compatiti” andrebbe rivisto… vedendo a cosa conduce!!!

 

 
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