Ramones: Il punk rock sporco, che nasceva borghese.

Il loro motto era "Gabba Gabba Hey!". Il loro credo, il disimpegno. Ma con le loro canzoni nevrotiche e irriverenti, di pochi minuti e semplici accordi, i Ramones hanno aperto la strada alla generazione punk, rivelandosi una delle band più influenti della storia del rock che ha scritto la storia della musica.

Hey ho, let’s go…

Hey ho, let’s go…

Hey ho, let’s go…

Erano i meravigliosi anni settanta e io frequentavo le medie. Anni di cambiamento in cui le rivolte iniziarono a riversarsi nelle piazze, per poi esplodere nei collettivi o trasformarsi in lotta extraparlamentare. A Forest Hill nel Queen, il quartiere più popoloso di New York, la gente viveva di blues e rock’n’roll, senza immaginare quello che sarebbe successo di lì a poco.

John Cummings, Tamas Herdelyi e Douglas Glenn Colvin, si conobbero per caso, davanti a un pub o al parco, o forse durante una partita di basket. Nacque un’amicizia. Presero a cazzeggiare, a uscire per rimorchiare, a bere o a intossicarsi con qualche sostanza vietata. Da subito si sentirono fratelli, una banda. Uno per tutti e tutti per uno, senza sapere nella loro semplicità, di essere speciali. Suonavano chitarra basso e batteria e fu normale che decidessero di fare qualche prova in uno scantinato, inconsapevoli che il futuro sarebbe stato luminoso e tragico. Una stella cometa che si sarebbe spenta dopo un volo pirotecnico. Mancava un cantante però, e la ricerca non fu facile. Poi un giorno incrociarono Jeffrey Ross Hyman. Allampanato come una candela e pazzo quel giusto per diventare il frontman del gruppo. Il rumore e i feedback fecero da collante ai semi germinali del primo punk, che si sarebbe trasformato nel suono dei Ramones, una delle più grandi rock band del pianeta. John, Tamas, Douglas e Jeffrey furono seppelliti e al loro posto nacquero i fratelli Ramone. Capelli lunghi, giubbotti di pelle, jeans strappati e le immancabili scarpe da ginnastica bianche.

La scelta del nome è frutto di una serie di leggende. Sembra che qualcuno dei componenti fosse appassionato del produttore discografico di Simon & Garfunkel. Il duo però, stava alla musica dei Ramones, come una fetta di prosciutto alla Nutella. Dee Dee, il più estremo di tutti, racconta che il nome gli piacque, perché dava una connotazione criminale alla band. C’era solo un problema, i ragazzi, erano talmente scarsi musicalmente, che non potevano suonare cover di altri musicisti, quindi inventarono di sana pianta tutto il repertorio che si confaceva alle loro capacità. Nacquero così testi autobiografici, ironici o che parlavano di droga, ma mai politici. Cosa strana, perché il punk si sarebbe espresso, invece, con una matrice pesantemente rivoluzionaria e di estrema sinistra. Poi i fans storsero la bocca, quando scoprirono che uno dei componenti era repubblicano. Il gruppo si distinse per una caratterizzazione dura e un muro di suono violentissimo che li sottopose da subito ad aspre critiche. La loro musica era considerata rozza e brutta. Se il progressive, sfornava tracce capaci di riempire l’intera facciata di un album, coi Ramones, in mezz’ora ti eri già bevuto quindici brani. Il cuore a mille, le gambe che saltavano e la salivazione azzerata. Gli esordi furono particolari. Entrarono dalla porta di servizio di quella che allora era poco più di una fogna. Nella Bowery, la zona più malfamata di New York, c’era il CBGB’S, un locale che accettava tutti quelli che avevano il coraggio di inserire la spina nei loro amplificatori mezzi sfasciati. I Ramones, non si fecero pregare e davanti a una platea di travestiti, che avevano venduto fino a un attimo prima la loro merce nelle strade buie a est di Little Italy, scatenarono l’inferno al ritmo di One, two, three, four. In meno di venti minuti avevano esaurito tutti i brani, quindi ricominciarono da capo tra i litigi, ma la leggenda stava nascendo. Nel giro di poco, la scena alternativa della grande mela, si accorgerà di loro, e i concerti sold out, vedranno la presenza costante di personaggi del calibro di Lou Reed ed Andy Wahrol.

Il lavoro migliore a mio avviso, rimane il doppio dal vivo, registrato al Rainbow di Londra la sera di capodanno del settantasette. It’s Alive. Un’ora di concerto e poi tutti a letto. Seeee, magari. Trenta tracce veloci come la luce e dirette come un cazzotto in faccia. Trenta tracce che rimarranno nell’universo musicale come il prodotto frustrato di una disperazione generazionale. Voglia di riscatto, voglia di vendetta, voglia di sputare in faccia a tutti quelli che avevano distrutto il sogno dei ragazzi di mezzo mondo, quando oggi i nostri figli vengono addomesticati dalle serie tv, o dai giochi interattivi. Perché, allora, non tornare ogni tanto ai fasti di quello che fu? Prendete il vecchio long playng e mettetelo sul giradischi, se ancora ne avete uno. Il volume a palla…

Uno due tre quattro… e si parte con Rockway Beach, la spiaggia di Brooklin, poi Teenage Lobotomy e si arriva alla leggendaria Blitzkrieg Bop. Nome rubato alla guerra lampo di Hitler. Inno generazionale, voglia di assalto, pugni in alto, esplosione di mascolina violenza. La ribellione del ghetto e la politicizzazione del movimento punk da sempre anticapitalista e contro l’establishment.  Sono passati sei minuti e abbiamo già il fiatone. Con il quarto brano il gruppo rallenta. I wanna be well è una ballad distorta, ma non sperate, si riparte subito. Una serie di brani al fulmicotone per arrivare a un’altra gemma. Sheena is a punk rocker. Un riff spettacolare, forse il migliore inventato dai ragazzi, con Johnny Ramone che pesta con la mano destra e le dita piegate, sulle corde nella tecnica del Buzzsaw. Poi giù con altre venti tracce fino alla sigla finale We’re Happy Family. Siamo una famiglia felice, che piangerà, però, i suoi figli. Tre dei quattro componenti del gruppo moriranno di cancro e il bassista per un’overdose di eroina. Solo uno arriverà a sessant’anni. I Ramones furono capaci di trasformare un suono selvaggio in una carezza introspettiva. Ascoltandoli oggi, si capisce l’effetto dirompente che regalarono al mondo. La batteria quadrata e noiosa come un metronomo, i riff sempre uguali e un impatto mostruoso. Per questo ci piacquero.

Li feci ascoltare ai miei amici Raffaele, Roberto e padre Gab quando eravamo in età giovanile. Qualcuno storse la bocca, qualcun altro batté il piede a ritmo, ma con sommo piacere, tutti vollero dire la loro. L’amico Raff ancora oggi, durante le lezioni all’università, usa far ascoltare agli alunni, i riff fucilati di Johnny Ramone che, nella sua vita musicale, suonò un solo assolo, ripetendo la stessa nota per ben trentadue volte. Se non è classe questa…

Il vino che mi sento di proporvi oggi, in contrasto con tanta violenza, è il Salco Salcheto, un Prugnolo Gentile, figlio del Nobile di Montepulciano. Un sangiovese con carattere e grandissimo spessore. Profumato e intenso come una sonata di Bach, forte e incisivo, come un riff dei Ramones.

Ci risentiamo a fine mese per parlare di qualche altro disco che ci ha trasformati. Magari stavolta niente ribellione, ma solo voglia di fare musica.

 

 

 

 

 

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