Un flusso di coscienza che dura una vita: “Daylight. La libellula e il tulipano rosso”.

È un vero e proprio flusso di coscienza, quello che Lisa Di Giovanni propone al lettore in questa raccolta di racconti brevi, poesie e frasi; un flusso di coscienza a tratti sognante, altre volte più ancorato al reale, che oscilla tra coscio e inconscio, e che si esprime in un lessico a tratti ricercato e allegorico, e a momenti semplice e ingenuo, ma dalle chiare sfumature intimistiche.

Il libro si apre con una raccolta di poesie intitolata Il tulipano rosso, con una sorta di sottotitolo curioso, Tulband, dal significato ambivalente: può voler dire “turbante”, ma è anche il nome di un dolce, simile alla ciambella, tipico dei Paesi dell’Europa orientale. La forte assonanza con il termine “tulipano”, inoltre, permette al lettore di avere una chiara visione dei componimenti che si accinge a leggere. Il turbante ricorda quella vena di esotismo e sapore orientale che richiamano i versi delle poesie; storie di tempi e mondi lontani, distanti da noi, ma, nello stesso tempo, così vicini. Il richiamo al dolce, invece, ricorda, forse con un velo di nostalgia, la morbidezza e la genuinità degli amori giovanili, e la dolcezza dei piccoli gesti quotidiani. L’assonanza con il tulipano, che l’autrice eleva a simbolo delle sue parole, richiama lo sbocciare di un sentimento, che si piega alle intemperie della vita, ma che a volte è troppo caduco e fragile, e si dissolve nel tempo di una folata di vento.

La seconda parte dell’opera appare inaspettata agli occhi del lettore: dai versi si passa alla prosa, con tre racconti racchiusi sotto il titolo di Il dragone rosso. Ritorna di nuovo, quasi a creare una sorta di continuità con la prima parte, il colore rosso, simbolo di passione, che si associa a una creatura leggendaria, dalle note caratteristiche di irruenza, forza e focosità. Mentre nella prima parte l’autrice toccava diversi punti, qui diventa più chiara la sua volontà di parlare dell’amore, con uno sguardo prettamente femminile; quell’amore passato e presente, a cui guarda con malinconia, con un sottile rimpianto, ma anche con felicità nostalgica. Racconti scritti seguendo il proprio istinto e i propri pensieri, che creano una sorta di confusione dovuta anche all’accostamento di persone e tempi verbali diversi; con uno scopo, però, ben chiaro: fare dell’esperienza personale della scrittrice, l’esperienza personale di ogni lettore.

Si ritorna poi a brevissimi racconti in versi, che, nonostante siano suddivisi, diventano parte di uno stesso pensiero; questi costituiscono la terza parte della silloge, intitolata Il giardino dei tulipani: non è più uno scrivere autoreferenziale, ma si riferisce all’intera umanità; non è più concentrarsi sul tulipano rosso, ma prendere coscienza della vastità e della varietà di tulipani che, nella loro unicità, sono parte integrante della natura. Racconti composti da poche righe, in cui si intreccia il desiderio di verità e concretezza con la lotta contro le maschere che, inconsciamente o consapevolmente, si indossano; in cui l’importanza e la sicurezza dei legami familiari viene giustapposta a un’analisi irrequieta sulla propria esistenza, sulle passioni, sulla natura, sulla poesia e sulla morte. Sono versi che, a poco a poco, diventano più consapevoli e maturi.

Una scrittura consapevole che trova il suo apice nella raccolta di poesie che conclude questo libro. Intitolata La libellula, è simbolo di come, raggiunta la maturità e perso lo sguardo disilluso della giovinezza, la scrittrice quasi si libera del proprio involucro protettivo ed è pronta a lasciarsi trasportare dalla brezza della libertà e dell’esperienza, che fa apparire la solitudine meno acerba, l’esistenza meno incomprensibile, le difficoltà meno insormontabili.

Un flusso di pensieri, insomma, che diventa spunto di riflessione per il lettore, che assiste come spettatore a un cortometraggio di esperienze vissute dalla scrittrice; nel quale, però, a tratti si riconosce e fa suoi i versi e i racconti della Di Giovanni.

A cura di Olga  Lodigianni

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