Quel giorno, all’alba…

"... con il braccio dolorante dove mi hanno appena marchiato con dei numeri, steso su un pagliericcio maleodorante e pieno di pulci chiudo gli occhi e vedo il cielo azzurro di Roma, il sole caldo di un pomeriggio di metà Ottobre, sento il profumo della challah che si spande per tutta la casa, mi affaccio alla finestra e vedo il Portico …" - Roma, 16 Ottobre 1943 – Per non dimenticare.

Era Sabato, quel giorno era il terzo della festa di Sukkot, la festa delle capanne, i giorni in cui ricordavamo il nostro viaggio attraverso il deserto, verso quella terra dove scorrono latte e miele. Era Sabato, all’alba, ma sembrava ancora notte fonda. La prima cosa che udii, nel sonno, fu un grido lontano “Arrivano!”.

Poi, dopo poco, eccoli che bussano alle porte, a centinaia di porte, compresa la mia. A quelli che non aprono ci pensano loro, le sfondano con i calci e con colpi dati con i mitra. Entrano in casa con una lista di nomi e cominciano la perlustrazione. Sono convinti che nascondiamo qualcuno. Aprono gli armadi, vanno su in soffitta e poi giù in cantina. Ma non c’è nessuno, a parte noi. Tutti gli altri parenti sono già scappati giorni fa. Poi, con i mitra puntati dietro la schiena, scendiamo in strada, io, mio padre, mia madre e i miei tre fratelli e ci fanno salire a forza sui camion. Per le vie del quartiere ci sono grida, pianti e urla in tedesco. Per tutti i vicoli, dove io gioco a pallone, c’è un brulicare di soldati che spingono uomini, donne e bambini. Alzo lo sguardo verso il palazzo dove abita mia cugina Settimia, c’è la luce accesa, anche da loro. Il camion parte e ci porta al Collegio Militare a via della Lungara e lì restiamo chiusi per due giorni. Abbiamo paura, fame, sete. Restiamo ammassati in quelle stanze, due giorni di attese e di silenzi, da parte di tutti. Sembra che tutti ci abbiano dimenticato, nessuno viene a liberarci, a salvarci.

Arriva poi il giorno della partenza, il 18 Ottobre. Chiusi come animali, dentro quei vagoni piombati, in piedi, per cinque giorni, con poco cibo e pochissima acqua e un secchio per urinare e defecare. I nazisti non aprono mai il portello del vagone. Respiriamo a fatica, c’è chi sviene, chi urla, chi piange. Per cinque giorni. Poi arriviamo, non so nemmeno dove.

Ad attenderci una fila di gerarchi ghignanti, i loro cani tenuti a fatica, pronti a balzarci addosso. Cominciano a dividerci, tu sì, tu no, io e papà di qua, mamma e i miei fratelli di là. Non li rivedremo mai più. Non ho nemmeno il tempo di dirgli addio, un attimo e la loro vita si dissolve, nel cielo plumbeo di un luogo di cui non so nemmeno il nome.  La mia famiglia non esiste più.

Nella baracca dove ci portano più tardi, al buio, con il braccio dolorante dove mi hanno appena marchiato con dei numeri, steso su un pagliericcio maleodorante e pieno di pulci chiudo gli occhi e vedo il cielo azzurro di Roma, il sole caldo di un pomeriggio di metà Ottobre, sento il profumo della challah che si spande per tutta la casa, mi affaccio alla finestra e vedo il Portico … incrocio con lo sguardo quello dei miei amici pronti con il pallone. Mi chiamano ‘Piola’ … so’ er più bravo de tutti … Ahò, aspettateme che scenno!

Qui è così buio, è così freddo.

Roma, 16 ottobre 1943 – Per non dimenticare.

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*