Roberto Frazzetta: “Leggere è la miglior scuola per diventare scrittori”.

Esperienze vissute, sognate, ed una grande attitudine alla scrittura, questi, gli elementi che caratterizzano lo scrittore incontrato per voi da LF.

Il personaggio che ho incontrato oggi, è davvero avvolto da grande fascino intellettuale, emotività ed una sorta di mistero, di ignoto, se vogliamo: Roberto Frazzetta.  Scrittore, o meglio, regista di storie, come gli piace definirsi, ha compreso sin dalla più tenera età di disporre di grandi doti da scrittore. Frazzetta racchiude la rara capacità di dar vita a libri unici, originali, abbeverandosi continuamente dall’altrui scrittura….Difatti legge in grande quantità, cosa, tristemente, non troppo diffusa, poi, dalle nostre parti…la lettura “è la migliore scuola per diventare scrittori… una cura di sé molto raffinata, quasi aristocratica” ama ricordare spesso….! E questo ci fa comprendere l’entità dell’uomo, dello scrittore e del suo modo intenso di percepire la vita. La musica, la “solitudine”, per dar vita a nuove fatiche, miste ad una percezione del mondo che va al di là del sentire comune, superficiale, hanno reso Roberto Frazzetta, un fine e raffinato letterato.

LF ha avuto il piacere di incontrarlo e poter dialogare approfonditamente con lui…

Chi è Roberto Frazzetta? Le capita di definirsi? E, se sì, in che modo?

“Una domanda semplice, per molto tempo ho pensato di essere un musicista, poi mi sono ricreduto. È sempre difficile definirsi, darsi un’etichetta. Credo di essere un regista di storie. Il fatto di scriverle è un moto assolutamente secondario. Tutto avviene in una camera di decompressione che mi permette di accedere al subconscio.”

Cosa le ha fatto sospettare di essere uno scrittore?

“Credo che si trattasse della quinta elementare. Un Tema libero e scrissi una decina di pagine… la storia era di un’astronauta lasciato per errore su Marte. I miei compagni furono costretti dalla maestra a copiare quella storia, senza modificare una sola parola. Ricordo che mi sono sentito felice. È in quel momento che ho sentito di essere uno scrittore. Non s’immagina il mio stupore quando anni fa uscì nelle sale al cinema “The Martian”. La storia era assolutamente identica.”

Ricorda quale testo l’ha sedotta per primo, cosa o chi l’ha agganciata indissolubilmente alla parola scritta?

“Non lo dimenticherò mai. Era un romanzo di Stephen King, “Una Splendida Festa Di Morte”, quello che tutti conosciamo come “Shinning”. Rimasi una settimana intera sotto shock. Tuttora rileggo dei passaggi e quando passano il film di Stanley Kubrik, non riesco a non vederlo. Imparai il legame seducente tra paura e bellezza. E poi quasi contemporaneamente la musica. I testi delle canzoni dei Queen, Micheal Jackson e i Doors.”

Quando ha iniziato a scrivere?

“Ho iniziato a quattordici anni, mettendomi con criterio a dare un principio e una fine alle storie che scrivevo. Tutte di natura surreale, tutte per esorcizzare le mie paure e le mie inclinazioni alla ribellione. Però il primo romanzo lo terminai a ventitré anni, una storia di amore, viaggi e musica, “Strane Melodie”.”

Lei scrive libri di generi estremamente diversi tra loro, l’unica costante che ci pare di rintracciarvi è l’intensità. Che dica di sentimenti o di follie distruttive lei è sempre maledettamente intenso. Potremmo dire che questa è la sua cifra, nella narrazione come nella vita?

“Le potrà sembrare bizzarro, di fatto lo è, ma io vivo più mondi, l’intensità è la risultante alchemica di compromessi e di frustrazioni, musica, ribellione, ricerca. E tanta voglia di creare. Erri de Luca definisce le proprie storie: “un flusso più grande di me, e io non faccio altro che rincorrerlo”.”

Come nascono invece i suoi libri? A cosa si ispira? Cosa la colpisce tanto da diventare poi elemento narrativo?

“I miei libri iniziano con un’idea che lentamente s’insinua e apre un varco per un mondo già esistente. Poi se questo è dentro di me o è creato nell’immediato momento che lo attraverso, questo mi è ancora mistero. Io varco solo la soglia.”

Quali autori o generi costituiscono il substrato della sua attività letteraria? Quali sono i suoi mostri sacri?

“Abbiamo tempo? Tantissimi. Stephen King, Philip K Dick, Isaac Isamov, Milan Kundera, Vladimir Nabokov Chuck Palaniuk, Joe R. Lansdale, Yuko Mishima, Banana Yoshimoto, David Grossman, Richard K. Morgan, William Gibson e ancora molti… come molti sono gli italiani, esempio, il mio mito Erri De Luca, poi Andrea De Carlo, Enrico Brizi, Diego Cugia, Margaret Mazantini, ultimamente sto scoprendo Giorgio Faletti e Donato Carrisi. Mi piace tutto quello che mi travolge, non mi piacciono le letture troppo riflessive e pacate.”

Lei legge molto? Che relazione crede ci sia tra l’essere un lettore avido e una buona produzione come autore?

“Sono stato per venti anni e più un affamato lettore, una media di sei/sette libri al mese, e tutt’ora cerco di fare del mio meglio ma la quantità dei libri è inversamente proporzionale agli impegni quotidiani, purtroppo. Comunque non scendo sotto i due/tre libri al mese. Leggere è la miglior scuola per diventare scrittori, non ci sono vie di mezzo. Purtroppo in Italia c’è più gente che scrive che gente che legge, e anche osservando un cerchio più ristretto come le mie amicizie e le persone che frequento, veramente basta una mano per contare le persone che leggono. E sono tutte di sesso femminile. Di fatto, secondo me, leggere, avere la necessità di plasmarsi con il vissuto di qualcuno, sia esso reale o immaginario, non è prerogativa di tutti gli animi. La lettura è una cura di sé molto raffinata, quasi aristocratica. Quando s’instaura un discorso su un libro condiviso, per me è una gioia immensa. Si tratta di affinità. D’altra parte questa mancanza in chi scrive è palese nello stile e nel contenuto.”

Come si coniuga la sua vita reale con quella dei suoi personaggi, durante la fase creativa?

“Semplicemente non si coniuga. Il mio cervello, la mia persona o quello che sono, si separa in due, una continua a vivere la vita chiamata reale, e l’altra s’impegna nel sentire, evocare e dare energia alla fase creativa. Parlo continuamente con i miei personaggi, al punto di sognarli, di avvertire la loro presenza e la loro voce. Sento nostalgia di loro. M’innamoro follemente. Ecco che in quei momenti la parola “reale” si piega e abbraccia aspetti diversi. L’unica cosa che mi tiene lucido è la musica.”

Cosa c’è nella sua vita che resta presente nella sua scrittura? Esiste una costante che non si interrompe malgrado i salti tra i mondi?

“Senza dubbio la musica. Il suono. E poi la gravità. Ossia le azioni materiali, il fare cose nuove. “L’essenza dello spirito dell’uomo sta nelle nuove esperienze”, diceva Christopher Mc Candless. Un principio costante di ribellione.”

Com’è il suo rapporto con la scrittura? Chi è che comanda?

“Ho passato fasi di evidente dipendenza, “se scrivo, sto bene, se non scrivo, sto male”. In parte è ancora così, però è cambiata la motivazione, prima era necessità, un bisogno viscerale. Oggi la vivo come lucida scelta di assurgere verso la mia autenticità. Niente di nuovo sotto questo sole, come scritto nell’oracolo di Delfi “Conosci te stesso”. Questo è il modo che scelgo. Però c’è pure la possibilità che me la stia raccontando.”

Segue rituali precisi durante la stesura dei suoi romanzi? Cosa non può mancare?

“Certo, tutto è un rituale che parla dal mio subconscio, principalmente ho bisogno di tempo libero. Il furto del tempo che facciamo ogni giorno a noi stessi è la forma di violenza che ci ha portato a questa separazione con la natura. Il tempo naturale è arte. Contornato, poi, di tanta musica e la possibilità di ritirarmi in solitudine. Fuori dall’ordinario. Vivere lo straordinario. Anni fa i rituali erano molto più materiali, ossia la scelta di abbigliarmi in un modo più simile al mondo che stavo creando/raccontando. Oggi prediligo l’impalpabile. Mi accontento del mio Ipad e della possibilità di ascoltare musica in qualità appunto straordinaria.”

Cosa prova quando scrive la parola “fine”? La storia si solleva subito o permane accanto a lungo?

“La parola “fine” ha sempre un duplice aspetto. Da una parte è il compimento ultimo e la scrivo solamente quando davvero il varco non può più chiudersi, dall’altra parte invece smetto di sentire cosa mi arriva dal mondo creativo e mi concentro solamente sulla storia. E poi la fine non è mai del tutto termine, arriva sempre un’idea a stuzzicarmi per il successivo. Comunque provo emozioni contrastanti, felicità e compimento, e tristezza per la separazione da quel moto. Perché ho sempre apprezzato di più il moto al luogo. Il viaggio alla destinazione. La storia permane accanto a me, direi per sempre. Appunto le dicevo prima che io vivo più mondi.”

Cosa fa quando non scrive?

“Mi prendo cura di me, della mia famiglia, faccio lavori che mi piacciono, pratico la via dell’arte marziale e suono. Mi confronto con molte persone a un livello profondo e intenso. Mi ritengo privilegiato per intessere/avere quest’intensità nei rapporti. Immagino sia anche questo un ingrediente essenziale alla mia scrittura.”

La sua attività artistica tocca molti ambiti in maniera più o meno professionale. Lei ha vinto un premio nel 2007 per un corto teatrale scritto e diretto, sta producendo dei video ispirati ai suoi scritti, nel blog in cui ha gentilmente deciso di ospitarci dà molto spazio a letture dei suoi testi affidate ad attori e doppiatori professionisti. Cosa significa per lei l’integrazione tra i vari modi della comunicazione e come crede si svilupperà in futuro?

“Credo che la cosa importante nell’arte sia il messaggio. L’idea primordiale. L’essenza. Indipendente dalla forma in cui viene espressa. Se c’è questa essenza allora il messaggio può assumere forme diverse, plasmarsi al modo di espressione senza però variare nel suo intimo, anzi integrando altri aspetti ed evidenziandoli. S’immagini di dover esprimere con le tempere la nona sinfonia di Beethoven, e poi creare un videoclip che esprima la medesima intensità, poi una foto, poi una storia. Un frattale di possibilità di espressione … nel mio piccolo cerco di trovare le vie più improbabili per trasmettere il messaggio dei miei scritti, il modo più affine per scuotere e arrivare. Quello che mi fa stare più a contatto con la mia ombra. Oggi grazie a questo incontro di arti diverse stanno nascendo realtà sempre più affini al nostro modo attuale di vivere e sentire. Ciononostante riconoscere la bellezza rimane un atto individuale.”

Lei pensa, quando produce, a chi sarà a fruire del suo lavoro? A chi arriverà il suo messaggio?

“Penso alle persone che vogliono ribellarsi e sentire. A tutte quelle che non vogliono cedere il passo a quella parte di se stessi (adombrata al) potere della fantasia e ancorata al mondo delle cosiddette “verità” tangibili. Penso anzi spero più che altro, che il messaggio arrivi a chi ha voglia ancora di nutrirsi di bellezza, emozionarsi e credere nell’impossibile. Se non nella vita quotidiana almeno nella lettura. Quando leggiamo, andiamo tutti in uno spazio individuale immacolato.”

Cosa le piace della relazione con i suoi lettori e che genere di risposta ottiene?

“Mi piace l’emozione che viene mossa e che echeggia negli animi. Questa sorta di condivisione accende idee e momenti di riflessione. Comunque in linea generale la risposta più consueta è il sussulto emotivo e il riconoscimento insito della bellezza.”

I suoi ultimi due lavori si differenziano moltissimo per stile, genere, e linguaggio. “Tra Buio e Luce” è un romanzo cyberpunk in cui realtà virtuali, guerre tra i mondi, e salti spaziotemporali si mischiano al racconto quasi epico della genesi dell’umanità, riscritta attraverso le nuove teorie di….“Le Grida nel Vento sono Promesse” è invece il racconto intimistico della vita di un uomo che, attraverso il confronto con gli elementi nodali della sua realtà e l’intensità di alcune relazioni, complice la presenza assoluta di un elemento imprescindibile qual’é la musica in tutte le sue forme, recupera il filo della sua esistenza e della sua integrità. Cosa unisce questi due romanzi? Esiste secondo lei una sostanza essenziale che li accomuna?

“Probabilmente questi due romanzi hanno in comune il moto del cambiamento, di non accontentarsi del noto e sperimentarsi nell’ignoto. Una battaglia contro i lati più oscuri di se stessi. Per me sono stati due viaggi profondi, uno più dell’altro. Forse i viaggi più intensi che io abbia mai fatto. Fino ad ora.”

In questo momento ha già in cantiere un nuovo progetto?

“Certamente. La magia avviene quando sto per terminare un romanzo, arriva sempre l’idea per il successivo. Questa volta due idee, addirittura. Sto per terminare la mia nona opera. “Iron Sky”.”

Un’ultima domanda Signor Frazzetta, esiste un’Autorità che lei riconosce al di fuori si se stesso?

“Beh sì, la Natura, la Musica, Micheal Jackson e la Bellezza che salverà il mondo.”

Grazie Signor Frazzetta, è stato un vero piacere poterla ‘ospitare’ sulle pagine di LF !

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