Quella lunga notte di mezza estate a Roma.

I Genesis sarebbero tornati nella città che li aveva osannati prima che divenissero quello che erano diventati. Roma aspettava i suoi figli. Li aveva visti sbocciare e farsi uomini.

Il caldo serale di metà Luglio ci avvolse come un abbraccio materno, mentre luci e ombre si frapponevano fino al palco. Il brusio crebbe minuto dopo minuto. Se ne parlava da mesi del ritorno, e tra smentite e mezze voci, avevamo un po’ tutti perso la speranza. Poi l’ufficializzazione e la gioia di vedere il più grande dei tour. I Genesis sarebbero tornati nella città che li aveva osannati prima che divenissero quello che erano diventati. Roma aspettava i suoi figli. Li aveva visti sbocciare e farsi uomini. Aveva pianto nel vederli scappare, e ora da brava madre, ne attendeva il ritorno. Tutta l’urbe si sarebbe dovuta chinare per rendere onore ai suoi ragazzi, e io con loro. Ero al Circo Massimo quella sera, seduto sul fianco sinistro di uno stadio che solo i romani avrebbero potuto realizzare e dove ci fu il ratto delle sabine. Mi guardai intorno in cerca del punto i cui quelle povere sventurate erano state catturate per divenire le nostre nonne, madri e sorelle. Seduto sulla terra che duemila anni prima si era piegata agli zoccoli delle corse equestri, e che oggi, accettava di buon grado l’ennesima avventura. La ragazza che mi era vicino, leccò la cartina e chiuse lo spinello con una maestria inconsueta. Si sentì osservata, e si voltò per osservarmi. Gli occhi grigi e seri in contrasto con l’aspettativa. Una serietà che si trova solo nel prologo d’amore o nel dramma acuto. Era bellissima, giovane e aveva un punto in più. Amava i reduci del più grande quintetto che la storia del progressive inglese avrebbe partorito. Scorsi Maurizio e Marco qualche metro avanti. Stavano conversando. Orecchi impazienti attendevano il fragore, e il sole cadde dietro la cupola, nello stesso momento in cui le note si impossessarono del cuore dei cinquecentomila accampati da giorni. Mi mossi e la cercai per l’ultima volta. Lo sguardo triste e le labbra tese mi accesero un impeto, spento in un battito d’ali dal riserbo. Il Palatino vibrò come nemmeno durante i giochi della dea. Fu un trionfo.

Il palco, come un telo srotolato, s’illuminò a giorno, mostrando nell’oscurità gli strumenti. Dietro, i folletti pronti a danzare sulle note e i ritmi di un passato glorioso pregno di idee, contrasti, notti insonni e pindariche invenzioni, capaci di traghettarli nell’aldilà. Capaci di renderli eterni anche dopo la fine del mondo. Con il cuore impazzito e gli occhi rapaci, ci facemmo prendere dal ritmo acceso dell’intro che ci avrebbe portati a “Turn It on Again” dall’album Duke. Scritto negli anni ottanta, quando la formazione stava vivendo un periodo nero. Il secondo lavoro dopo la defezione della colonna portante Steve Hackett. L’uomo delle complesse armonie e degli assoli pirotecnici. Due anni di riflessione, incapsulati nel periodo della trasformazione. Dalle lunghe, strutturate e complesse suite del passato, si passava a un popular rock radiofonico che ci piacque. Il concerto camminò fino al pomposo e travolgente trittico di “The Cage”. A mio parere il secondo punto più alto mai raggiunto dal gruppo dopo il periodo di “Selling England by the Pound”, che rimane a tutt’oggi un diamante nella storia della musica contemporanea. I got sunshine in my stomach, così inizia il brano dal concept album “The Lamb Lies Down on Broadway”. Parte come una ballad con tempo di marcia, e sotto la batteria quasi fosse un battito cardiaco, che piano piano accelera. Luci blu e fasci rossi tagliano lo schermo e poi di corsa con la voce di Collins fino al primo grande esercizio tecnico di mister Bank alle tastiere. Suonato sugli ottavi o forse anche sui sedicesimi. Sembra una toccata di Bach, tanto è bello, maestoso, tecnico e difficile. Il ragazzo dell’Est Sussex, nato in un paesino di mille anime, ci ammalia con tanta maestria. Poi si frena, si respira dopo oltre quattro minuti di corsa, ma dura poco, perché i piedi e le mani di Tony ripartono nuovamente in un allungo ancora più veloce. La chitarra tiene un ritmo quasi stressante e le mani di Mike Rutherford sul basso, non sono da meno. Parte il prologo di collegamento con la perla. The cinema show. Strumenti, strumenti e ancora strumenti e quel pezzo di meravigliosa bravura in re maggiore, che sboccia in mezzo a un tripudio di esercizi di tecnica. Poi la frenata finale di “Afterglow” alla fine del rettilineo.

Come la polvere che si posa attorno a me
devo trovare una nuova casa
le strade e i buchi che in genere mi davano rifugio
adesso l’uno vale l’altro per me
ma io cercherei ovunque
solo per sentire la tua chiamata.

Un messaggio per il futuro. Noi ci saremo sempre. Qualsiasi cosa accada. Ammetto che alla fine degli oltre diciassette minuti avevo il fiatone. Ma non era ancora niente. Il boato dei vecchi Genesis doveva ancora esplodere in tutta la sua forza. La scaletta dei brani era stata scelta in modo minuzioso. Adesso, per rilassare la marea, ci sarebbero stati due brani minori, se il termine poteva essere utilizzato per un gruppo del genere. La distesa di teste che copriva quasi il doppio di un quarto di miglio di terra battuta, fu squassata dall’arpeggio alla chitarra di “Follow you, follow me”. Sullo schermo, l’immagine animata dell’uomo che sale le scale. Non lo sapevamo, ma ci sarebbero stati altri diciassette minuti di musica senza sosta, tra cambi di ritmo e di velocità, assoli chitarristici e impennate armoniche. Breve stacco solistico di Philip David Charles Collins, detto Phil, nato nel quartiere di Chiswick lì dove per molti anni ci furono le spoglie di Ugo Foscolo e ci si tuffa nell’inno generazionale della foce del fiume Forth. Firth of Fifth. Il punto più alto a parer mio della produzione dell’era Gabriel. Partono da metà con le mani di Tony Banks a costruire per l’ennesima volta quei meravigliosi ritornelli tecnici, figli della classica, del jazz della storia e poi il leggendario assolo alla chitarra di Daryl Stuermer, l’uomo che ha sostituito da tempo il genio di Steve. Riprende la frase iniziale in cinque quarti e re maggiore, per metterci del suo. Ripartenze veloci sugli ottavi, frasi latine e loop a cantare il presente, il passato e il futuro.  Il brano si accomiata quando Collins esce da dietro la batteria con un tamburello in mano. Qualcuno comprende, altri no.

È l’una ed è l’ora di pranzo

Quando il sole picchia e sono steso sulla panchina

Li sento sempre parlare

So quello che mi piace, e mi piace ciò che so

star meglio nel tuo guardaroba

“Esplode I Know What i Like”. Le mani alte e tutti a cantare insieme. Sullo schermo passano le foto di loro giovani. Mi tornano in mente gli amici, i vecchi amori, le persone scomparse, la vita passata che non tornerà più, e una lacrima mi cade sulla guancia. Il tempo è inclemente per tutti, ma Collins ci regala un ultimo scampolo di agilità, giocando con il tamburello. Un momento meraviglioso, nel ricordo dei concerti andati. Delle migliaia di ore dedicate a inventare qualcosa che ha migliorato la vita di molte persone.

Si tira dritto fino a uno dei momenti clou della serata. Collins e Chester Thompson in piedi davanti a due sgabelli. Nessuno se lo aspetta e tutti sbarrano gli occhi, di fronte a quella prova di semplicità complessa. Iniziano a picchiare in un ritornello che conosciamo e che hanno per l’ennesima volta modificato. Poi il mitico e leggendario assolo a quattro bacchette, che fa parte della storia del batterista e serve ad aprire un’altra gemma scritta anni prima. Los Endos e la ripresa con il tempo di marcia, sottolineato da tutto il pubblico che batte le mani a tempo. Siamo a tre quarti del concerto. Il popolo romano capisce che si va verso la chiusura. Altri tre brani dagli ultimi album che ci traghettano verso quello che tutti aspettano. Lento ma dal ritmo veloce, arpeggiato tra chitarra e pianoforte. The Carpets crawlers. Collins a occhi chiusi ci regala l’ultimo pezzo di una storia che dura da quattro decenni. I ragazzi della genesi ci salutano e un profondo disagio si impadronisce di tutti noi. Avremo ancora l’occasione di farci trascinare dalle loro fantastiche melodie? Mi accomiato dalla folla e torno a casa dai miei figli. La ragazza dagli occhi grigi è scomparsa.

È arrivato l’Autunno e si ritorna ai rossi. In concomitanza con tale concerto, mi sento di proporvi uno dei cento vini che hanno fatto la storia d’Italia. Siepi di Fonterutoli annata 2013. Un blend spettacolare e unico nel suo genere. Capace di unire le leggendarie uve di Sangiovese a quelle del Merlot. Bottiglia dal prezzo alto, ma ne vale la pena. Alla prossima.

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