“Velocità di…pensiero”

Questa rubrica non ha l'obiettivo di sostituirsi ai sacri testi del marketing e della comunicazione. Questa rubrica intende invece integrare ed espandere le più diffuse e conclamate teorie in materia, con riflessioni e provocazioni derivanti dall'operatività quotidiana sia mia che di affermati professionisti, particolarmente abili e poliedrici e non necessariamente legati al mondo della comunicazione in senso stretto.

A chi mi chiede come dovrebbe essere composto un ufficio marketing ideale in termini di competenze professionali, rispondo sempre ed in modo convinto che l’interdisciplinarietà è l’elemento chiave da prendere in considerazione. A mio avviso più competenze ed esperienze concorrono alla redazione di una strategia e più il risultato sarà adeguato al contesto. Non credo ad un marketing fatto esclusivamente di numeri ed avallato da formule ed indagini statistiche. Credo invece nella capacità di interpretare numeri ed indagini e prendere le decisioni più adeguate e, perchè no, più audaci e rischiose.

La capacità però d’interpretare i numeri e gli stimoli provenienti dal proprio mercato e/o contesto di riferimento e provare a proporre qualcosa di diverso ed innovativo non è appannaggio esclusivo del tecnico di marketing. Qui, a mio avviso, entra in gioco l’interdisciplinarietà di cui sopra. Un buon tecnico, coadiuvato da altre figure con preparazione specifica in altri campi, sono, per quanto mi riguarda, in grado di “distillare” la strategia più efficace e differenziante rispetto alla concorrenza.

In questo senso, ritengo particolarmente (ma non esclusivamente) indicati coloro che hanno una preparazione prettamente umanistica.

Qualcuno obietterà, facendomi notare che esistono da sempre numerosi esempi di validi manager con una solida preparazione umanistica, che ricoprono ruoli di vertice anche nel marketing e nella comunicazione. E’ anche vero però che il raggiungimento di quel ruolo è stata normalmente subordinata ed affinata da un ulteriore specializzazione relativa all’ambito specifico. Fin qui nulla da eccepire. Quello che mi piacerebbe vedere è che a queste figure estremamente profilate e specializzate, si affiancassero degli umanisti “puri” che apportassero la loro “non conoscenza tecnica” come valore aggiunto al salto di qualità in termini strategici per l’operato dell’azienda. Lo stesso vale anche per altri profili culturali; ben vengano gli architetti, gli ingegneri, i biologi e chi più ne ha più ne metta. Come dicevo l’interdisciplinarietà è la parola chiave.

 

Ho chiesto un contributo su questo ed altri argomenti ad un filosofo, il prof. Stefano Adami.

“Chi è, cosa ha fatto e cosa fa Stefano Adami?”

“Bella domanda. Stefano Adami è un toscano che, ormai vari anni fa, mentre si stava per laureare in Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma, si ritrovò in Inghilterra ad insegnare. Tra le altre cose, ad insegnare italiano e libretti ai cantanti d’opera stranieri. L’Inghilterra fu una bella scoperta, soprattutto per i modi in cui da quelle parti funzionano musei, università e istituzioni culturali. Dopo l’Inghilterra gli Usa. Poi venne il desiderio di tornare in Italia, in Toscana. Allora c’era anche la speranza che l’Italia volesse cambiare. Ma era, naturalmente, una speranza disattesa. Poi c’è il tentativo di scrivere. Saggistica, ma anche romanzi.”

 

“Impresa e cultura: due mondi sulla stessa lunghezza d’onda?”

“In Italia, quasi per niente. Questo perchè, credo, in Italia si pensa tradizionalmente che un certo tipo di preparazione culturale debba essere appannaggio di pochi e serva solo per fini personali, non abbia nessuna ricaduta nella società. E’ un pregiudizio antico: la cultura è per le elites. Un bel pregiudizio, questo. Ricordo che una delle prime cose che mi colpì in Inghilterra nei primi anni ’90 era l’alto numero di ‘studenti maturi’, che utilizzavano dei distacchi dal lavoro che spettavano loro per tornare all’Università. Le aziende sapevano bene che l’impiegato – tramite questo percorso – acquisiva nuovo valore e nuova spendibilità. Era un’idea, questa, che aveva anche Adriano Olivetti.”

 

“Il connubio tra impresa e mondo accademico è normalmente relegato all’ambito scientifico ed in particolare per la ricerca e sviluppo. Sarebbe auspicabile anche in campo umanistico oppure no?”

“Sì, il connubio fra impresa e sapere scientifico funziona perchè il mercato lo impone. Ma noi dovremmo considerare il mercato uno strumento, non una religione. Certo che quel connubio sarebbe auspicabile anche per il sapere umanistico, eccome. Per molte ragioni. Uno, perchè il sapere umanistico trasforma un’impresa in un luogo ‘a intelligenza diffusa’. Due, perchè trasforma le risorse umane di quell’impresa, rendendole più ricettive, più pronte al cambiamento, al nuovo. Tre, perchè ne aumenta all’infinito la sensibilità e le potenzialità percettive. Prendiamo il caso della filosofia. In certo modo, prima o poi, ognuno di noi scopre che i fatti dipendono dagli occhiali che abbiamo per osservare il mondo, dai nostri punti di vista. Non esistono fatti ‘puri’. E’ un scoperta che dobbiamo alla filosofia, al pensare in modo filosofico. E anche per le imprese ed il mondo economico questo vale. Quanto è necessario, dunque, un modo di pensare filosofico nell’impresa? Lo è in modo assoluto. Perchè serve a comprendere ciò che accade in tutte le implicazioni e visioni possibili. E a rispondere adeguatamente all’effettuale.”

 

“Crisi e numeri: la modalità attuale per l’impresa di confrontarsi con il mercato è da considerarsi ancora efficace?”

“E’ da ripensare. La lunga crisi economica che viviamo da anni non ci ha ancora portato, purtroppo, a ripensare in modo organico le nostre strutture e le nostre procedure. Eppure la crisi è questo: un segno che strutture e procedure sono invecchiate e dobbiamo ripensarle e cambiarle. Dopo la crisi cosa è stato fatto? Guardiamo gli USA, centro economico del mondo. Lì si è sostanzialmente mirato a tappare le falle, limitare i danni, e ricominciare con i vecchi sistemi. La cosa più facile da fare. Ma finchè faremo così non supereremo l’ostacolo. Bisognava invece puntare a ripensare la produzione e la distribuzione delle merci. E riproporre un’idea di società dell’educazione, che non abbiamo ancora costruito. Il mondo diventa giorno dopo giorno sempre più difficile, complesso, e anche pericoloso. La prima ricetta per affrontare queste sfide è educare e studiare. Tutti. Solo questa.”

 

“Cosa potrebbe oggi fare la differenza in termini di approccio per un impresa che vuole confrontarsi con la cultura?”

“Impresa e cultura dovrebbero lavorare in tandem. Un’impresa ‘che pensa’ non avrebbe competitori nel suo settore.”

 

“In termini di comunicazione può rappresentare un vantaggio competitivo e perchè?”

“Perchè la comunicazione che funziona, alla lunga, non è quella basata sulla suggestione, sul fascino, sulla psicologia. E’ quella che ti convince della validità di una scelta da fare, di un percorso da intraprendere.”

 

“Per concludere: sarebbe bello se…”

“Sarebbe bello poter fare tante cose nuove. Ma a una tengo particolarmente. Sarebbe bello mettere in campo dei percorsi di avvicinamento alla filosofia per bambini, nelle scuole elementari, per esempio. Perchè saper pensare correttamente diventerà sempre più cruciale. Ed è sempre più dimenticato.”

 

L’importanza quindi del “pensiero” che condivido pienamente. In sintesi quindi una maggiore cultura per una maggiore consapevolezza per una maggiore capacità critica. Inutile dire che tutto ciò è importante a prescindere dal contesto impresa e mercato. Ringrazio il prof. Stefano Adami per la disponibilità e per chi volesse contattarlo può scrivere direttamente al suo indirizzo mail enneadi1@gmail.com.

Alla prossima!

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