Tutti guardano Sanremo.

E’ inutile fuggire, nascondersi sotto cataste di Adelphi, sintonizzarsi su Alle otto della sera (Rai Radio Due), pianificare incontri Skype con amici d’oltreoceano, e altri maldestri tentativi di rimozione.

Il mostro è lì e ci aspetta ogni anno, puntuale come la scadenza della polizza auto o il pagamento dell’Irpef. La sagra paesana italiana per eccellenza sta per iniziare, ancora una volta, e ciò mi è in qualche maniera rassicurante, confermando in un certo senso la mia esistenza in vita, la confortante routine, probabilmente l’unica certezza rimasta in questi giorni bui e disastrati. Come ogni volta decido di evitare qualsiasi coinvolgimento, organizzandomi – quest’anno – con una stimolante e suggestiva immersione nelle Lettere di Gasparo Gozzi, nella superba edizione della Fondazione Pietro Bembo, che seguirà una cena leggera e la telefonata materna. Ma i prodromi non sono per nulla rassicuranti. Già nel primo pomeriggio i messaggi sul cellulare dell’amica musicologa, nonché cinefila e politologa, mi mostrano gli orari di connessione del gruppo formato all’uopo per commentare dal vivo ogni sacro istante dell’evento, con simultanee intrusioni su Twitter, Facebook, Instagram che solo lei sa padroneggiare alla grande, slalomando con perizia tra hashtag e chioccioline. Certo, mi si stringe il cuore quando penso alla delusione che sto per infliggerle, ma come si fa a guardare ancora ‘sta roba che davvero sa di spettacolo dato per la celebrazione del Santo Patrono, quello che si organizza nella piazza del paese, sul palco circondato da vecchietti seduti sulla sedia portata da casa, giovani famigliole con passeggini e palloncini annessi e giovanissimi tamarri acconciati da bad boys con chili di ferramenta e draghi tatuati in ogni dove, a caccia di ragazzine troppo truccate, troppo svestite, un po’ troppo di tutto. D’accordo, sto esagerando, me lo dico da sola, ma questo è lo scenario che mi viene in mente ogni volta che penso all’evento, come in quei test psicologici proiettivi dove ti dicono una parola e tu di rimando gliene dici un’altra, la prima che ti viene spontaneamente. Ok, relax. Comunque non cederò alla follia collettiva, non mi lascerò fagocitare dalla frenetica kermesse nazionalpopolare, ci sono altri modi per nutrirsi d’arte, di cultura. Nel pensarlo istintivamente cerco le tende di casa per aggrapparmici e ciondolare un po’, c’è sentore di Sarah Bernhardt nell’aria, lasciamo perdere. Comunque non mi arrenderò a quella paccottiglia musicale così lontana dai generi che amo, i miei Schoenberg, Duruflé, Boito, Fernanda Proto, Ozomatli, non cederò alle lusinghe del commento d’obbligo sul filo interdentale tra i glutei della starlette di turno o sulle canotte di cuoio del singer rubato alla metalmeccanica. Avrò sicuramente meglio da fare, o più semplicemente mi sarà facile oziare lontano da questa isteria collettiva senza senso. Potrei laccarmi le unghie di rouge Chateaux Margaux, per esempio, e scattarmi una raffica di selfie, di fronte, di fianco, dall’alto, dal retro per poi passare a fotografare con suggestivo chiaroscuro la cuccuma sulla cappa della cucina e poi postarla con un lapidario ‘Mi annoio’ a commento. A seguire potrei rivedere L’Année dernière à Marienbad, sempre godibile specie in questi frangenti. Quindi, ricapitolando, fra Gozzi, Duruflé, smalto alle unghie, selfie e Resnais dovrei sfangarla e superare almeno la prima serata. Mi sento finalmente tranquilla, con la serenità di chi ce la può fare senza il minimo sforzo.

Ore 20.50, tutto è pronto. Libro, musica, set manicure, smartphone con carica completa, DVD già inserito. “A Luigi Pomo, 12 luglio 1740. Amico mio dolce, Vi ringrazio del vostro uffizio di gentilezza…”. L’occhio corre improvvisamente sul telecomando della TV, la mia mano destra si stacca dal libro di Gozzi che precipita sulle mie ginocchia, il mio indice sfiora e poi schiaccia il tasto dell’accensione. Che strano, è già sintonizzato su Rai 1 che non vedo mai. In trance comincio a seguire il discorsetto d’introduzione del conduttore, afferro lo smartphone che intanto ha cominciato a vibrare con i primi messaggi dei membri del gruppo d’ascolto e mi ritrovo a digitare qualcosa. Ci appicco un hashtag: #ancheiologuardo. Sì, vabbè, tra dieci minuti cambio però.

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