Tessile pratese e crisi economica.

A Prato l'import di tessuti dalla Cina è cresciuto del tremila per cento negli ultimi 10 anni.

Il comparto manifatturiero tessile italiano, da circa dieci anni, sta attraversando una recessione senza precedenti. Moltissimi i fattori a discapito di un settore fiore all’occhiello italiano: in primis, l’assenza di un controllo efficace da parte dello Stato, lo sfruttamento indiscriminato dei lavoratori costretti ad orari massacranti e salari minimi ed infine, il consueto riciclaggio di denaro sporco.

L’economia della cittadina toscana di Prato, in particolare, si basa, sin dal Medioevo, sulla produzione tessile, inizialmente con la fattura di tessuti lanieri e con il finissaggio cosiddetto “Arte di Calimala”, lavorazione concernente la fibra di panni in lana acquistati in Inghilterra e Francia e resi maggiormente soffici e duttili.

Tra alti e bassi si giunge al 1912 quando viene costituita “l’Unione degli Industriali Pratesi”, con l’adesione immediata di 109 imprenditori che possano coordinare attivamente l’aspetto organizzativo. Tutto ciò porta ad una crescita esponenziale anche nei confronti dei mercati esteri, grazie all’innovazione, durante gli anni Sessanta, in ambito tecnologico.

Ad oggi, Prato si distingue come un polo primario del pronto moda, una modalità tessile che accorcia sensibilmente i tempi di produzione del capo finito. La maggioranza di questo settore però, è attualmente controllata da imprenditori cinesi che, secondo la Procura che ha avviato negli anni diverse inchieste, operano in maniera poco ortodossa. Il primo scoglio si avverte nelle modalità di produzione, i tessuti grezzi provengono dalla Cina, poi successivamente vengono tinti e rifiniti in Italia per poter applicare sull’etichetta il tanto agognato marchio “Made in Italy”. Il giro d’affari stimato si aggira attorno ad 800 milioni di euro dichiarati e un miliardo in nero solamente sospettato.

Di contro, le aziende italiane storiche, che realizzavano l’intera filiera produttiva nel nostro paese sono state chiuse o sull’orlo del collasso. Una realtà che richiederebbe riforme dettagliate concernenti i vari processi produttivi, limitando concretamente il riciclaggio di denaro e che, focalizzando l’attenzione sulla tutela della dicitura “Made in Italy”, possano essere d’aiuto per un nuovo avvio del tessile italiano. Un sogno o una realtà difficoltosa ma possile!

 

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