QUEEN.

Oggi parleremo di musica, e per la precisione di un memorabile album doppio dal vivo, pubblicato il 26 Giugno del 1979, che dovrebbe far parte della discografia di ogni essere umano: Live Killers.

Lo sapevo che prima o poi sarei stato costretto a scrivere qualcosa sui figli della regina. Noi dei sessanta che ci eravamo stufati di loro già a metà degli ottanta. Che li avevamo ascoltati talmente tanto da esserci letteralmente intossicati. Intossicati dall’estro sublime di un gruppo di amici che vivevano la musica piegati al genio abbattutosi a macchia di leopardo sulle loro teste. Intossicati dalla sinusoide musicale che oscillava tra hard rock e ballad intimiste. Tra l’eccesso sfacciato di Freddie Mercury che viveva attorniato da gatti, vasi Ming e carpe del laghetto di Garden Lodge nel pomposo quartiere di Kensington, alla compostezza quasi noiosa del vero genio del gruppo, quel Bryan May capace di costruire a sedici anni la sua prima chitarra elettrica, utilizzando un architrave e le assi del camino, con la testa persa tra assoli e astrofisica.

A Logan Place ci stazionai per almeno due ore di ritorno dalla collina di Notting scendendo per la sofisticatissima Palace Gardens dimora di ambasciate e ville multimiliardarie. La silenziosa stradina nascosta al mondo era puntellata di villini vittoriani e Lamborghini parcheggiate per strada come fossero Fiat Panda, al sicuro delle onnipresenti telecamere. Era lì che viveva il menestrello tanzaniano di origine Parsi nato Farrokh, ma noto come Freddie.

Oggi però, non parleremo di battibecchi, fidanzamenti, litigate, storie di vita, eccessi e droghe varie. Parleremo di musica, e per la precisione di un memorabile album doppio dal vivo, pubblicato il 26 Giugno del 1979, che dovrebbe far parte della discografia di ogni essere umano. Lo riconoscerete facilmente. È quello con la foto di copertina del forno per pizze dai colori sgarcianti e la band in controluce. In quegli anni, i concerti tosti erano tutti almeno doppi se non tripli, perché i produttori avevano rispetto della catarsi artistica dei loro protetti e ne pubblicavano integralmente gli sforzi del palco.

Quel lavoro ritrae perfettamente il periodo stratosferico della band, prima che venisse stritolata dai mangiasoldi e costretta a prostituirsi alla musichetta per tutte le orecchie, mentre ogni gesto, ogni respiro sarebbe assurto a culto e mantra. Ma prima di porgere il mio animo nudo alla danza estrema del Live Killers, l’album fortemente voluto dopo l’uscita di quello in studio, mi voglio soffermare sul piacere che alcune volte il fato ti butta addosso come un impermeabile bagnato, e di cui solo un genitore può godere. Entro in casa e sento suonare a tutta caldara l’inconfondibile assolo di Don’t Stop me Now, la mia preferita di sempre. Quella che ancora oggi a quaranta anni di distanza mi fa accapponare la pelle. Ginevra e Jack i miei cuccioli ahimè cresciuti, ballano come forsennati a occhi chiusi. Che l’aria faccia spazio alle crome, che le crome facciano spazio al cuore e il cuore batta come non ci fosse un domani. La fucilata che occupa il dodicesimo brano dell’album Jazz è suonata in Fa maggiore con il Si bemolle in chiave e con i primi tre accordi tutti in minore, La, Re e Sol a voler dare un tono grave quasi cupo. Il pezzo dopo un dolce bacio della voce di Freddie, si trasforma salendo verticalmente fino a centocinquanta battute, rispecchiando in pieno il groove rock della band con armonie vocali sovrapposte in multitraccia. La presenza virile della cassa di John Deacon, rende piacevolmente ossessivo il ritmo. Realizzato su una struttura forsennata di piano, ha il suo pathos proprio nella partenza lenta, quasi fosse una ballad, per poi esplodere nella durezza dei quattro quarti, precisi come binari. Quindi l’assolo del pennellone, capace di trasformare due terzine corte in una sestina.

Ma partiamo dall’inizio, saltando qua e là in ordine sparso ma cronologico, limitandoci nella descrizione, altrimenti ci vorrebbero tre giorni per disegnare l’eccitazione comune che dovrebbe impossessarsi di chi ha deciso di regalarsi tempo per questa stupenda opera. La prima traccia parte definendo come saranno le prossime due ore. E allora una versione tiratissima di We Will Rock You completamente diversa da quella in studio, ma soprattutto da quella proposta nel film. Poi Let me entertain You e sembra di sentire gli Zeppelin. Parte sempre la batteria che insieme a chitarra e basso avanza con stacchetti, fino al decollo e come sempre il marchio di fabbrica, i cori. Poi Death On two Legs ­– chissà a cosa alludessero – che inizia con un suono sintetizzato e il piano di Freddie che prende la scena per poi lasciarla nuovamente al synth, che dà spazio all’assolo di May in un brano squisitamente rock che si ammorbidisce all’arrivo di Killer Queen con quello zompettare sui quarti al piano. Fichissimo. Una stupidaggine da suonare, ma eccitante come una mousse di vitello tonnato. Poche battute e si torna all’hard rock. Salto a piè pari fino alle ditate di John Deacon che caratterizzano l’inizio di Get Down Make Love insieme al charleston che gli fa da controcanto aiutato da subito dal solito intervento di Freddie al piano che con un paio di cromatismi ascendenti rafforza i quarti. Quindi la nave decolla con la sua potenza e si torna ancora una volta alla durezza percussiva. Se potessimo valutare i brani dei Queen, potremmo dire che lo style del gruppo è caratterizzato da tre solide basi. Un intro moderato e lirico che lascia spazio a un tempo forsennato, tratteggiato da sovraincisioni corali. Arriviamo adesso a uno dei punti cardine di questo lavoro. Now I’m Here. Il maestro della sei corde, quello con il naso a punta e l’aspetto dinoccolato da pennellone, scrisse questo brano quando era ricoverato per epatite. Dal vivo si trasforma in un omaggio ai gorgheggi del cantante di ben nove minuti, mentre nella versione da studio il signor Mercury suona un organo Hammond. Parte proprio lui con un ritmo hard tenendo la scena come sempre, fino al siparietto giocoso con il pubblico. Quello famoso che bisserà tutte le sere e incanterà lo stadio di Wembley al Live Aid. La domanda e risposta tanto cara al canto popolare religioso statunitense, trasformata in un coinvolgimento emotivo sentimentale. Freddie incita dando sfogo delle sue doti e i discepoli lo seguono in un trip mistico fino al nuovo decollo e a un ulteriore atterraggio. Altro salto e la voce di Farrokh accarezza Love of My Life accompagnato dall’acustica a dodici corde con il pubblico in sottofondo che gli ruba il palco e inizia a cantare al suo posto. Credo che nella vita di un essere umano ci siano momenti splendidi, situazioni che sbocciano come fiori nel deserto, capaci di inginocchiare nel pianto. Ho sempre provato a sognare il piacere interiore che si prova ascoltando chi canta la voce del tuo cuore, ma non ci sono mai riuscito. A questo punto del concerto, i ragazzi della terra d’Albione fanno una frenata e sterzano scavalcando l’Atlantico con ’39, un country acustico dal sapore Texano. Chiudo con quattro perle suonate una dietro l’altra. Inutile cercare di analizzare ancora Don’t Stop Me Now, posso solo dire che nella versione dal vivo, il brano acquista una rudezza negli interventi solistici di May, così come nella voce. Spread Your Wings che parte come spesso accade parlando dei Queen quasi silente, dà poi il fianco a un medio tempo rafforzato, lasciando con gentilezza il posto ai tredici minuti di Brighton Rock. Una suite a tutti gli effetti dove il genio di Twickenham e John Deacon ci ricordano che loro… sono i Queen. Infine, un brano che è diventato famoso, quando era già famoso e che venne rifiutato perché era giusto che qualcuno lo buttasse nel cesso. Estratta dall’album A Night at The Opera, la Rapsodia Boemiana si fregia di essere una miscela con intro acapella, seguita da uno stacco da ballad con assolo chitarristico azzeccato preludio a una corsa hard rock che si rilassa su un finale di piano e chitarra, che potrei accostare a una complessa composizione di progressive, tanta è la scelta dei sipari. La storia racconta che ci vollero più di due mesi per metterla a punto con una cascata di sovraincisioni vocali che misero a dura prova le apparecchiature dell’epoca, tanto da costringere a un montaggio manuale dei nastri. Non so dirvi se è il loro pezzo migliore, di sicuro è quello più particolare.

Cercate un negozio di dischi e acquistatelo. Subito! L’impresa è nettamente migliore della spesa. Smettetela di ascoltare i Queen del periodo rosa, ascoltateli nel periodo Black. Quando giravano il mondo sui furgoni come tutte le band cazzute.

Il vino? Oibò me n’ero quasi dimenticato. In questo periodo di lockdown forzato va bene tutto, però io continuo ad apprezzare l’Amarone. Che sia però ben bilanciato tra uve di Corvina, Corvinone, Rondinella e Oseleta.

Che la vita sia con voi.

Alessandro da Soller

 

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