Werner Sombart: “Sull’Uomo”.

Figura affascinante del mondo scientifico tedesco, Sombart è ormai da tutti pienamente riconosciuto come uno degli autori classici del pensiero sociologico.

L’ampio saggio del pensatore tedesco Werner  Sombart (1863-1941): “Sull’ Uomo”, viene pubblicato in una collana di Studi Sociali dell’Editore Armando, diretta dal sociologo Roberto Cipriani. Il testo, affronta un tema concreto e sfuggente; chi è l’uomo?

Sombart vuole rifondare l’antropologia non soltanto come studio dell’uomo sull’uomo, ma soprattutto come ricerca e definizione dell’uomo da parte dell’uomo. Può conoscere, può definire l’uomo sè stesso? E come? Molti hanno definito l’uomo o creduto di cogliere il chi è dell’uomo.

E’ un animale bipede implume, come stabiliva Platone? In tal caso non si distinguerebbe dagli altri animali se non per essere implume ed eretto. Aristotele lo differenzia dagli animali, sostiene che l’uomo è un animale politico, vale a dire, associato, con delle regole.

Sombart enumera molte definizioni dell’uomo sull’uomo: chi ne rileva la razionalità, chi la moralità. E quant’altro. Perchè Sombart insiste nel definire l’uomo? Evidentemente perchè l’antropologia è studio dell’uomo e se ignoriamo l’oggetto dello studio ci perderemmo nell’indefinito. Ma vi è un motivo più essenziale che pervade l’intero volume. Sombart intende differenziare l’uomo dagli animali. Per Sombart l’uomo è esterno alla Natura, l’animale interno; l’uomo agisce, l’animale è agitato; l’uomo sceglie, l’animale ha determinazioni imposte dalla Natura e le compie per istinto. La divisione tra istinto e volontà libera è corrente. Ma Sombart non si appaga di un uomo libero di scegliere, di un animale con adempimenti imposti dall’istinto. Egli, a quanto pare, solleva l’uomo quale entità oltrenaturale. Insiste molto Sombart sulla differenza tra uomo ed animale. Sostiene che mentre l’uomo ha un progetto, una scelta, insomma, libertà nelle decisioni, l’animale non sceglie uno scopo, è obbligato ad esso, l’animale non ha un fine, subisce l’obbligo interno, al dunque l’animale è un mezzo per un adempimento che l’animale non vuole, ma gli è imposto dalla natura. L’uomo ha volontà, l’animale subisce la volontà della sua natura, non può fare diversamente. Eppure, come si accennava, l’uomo, per Sombart, non è semplicemente razioneale. È “spirituale”. Questa parte iniziale del vastissimo libro ha una fondamentale motivazione: porre fuori del regno animale l’uomo. Per fondare un’antropologia, bisogna, afferma l’Autore, stabilire una premessa: l’uomo non è un animale, razionale o politico che si voglia. No. L’uomo non appartiene al mondo animale, bensì al regno spirituale: sceglie, è libero, si autodetermina, è cosciente di sè, ha dei fini voluti, è capace di concetti, ha la parola… Qualità estranee al mondo animale. Al dunque, l’uomo è “spirituale”. Posto l’uomo sul terreno confacente, Sombart svolge una estesissima fenomenologia dell’uomo, l’articolazione dell’essere uomo spirituale. Tenendo anche conto, in modo assoluto, che se all’apparenza gli animali possono comportarsi come l’uomo, in effetti la società degli animali e la società umana sono dissimilissime. E’ il punto decisivo dell’antropologia di Sombart. Gli animali non fanno “società”. Per i motivi sopra detti: mancanza di scelta libera, mancanza di autodeterminazione…

L’antropologia che Sombart intende fondare si erge dunque sulla libertà del volere umano di stabilire dei fini, laddove, è opportuno insistere, gli animali eseguono dei fini imposti dalla Natura. Ma la libertà di scegliere, ammesso che esista e non sia invece complessità di pulsioni nelle quali prevale la pulsione più forte che definiamo libero volere, ebbene, la  libertà di scegliere, comporta o comporterebbe la possibilità di fare il male.

Sombart, il quale insiste moltissimo sulla diversità, singolarità dell’uomo, non tiene in conto che se l’uomo è libero, l’uomo fa convintamente il male.

E’ un segno di “superiorità”? Nessun animale ha inferto e infligge più danni alla Terra degli uomini, i quali fanno a paro con gli eventi naturali. E, almeno dal punto di vista oggettivo, gli animali sono moralissimi. Il senso materno è presso che universale negli animali, frequente il senso paterno, la solidarietà di gruppo, spesso potentissima, anche tra animali ripugnanti come le iene, il senso gerarchico è cruciale e “meritato”, la relazione madre/ figli straordinaria, perfino nei coccodrilli, nelle tigri, le coppie spesso sono indissolubili e scambiano compiti in modo esemplare, così le aquile, i pinguini, la distinzione delle attività, netta… Sombart considera tutto ciò di rango inferiore perchè non dovuto a libera scelta, sarà, ma contano i fatti. E  poi, che valore ha dichiararci o meno liberi se il risultato è il massacro eventuale dei nostri simili?

Assolutamente giusto quanto Sombart dice sulla capacità intellettuale, concettuale, generalizzatrice dell’uomo. E’, si diceva, il punto della differenza tra uomo ed animale. Ma nel terreno affettivo e comportamentale le differenze sono impercettibili o problematiche. Ma lo scopo di Sombart è rilevante, egli nega ogni condizionamento materialisico-biologico nei comportamenti umani, nega il razzismo, la frenologia. Cito: “Ogni popolo presenta contemporaneamente o in successione, tutte le possibili forme di esistenza politica e sociale, tutte le possibili tipologie di stile letterarie ed artistiche, tutte le possibili posizioni spirituali”. Dunque, né gli individui né i popoli sono determinati biologicamente, o per il clima o per l’ambiente, al punto da non potersi sottrarre, mentre l’opposto è per gli animali, i quali non forgiano Istituzioni ma le ricevono nel bagaglio istintivo.

Quale istituzione, l’uomo può scegliere, è appunto una scelta non condizionata. Sombart è “spiritualista” ed esalta l’elevazione umana. La sua critica all’animalità dell’uomo è la critica al condizionamento razzista, biologistico.

Ma a tal punto, perveniamo ad un paradosso accennato. L’uomo spesso sceglie il male, proprio ed altrui, molto al di là del “male” dovuto alla sopravvivenza negli animali. Difficilmente un animale supera l’uccisione per il nutrimento, l’uomo, fà assai peggio. Paradossalmente, ripeto, l’uomo “morale” è più immorale dell’animale che non sta nella sfera morale, per Sombart. Questi i fatti, che poi gli animali non hanno merito di comportarsi spesso meglio degli uomini, non avrà un valore morale, ma di certo l’uomo non ha da vantarsi di essere, quando lo è, malvagio, perchè dimostra la sua libertà.

Ma è un cenno su di un aspetto, essenziale, del volume di Sombart. Il quale, nell’analisi storica, politica, antropologica, è una miniera di informazioni e considerazioni. A parte l’antirazzismo e l’antibiologismo del tutto apprezzabili.

 

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