Viaggio in Turchia-prima parte: Istanbul.

Istanbul, troppo orientale per gli europei e troppo europea per gli orientali, divisa in due, anzi in tre, dal Bosforo, esprime al meglio questo suo essere terra di mezzo, peculiarità che la rende una città davvero irresistibile.

Il mio viaggio è iniziato il 7 Agosto in un affollatissimo aeroporto di Fiumicino (Roma). Emozioni, sentimenti variegati, anche un pochino di apprensione, quest’anno, non posso negarlo. Poi l’imbarco, la curiosità, la scoperta di avere, casualmente, seduta vicina un’altra componente del tour organizzato, una simpaticissima ed esuberante insegnante di Roma, Alessia. L’ansia si è sciolta, trasformandosi in gioiosa curiosità, appena decollati, per una nazione dai mille colori, dagli odori di spezie e da quello deciso del loro caffè inconfondibile: la Turchia.

Il tour di cui vi farò un dettagliato reportage, sarà suddiviso in tre parti, come, del resto, è stato l’intero viaggio. Inizierò con Istanbul, per proseguire con Ankara e concludere con la fiabesca Cappadocia.

Ognuno di noi ha dei sogni di viaggio: uno dei miei, da tempo immemore, era Istanbul. Città dalla storia millenaria, immensa, città nella città come una sorta di curiosa matrioska, per me scoprire Istanbul è stata un’esperienza unica, della quale non posso che raccontare con forte entusiasmo.

Bisanzio, Nuova Roma, Costantinopoli, Istanbul: la meravigliosa città adagiata sul Bosforo ha cambiato nome molte volte nel corso dei secoli. Al governo, si sono susseguiti greci, romani, bizantini, genovesi e veneziani (in particolare nel quartiere di Pera), ottomani e infine Kemal Atatürk, fondatore della Turchia moderna. Ogni cultura ha lasciato tracce del proprio passaggio, Istanbul è così divenuta un vero e proprio libro di storia da leggere avidamente e da scoprire con occhi curiosi e mente aperta.

Istanbul conquista, seduce, ammalia, ispira… è un viaggio nel viaggio che mi ha attratta fin dal primo sguardo.

Istanbul è il canto dei muezzin, il caos allegro dei venditori del Gran Bazar, ma anche il silenzio ovattato dei passi dentro le moschee. Istanbul è il profumo delle spezie del Bazar Egiziano e dello sgombro cucinato dalle imbarcazione vicino al ponte di Galata. Istanbul è decisa come il suo caffè, profumata come il suo té e una scelta infinita di cose buone da mangiare. Istanbul è il blu delle sue ceramiche, degli “occhi” contro il malocchio, della “mano di Fatima”, del rosso intenso delle sue bandiere. Una città ideale per chi ama i gatti ed i cani… ve ne sono sparsi ovunque nelle strade della città, accuditi e curati direttamente dal comune e dai cittadini che li amano e rispettano.

Istanbul è una città davvero immensa. Ma al di là del numero di abitanti (circa 16 milioni) è proprio l’estensione geografica ad impressionare: da ovest a est, da un capo all’altro, la distanza risulta essere superiore ai 100 km.

Cominciamo, innanzitutto, con l’eliminare una sorta di timore iniziale, per quanto concerne la sicurezza, dalla mente del turista che si approccia a visitare Istanbul per la prima volta. Trattasi di timore infondato. L’equazione città popolosa uguale città disordinata, disorganizzata e pericolosa, non trova nessun riscontro. Nell’immaginario collettivo italiano, Istanbul, sembra quasi vista (me compresa prima di partire) come una sorta di inferno dantesco, come se Fatih il conquistatore, imperversasse ancora per le strade di Sultanahmet come 500 anni fa, con il suo seguito di militari baffuti ed armati di scimitarre.

La realtà è ben diversa: ho girato Istanbul in lungo e in largo, e non ho mai provato la benchè minima sensazione di pericolo. Proprio mai, nè di notte nè di giorno. Sensazione di pericolo che invece ho provato svariate volte camminando in alcune città italiane.

Se non bastassero le mie sensazioni personali, ci vengono in aiuto studi ufficiali dell’Eurostat e indicatori come il Crime index rate. Gli studi affermano che Istanbul ha uno fra i tassi di aggressioni più bassi fra tutte le città europee, più basso, per fare alcuni esempi, di Parigi, Torino, Roma, Bruxelles, Manchester, Amburgo e Dublino. Per “aggressioni” sono da intendere omicidi, rapine, borseggi, stupri etc etc.

Ad Istanbul, ed in generale in tutta la Turchia, quindi non ci sono problemi gravi di micro-criminalità, si può girare senza problemi in centro ed anche in zone periferiche, si può uscire da soli la sera e girare per locali tranquillamente.

Istanbul, come Roma, sorge su 7 colli, ed è tagliata in due dal Bosforo. Il Corno d’Oro è un’altra lingua di mare che suddivide ulteriormente la penisola storica dalla zona cosiddetta “moderna”. La città è suddivisa in 27 quartieri, definizione italiana che deve fare i conti con le ridotte dimensioni delle città nostrane e che quindi non rende l’idea. Questi quartieri sono in realtà dei distretti, ognuno con una sua amministrazione locale peraltro molto efficiente.

Si fa molta fatica in realtà ad identificare il vero centro di Istanbul, c’è chi ritiene sia la penisola storica di Sultanahmet (ossia la vecchia Costantinopoli), c’è chi invece ritiene sia Piazza Taksim, complice lo sviluppo moderno della città.

La verità è che Istanbul non è una città con un suo centro, Istanbul è tante città con svariati centri.

Spesso i turisti, per comodità e per mancanza di informazioni reali, vengono indirizzati solo nel cosiddetto “centro storico”, in cui passano il 95% del loro tempo pur avendo 3 o 4 giorni a disposizione, costruendosi di conseguenza un’immagine errata della città. Noi invece, grazie ad un’esperta guida locale, Lucia, abbiamo scoperto anche una parte meno “battuta” della città, davvero spettacolare.

Dopo un paio d’ore di volo, siamo giunti nell’immenso aeroporto di İstanbul, Yeni Havalimanı, che mi hanno detto essere il più grande del mondo! In effetti avremo percorso un paio di chilometri o più a piedi prima di raggiungere il luogo preposto al ritiro dei bagagli. Completate le varie formalità, abbiamo trovato ad attenderci la simpaticissima quanto competente guida locale, dal nome lunghissimo, impossibile da ricordare, che quindi ci ha esortati a chiamarla Lucia. Intanto avevo anche conosciuto altri tre componenti romani del tour, Simonetta con il figlio ed il marito. La sera ci saremmo uniti al resto delle persone, provenienti un po’ da tutta Italia: Annalisa e Titti da Roma, Cettina dalla Sicilia, Mariateresa dalla Puglia, Michela da Bologna, Cristina ed il marito da Torino, ed altri da Milano… Il mio viaggio poteva iniziare!

L’albergo, vastissimo, che ci ha ospitati, è stato il magnifico Crowne Plaza Old Istanbul! Un 5 stelle, strutturato, all’interno della hall, a mò di stradine convergenti in una piazzetta, con tanto di negozi, caffè, boutique, balconcini con vasi di fiori appesi e due ascensori a vista.

Inizierò, di seguito, con un elenco dei luoghi di maggior interesse che abbiamo avuto il piacere di scoprire poco a poco:

Moschea Blu (Sultanahmet Cami)

Moschea Blu IstanbulLe cupole a cascata e i sei minareti sottili della Moschea di Sultanahmet (Sultanahmet Camii in turco), meglio conosciuta come la “Moschea Blu”, dominano lo skyline di Istanbul. Nel XVII secolo, il sultano Ahmet I decise di costruire un luogo di culto islamico che nelle sue intenzioni doveva essere ancora più maestoso della Basilica di Santa Sofia. Le due grandi realizzazioni architettoniche oggi si trovano una di fronte all’altra nella piazza principale di Istanbul, nei pressi dell’antico ippodromo bizantino.

Il sultano Ahmet aveva solo 19 anni quando commissionò all’architetto Mehmet Ağa i lavori per la realizzazione della moschea, lavori che iniziarono nel 1609 e durarono sette anni. Il desiderio del Sultano era che la Moschea fosse “molto chiara, ed all’interno blu come l’azzurro del cielo”. Ahmet morì appena un anno dopo il completamento del suo capolavoro, all’età di 27 anni. È sepolto nel mausoleo al di fuori della moschea con la moglie e tre figli.

Il complesso della moschea originale comprendeva una madrasa, un ospedale, un han, una scuola elementare, un mercato, un imaret e la tomba del fondatore. La maggior parte di questi edifici sono stati demoliti nel XIX secolo.

Una delle caratteristiche più notevoli della Moschea Blu è visibile da molto lontano: i suoi sei minareti. Si tratta dı una caratteristica singolare, in quanto la maggior parte delle moschee ne hanno quattro, due, o anche solo uno. Qualunque sia l’origine, i sei minareti suscitarono molto scandalo nel mondo musulmano poiché solo , la moschea di Masjid al-Harām alla Mecca (la più sacra al mondo) ne aveva altrettanti. Alla fine, il sultano risolse il problema con l’invio del suo architetto alla Mecca per aggiungere un settimo minareto.

L’altra caratteristica sorprendente degli esterni è la cascata di cupole che sembrano rovesciarsi giù dalla grande cupola centrale. I portici di funzionamento sotto ogni cupola aggiungono ulteriore ritmo visivo. Nessun elemento esterno è blu, il nome “Moschea Blu” deriva dalle maioliche blu all’interno, che tappezzano l’altissimo soffitto illuminato da 260 finestre.

Fu la prima moschea imperiale costruita ad Istanbul dopo la moschea di Solimano, eretta quarant’anni prima. Mentre i suoi predecessori innalzarono moschee con il proprio patrimonio personale, Ahmet I utilizzò denaro pubblico, dal momento che non aveva ottenuto consistenti vittorie militari, provocando il dissenso degli ulema. L’organizzazione della costruzione fu meticolosamente descritta in otto volumi ora conservati nella biblioteca del Topkapı.

Palazzo Topkapi, la reggia del Sultano

C’era una volta il palazzo Topkapı descritto sapientemente da Eric Ambler in Topkapi. La luce del giorno, romanzo trasportato sul grande schermo nel 1964 dal regista Jules Dassin, in cui una banda di ladri (interpretati da Peter Ustinov, Maximilian Schell, Akim Tamiroff e Melina Mercouri) riesce a rubare il prezioso pugnale custodito in un area del museo. Sequenze mozzafiato, immagini d’epoca di una Istanbul e di una Sultanahmet molto diverse da come siamo abituati a vederle oggi. Anche allora c’erano i turisti, ma le processioni davanti all’entrata delle varie “attrazioni” non erano chilometriche e la stessa megalopoli manteneva un aspetto più umano e meno globalizzato.

Topkapı, che in lingua turca significa “Porta del Cannone”, era la residenza dei sultani ottomani. Venne concluso nel 1478, venticinque anni dopo la presa di Costantinopoli da parte delle armate del sultano ottomano Mehmet II. Costruito sul Promontorio del Serraglio (Sarāyburnu), ubicato tra il Corno d’Oro e il mar di Marmara, negli anni crebbe fino ad inglobare il sito dell’antico Palazzo imperiale bizantino che aveva una superficie minore rispetto alla nuova costruzione ottomana.

La costruzione tutt’oggi è protetta da due cinte murarie. Nell’epoca ottomana l’accesso era garantito da varie porte, affidate ad appositi corpi armati di guardia. Una di esse si affacciava nel punto in cui il Corno d’Oro si apre sul Mar di Marmara. Altre porte erano: La Porta della Pace (Bāb ŭl-Selām), la Porta di Mezzo (Orta Kapı), la Porta della Maestà (Bāb-ı Hŭmāyūn), la Porta delle Vetture (Araba Kapısı) e la Porta della Felicità (Bāb ŭl-Sa‘ādet). A partire dal XVIII secolo, la Porta del Cannone identificò tutto il Palazzo del Sultano ottomano (Topkapı Sarāyı).

All’interno del Serraglio abitarono ventisei dei trentasei sultani dell’Impero Ottomano, un insieme eterogeneo di chioschi, harem, corridoi, belvedere, ampi cortili abbelliti da giardini rigogliosi e fontane. Con la sua forma tentacolare è una sorta di campo nomade pietrificato, che ricorda e ricalca le usanze e i costumi di un popolo in continuo movimento.

Nel 1924 Topkapi venne trasformato in Museo, oggi i visitatori possono visitare solo una piccola parte di quella che poteva considerarsi a tutti gli effetti la cittadella imperiale.

Basilica di Santa Sofia

Basilica di Santa SofiaNonostante l’area di Sultanahmet sia ormai diventata un giardino autoreferenziale della città ad uso e consumo dei turisti è difficile non rimanere ammaliati davanti alla Basilica di Santa Sofia (Aya Sofia in turco, Hagia Sophia in greco), il gioiello dell’architettura bizantina, dedicata alla Divina Sapienza, che porta splendidamente i suoi quasi 1500 anni d’età.

I lavori iniziarono nel 532, sulle ceneri di quella che fu la basilica voluta da Teodosio II, incendiata durante la rivolta di Nika. Santa Sofia è stato inaugurata dopo meno di sei anni di costruzione il 26 dicembre 537 dall’imperatore Giustiniano, furono necessari 10mila operai e cumuli d’oro per completare l’opera. Per rivestire le pareti e le colonne, Giustiniano aveva fatto giungere, dalle province dell’impero, una grande varietà di marmi: il marmo bianco da Marmara, il marmo verde dall’isola di Eubea, il marmo rosa dalle cave di Synnada e il marmo giallo dall’Africa. Inoltre alcune colonne e diversi ornamenti vennero recuperati dai templi di Diana a Efeso, Atene, Delfi, Delo e Osiride in Egitto.

Il lavoro fu affidato a due architetti greci venuti dall’Anatolia: Isidoro di Mileto, all’epoca a capo dell’Accademia platonica di Atene, e il matematico e fisico Antemio di Tralle. I princìpi di costruzione su cui i due basarono gli studi di preparazione all’opera erano ispirati al Pantheon romano e all’arte paleocristiana.

La navata centrale è di 70 metri per lato, mentre la cupola centrale, traforata da 40 finestre ad arco e sostenuta da quattro pennacchi, con i suoi 30 metri di diametro e i 56 metri di altezza risulta una delle più ampie del mondo. Il peso della cupola si scarica, attraverso i pennacchi, su quattro massicci pilastri posti agli angoli. Sulla circonferenza, le 40 finestre formano una corona di luce che sembra galleggiare sopra la sala di preghiera.

Santa Sofia fu trasformata in moschea, per volere di Mehmet II, durante la presa della città da parte degli Ottomani nel 1453. I conquistatori coprirono i mosaici con una mano di calce, costruirono minareti e fontane, ma rimasero comunque ammaliati dalla maestosità dell’edificio, tanto che servì come fonte di ispirazione per le moschee che costruirono in seguito.

Ben visibili all’interno sono i quattro grandi pannelli circolari in pelle di cammello appesi nell’Ottocento, opera del calligrafo Kazasker İzzed Effendi, che in lettere d’oro riportano i nomi dei primi quattro califfi (Abu Bakr, Umar, Uthman e Ali) e che si aggiungono ai medaglioni dedicati ad Allah, al profeta Maometto, e ai due nipoti di Maometto: Hassan e Hussein.

Nel 1935 Mustafa Kemal Atatürk, trasformò l’edificio in un museo. I tappeti vennero tolti e le decorazioni del pavimento di marmo riapparvero per la prima volta dopo secoli mentre l’intonaco bianco che copriva molti dei mosaici fu rimosso. Tuttavia, le condizioni della struttura erano deteriorate.

Oggi, l’uso di Santa Sofia come luogo di culto (moschea o chiesa) è proibito, ma rimane uno dei luoghi più suggestivi da visitare per tutti i turisti che vengono per la prima volta a Istanbul e decidono di visitare l’area di Sultanahmet.

Cisterna Basilica

La Basilica Cisterna, Yerebatan Sarnici (che in turco significa “il palazzo inghiottito”) è uno dei monumenti più visitati di Istanbul. È stata costruita dall’imperatore Costantino nel IV secolo e fu poi ampliata dall’imperatore Giustiniano nel 532.

Scoperta per caso sul finire del XIX secolo la cisterna è stata sottoposta a ristrutturazione nel 1985 ed è stata aperta al pubblico solo nel settembre del 1987.

Lunga 143 metri e larga 70 metri, la Cisterna forniva acqua per il palazzo imperiale con un serbatoio di 80.000 metri cubi. Era alimentata dall’acquedotto di Valente che convogliava le acque dalle colline circostanti, si trattava di uno degli acquedotti più lunghi costruiti nel tardo periodo romano, utilizzato addirittura fino agli anni ’50 e ben visibile ancora oggi nei pressi di Aksaray per la lunghezza di 900 metri.

Il serbatoio della Cisterna oggi si presenta come un enorme spazio sotterraneo in cui trovano spazio 336 colonne alte 9 metri e distanziate l’una dall’altra di 4,90 m. I capitelli sono un misto tra gli stili Ionico e Corinzio, con alcune eccezioni rappresentate da colonne Doriche o addirittura di colonne non decorate.

I muri perimetrali sono di mattoni ed hanno uno spessore di 4 metri. La malta utilizzata nella costruzione è speciale ed impermeabile. Buona parte dei materiali e delle colonne sono elementi di riuso, ne sono testimonianza in particolare due enormi teste di Medusa provenienti probabilmente da un arco monumentale del foro di Costantino, che fanno da base (rovesciate) a due delle colonne di sostegno della volta.

Per chi visita oggi questo luogo l’atmosfera che si respira ricorda quella di una chiesa sommersa di origine incerta e antica. L’ambiente è ancora in ottimo stato conservativo, tanto da mantenere acqua sul fondo, sufficiente per far sopravvivere numerosi pesci.

Gran Bazar

Il Gran Bazar (in turco Kapalı çarşı, che significa “mercato coperto”) è uno dei più antichi e più grandi mercati coperti del mondo. E’ praticamente una piccola città con 18 porte di entrata, più di 4000 negozi e 60 strade. Il primo bazar fu costruito nel 1461 ed era tutto in legno, le transazioni inzialmente vertevano solo sulla lana e sulla seta ma poco a poco si aprì a tutti i tipi di commercio. Un tempo ogni settore commerciale aveva le sue vie delineate, ed ancora oggi i mercanti di tappeti, i gioiellieri, i mercanti di cuoio o di abiti sono raggruppati in specifiche sezioni. Al centro si trova il Bedesten, in cui si trovano oggetti di antiquariato, argenteria, orologi ed altri oggetti d’epoca. Al di là dei possibili acquisti, rimane ancora un luogo magico.

 

Moschea di Solimano

Il Kurban Bayramı (Festa del Sacrificio) insieme al Ramazan Bayramı rappresenta uno dei momenti più importanti per i credenti di fede musulmana. Proprio in occasione di questa festività ad istanbul si sono conclusi finalmente i restauri di due magnifiche Moschee, la riapertura al pubblico è avvenuta questa settimana, il 16 Novembre 2010, in coincidenza col primo giorno della Festa del Sacrificio.

Stiamo parlando della monumentale Moschea di Süleymaniye e della spledida Moschea di Mihrimah, probabilmente le due moschee più belle (insieme a quella di Rüstempaşa e di Selimiye ad Edirne) realizzate dal grande architetto Mimar Sinan nella seconda metà del ‘500.

La Moschea di Süleymaniye, per la sua rilevanza storica e per la sua posizione privilegiata sulla collina che domina il Corno d’Oro, è una fra le attrazioni turistiche più visitate di Istanbul. Negli ultimi tre anni era grande la delusione dei moltissimi turisti che, ignari dei lavori di restauro, si recavano nel quartiere di Süleymaniye per poterla visitare. Bisognava accontentarsi di una comunque gradevole ed interessante passeggiata nelle adiacenze del complesso. Dal 16 novembre invece l’accesso è finalmente libero.

I lavori, condotti da un team di 200 persone, sono stati molto accurati, d’altra parte i circa 10 milioni di euro spesi non lasciavano alternative al riguardo. Il complesso dedicato a Solimano il Magnifico, è legato al periodo di massimo splendore dell’Impero Ottomano, ed è diventato nel corso dei secoli uno dei simboli della città.

La Moschea di Mihrimah, sicuramente molto meno conosciuta ma non meno bella, si trova nel quartiere di Edirnekapı, nelle vicinanze di San Salvatore in Chora. Merita senz’altro una visita sia per il suo alto valore artistico, sia in considerazione del fatto che la chiusura si è protratta per 10 anni a causa dei danni provocati dal terremoto del 1999. La principessa Mihrimah era peraltro la figlia di Solimano e moglie del Gran Vizir Rüstempaşa, fu un personaggio davvero di spicco all’interno della corte ottomana, partecipando attivamente, insieme a sua madre Roxelana, alle vicende politiche ed agli intrighi di palazzo.

 

La moschea Eyüp Sultan è una moschea imperiale ottomana situata nel distretto di Eyüp a Istanbul, fuori dalle mura di Costantinopoli, nei pressi del Corno d’Oro. La struttura attuale risale agli inizi del XIX secolo.Nel 1458, cinque anni dopo la conquista ottomana di Costantinopoli, Maometto II ordinò la costruzione di una moschea in onore di Abu Ayyub al-Ansari, uno dei più fedeli compagni del profeta Maometto. La moschea venne eretta nel luogo in cui era sepolto Abū Ayyūb al-Anṣārī, morto durante la campagna del 672 contro Costantinopoli. La moschea di Eyüp, dalla sua costruzione, è considerata uno dei luoghi più sacri all’Islam, importanza accresciuta dal fatto che qui il gran maestro della confraternita mistica della Mawlawiyya (Mevleviye in turco) cingeva con la spada ogni nuovo Sultano.

Alla fine del XVIII secolo, la moschea di Eyüp verteva in uno stato di degrado al punto che il sultano Selim III ne ordinò la distruzione e la successiva ricostruzione. I lavori terminarono nel 1800 mentre il minareto esterno fu ricostruito, secondo lo stile originario, da Mahmud II nel 1822. Le mura esterne del mausoleo sono rivestite da piastrelle İznik tutte databili a periodi diversi. Anche le mura del vestibolo del mausoleo sono decorate da piastrelle İznik. Piastrelle simili a quelle del vestibolo, sono in mostra in diversi musei. (Continua sotto…)

Bazar delle Spezie o mercato egiziano

Il nuovo Bazar delle spezie (in turco Mısır çarşısı, che significa “mercato egiziano”) venne costruito nel 1943 nel luogo in cui si trovava l’antico mercato delle spezie e dei profumi, nei pressi del porto di Eminönü. Si trova in posizione privilegiata, proprio di fronte al Ponte di Galata e dietro la maestosa Yeni Camii. Al giorno d’oggi i mercanti di spezie non sono più così numerosi, ma le sue vie profumate riescono comunque ad ammaliare. Le dimensioni ridotte non sono sicuramente paragonabili a quelle del Gran Bazar, si può visitare quindi in maneria piuttosto veloce. La zona di Tahtakale alle sue spalle è una sorta di continuazione del mercato all’aperto fra vie strette, assolutamente non turistica e molto gradevole da visitare.

Fatih, Fener e Balat

Le zone di Fatih, Fener e Balat sono sicuramente le più ricche di storia, le più affascinanti e caratteristiche di tutta Istanbul. Proprio per questi motivi rientrano nella lista dei patrimoni dell’Unesco. Ma nonostante ciò sono visitate da meno dell’1% dei turisti che visitano Istanbul. Com’è possibile una cosa del genere?

I motivi sono molti, ma la colpa principale è sicuramente da attribuire alla cosiddetta “industria del turismo”, che semplifica tutto e attua una riduzione stereotipata della città, per massimizzare i suoi profitti. La città viene quindi sostituita e rimpiazzata da una sua immagine artefatta, ed è quest’ultima purtroppo che viene visitata dalla quasi totalità dei turisti.

Noi per nostra filosofia ci opponiamo a tutto questo, e speriamo che la gente abbia la curiosità e la voglia di scoprire le reali bellezze di Istanbul.

Parliamo di 3 quartieri davvero centrali per comprendere appieno la storia e la cultura di questa città, zone in cui i popoli e le religioni si sono nel tempo mescolati e sovrapposti, evidenziando e portando fino ai giorni nostri una straordinaria ricchezza di architetture, di monumenti religiosi, di colori e di prelibatezze gastronomiche. I 3 quartieri si trovano all’interno delle mura della città vecchia, ad ovest di Eminönü e si affacciano sul Corno d’Oro. Sono zone non propriamente agevoli da visitare se non accompagnati da gente che le conosce, non perché siano pericolose, ma perché non sono assolutamente battute dai turisti e non è affatto facile trovare i monumenti ed orientarsi fra il dedalo di case.

Fatih è da considerarsi uno dei quartieri più “conservatori” di Istanbul, è la zona più osservante dal punta di vista religioso, con al centro il monumentale complesso della Moschea di Fatih. Passeggiare per le sue strade, nella zona di Malta Çarşı, la zona del mercato, è un’esperienza che non può lasciare indifferenti. A Fatih oggi vivono per lo più immigrati dalle zone dell’estremo est anatolico, quindi persone molto più attente ai dettami religiosi, ma anche cariche delle loro strepitose tradizioni culinarie regionali, ed è proprio per questo motivo che il quartiere viene ormai accettato come centro gastronomico della città. E’ qui che bisogna venire per provare i sapori più autentici della cucina turca. Ristoranti o piccoli chioschi specializzati in kebap, pide, sarma, köfte, tutto squisito ed a prezzo molto basso. Dopo un pranzo o uno spuntino, è possibile raggiungere, se si riesce a trovare, la bellissima moschea di Zeyrek, che in passato era il Monastero Bizantino di Cristo Pantocratore, il secondo più grande edificio del periodo Bizantino, dopo Aya Sofia, ancora esistente ad Istanbul. La zona di Zeyrek, con le sue case in legno di periodo ottomano antiche di 200 anni, è una delle più pittoresche di tutta Istanbul. Lasciando alle spalle Fatih e dirigendosi verso Fener, incontriamo il quartiere di Çarşamba. Qui si trova una delle più famose Chiese Bizantine di Istanbul, la Chiesa di Theotokos Pammakaristos, conosciuta oggi come Fethiye Camii, dato che al giorno d’oggi è per metà moschea e per metà museo.

Entrati finalmente nel quartiere di Fener, lo storico quartiere greco, le strade cominciano a farsi strette e labirintiche, le pendenze si fanno importanti, ed il rischio di perdersi sempre più elevato. E’ su questi sampietrini ultra centenari, fra case ottomane colorate, alcune superbamente restaurate, altre impietosamente diroccate, che si respira la storia di Istanbul. Devoti preti bizantini, rozzi crociati, fieri paşa ottomani col loro stuolo di servitori, commercianti armeni, negozianti ebrei, chiromanti zingari, nell’arco dei secoli hanno popolato, spesso contemporaneamente, queste zone della città, e hanno dato origine a quella ricchezza culturale che possiamo ammirare ancora oggi. Passeggiando fra case dai colori e dalle forme più bizzarre, fra bambini che giocano a pallone per le strade, si arriva davanti al Rum Lisesi, il Liceo Greco Ortodosso, magnifico e caratteristico edificio in mattoni rossi che sovrasta la collina di Fener. Inerpicandosi per una scalinata pittoresca si raggiunge la sommità della collina di Fener, dove un tempo passavano le mura dell’antica Costantinopoli, è proprio qui che sorge una Chiesa ai più sconosciuta ma di un’importanza fondamentale nella storia della città. Si tratta della splendida Chiesa di Santa Maria dei Mongoli, conosciuta anche come la Chiesa Rossa. La sua storia peraltro è talmente bella e affascinante che meriterebbe un libro, ma purtroppo non esiste nessuna pubblicazione in merito ed anzi la Chiesa pare dimenticata da tutti.

Sempre all’interno del quartiere di Fener troviamo uno dei luoghi più importanti in assoluto della religione Cristiana, il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, l’equivalente di San Pietro a Roma per la religione Cristiana Ortodossa. L’importanza storica e simbolica di questo luogo è enorme. E’ una delle cinque sedi principali della chiesa cristiana, in ordine di gerarchia, il patriarcato di Costantinopoli è il secondo dopo Roma, e precede Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. La visita della Cattedrale di San Giorgio dovrebbe perciò costituire un “must” per un turista in viaggio ad Istanbul, eppure credo che neanche l’1% dei turisti lo faccia, ignorandone probabilmente l’esistenza.

La chiesa, precedentemente parte di un monastero ortodosso, nell’anno 1600 venne elevata a cattedrale dal patriarca di Costantinopoli Matteo II (1596-1603), che ordinò il trasferimento della sede del Patriarcato ecumenico nella chiesa di San Giorgio, nel quartiere di Fener, centro della vita greco-ortodossa di Istanbul. La sede del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli fu trasferita dalla Chiesa di San Demetrio Xyloportas alla Chiesa di San Giorgio di Fanar dove è ancora situata. Dietro l’edificio della chiesa ci sono gli edifici amministrativi e la biblioteca del Patriarcato ecumenico. L’edificio fu modificato più volte nel corso degli anni e pochi elementi appartengono ancora alla struttura originale. Il patriarca Timoteo II (1612-1620) rinnovò l’edificio ampliò la cattedrale nel 1614. Nei primi anni del XVIII secolo la cattedrale fu danneggiata da un incendio. Nel 1720 il patriarca Geremia III (1716-1726, 1732-1733) intraprese il restauro della cattedrale, proseguito poi dal patriarca Paisio II. Nel 1738 un altro incendio danneggiò l’edificio. L’ultima ricostruzione principale fu intrapresa dal patriarca Gioacchino III (1878-1912).

La chiesa venne nuovamente danneggiata da un incendio nel 1941 ma, per motivi politici, non fu pienamente restaurata fino al 1991. I suoi oggetti più preziosi vennero salvati dalle fiamme. Il 3 dicembre del 1997 un attentato dinamitardo ha ferito gravemente un diacono e danneggiato l’edificio.

Dopo la caduta dell’impero ottomano e l’ascesa della repubblica turca, la maggior parte della popolazione greco-ortodossa di Istanbul fu costretta a emigrare, e oggi la cattedrale di San Giorgio ha un ruolo simbolico come centro del Patriarcato ecumenico e come meta di pellegrinaggio per i cristiani ortodossi.

L’esterno della chiesa, con facciata di influenza neoclassica, appare piuttosto modesto, ma l’interno è riccamente decorato con icone e mosaici della tipica tradizione bizantina.

Nella chiesa sono custodite preziose reliquie, tra cui spicca, in particolar modo, un frammento di una delle colonne della flagellazione di Cristo (un’altra originale e molto più nota è conservata a Roma nella Basilica di Santa Prassede), oltre a quelle di sant’Andrea apostolo, ritenuto tradizionalmente il primo vescovo della città, san Gregorio il Teologo, san Giovanni Crisostomo e santa Eufemia. Tra gli altri oggetti più preziosi si segnala inoltre il trono patriarcale del V secolo.

 

In riva al Corno d’Oro, a fare da spartiacque fra Fener e Balat, incontriamo la Sveti Stefan Kilisesi (Chiesa Bulgara di Santo Stefano), famosa per essere costruita completamente in ferro e per i suoi ricchi ornamenti interni, i cui materiali sono di provenienza viennese. E’ un edificio di culto destinato per la congregazione bulgara, a partire dal IX secolo anno che segnò la conversione di questo popolo al Cristianesimo. Il Patriarca ortodosso, allora, cercò, riuscendovi, di convincere il sultano affinché non concedesse ai bulgari, ai macedoni e ad altre comunità l’indipendenza dalla Chiesa Ortodossa, non a caso, infatti, queste popolazioni dovettero limitarsi a dare origine ad un esarcato, che anche se non era direttamente sottoposto al Patriarca, godeva, comunque di un’autorità inferiore.

 

Balat è lo storico quartiere ebraico, lo è stato a lungo, sia durante il periodo bizantino sia durante il periodo ottomano, questo a dimostrare il clima di convivenza interreligiosa che ha sempre caratterizzato Istanbul. Gli ebrei hanno cominciato a lasciare il quartiere solo a seguito del forte terremoto del 1894, spostandosi in parte nel quartiere di Galata ed in parte emigrando in Israele. Dopo il 1960 la residua minoranza ebraica benestante di Balat si è trasferita nel quartiere di Şişli, ed il risultato è stata una completa trasformazione del quartiere, che da zona estremamente ricca si è in fretta trasformata in zona di immigrati delle classi sociali più basse. Il cambio di composizione sociale ha fatto attraversare a Balat una fase di trascuratezza non indifferente, a cui solo ultimamente si è cercato di porre rimedio attraverso un ambizioso progetto di riqualificazione patrocinato dall’Unesco. Il sottile confine fra splendore e degrado produce in Balat un contrasto abbagliante. Il quartiere, in cui sono presenti ben 3 sinagoghe (fra cui la bellissima Sinagoga di Arhida, ancora in funzione, e visitabile previo contatto col rabbino), rimane ancora oggi un vero gioiello. Arrivando sulla sommità di Balat si entra in un parco da cui si può ammirare un panorama mozzafiato su tutto il Corno d’oro.

San Salvatore in Chora

Nei pressi delle mura Teodosiane si trova la Chiesa di San Salvatore in Chora (Kariye Müzesi in turco). Lo splendore dei suoi mosaici e dei suoi affreschi, non ha niente da invidiare allo splendore di Aya Sofia, si tratta senza dubbio di uno dei più importanti monumenti storici di Istanbul, straordinario esempio della perfezione stilistica bizantina. Risale al secolo XI ma i mosaici sono datati intorno al 1315. A seguito della conquista degli ottomani fu trasformata in Moschea, ma fortunatamente tutte le decorazioni interne non furono distrutte, bensì coperte con una semplice mano di calce, che le preservò nel tempo. Grazie a questo possiamo ammirarne la bellezza ancora oggi.

 

Foto: Loredana Filoni

 

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