È un Venerdì pomeriggio, è il 10 Maggio e qualcosa sta per accadere al Padiglione Oval della Fiera del libro di Torino. Le presentazioni nelle grandi fiere sono un’arma a doppio taglio: autori esordienti presentano le loro opere contestualmente ad autori famosi che, grazie al nome, captano la maggior parte dei visitatori. Eppure, a Torino, qualcosa di magico è accaduto. Sul palco la giovane editrice, la dott.ssa Martina Bruno, affiancata dall’interprete Vincenzo Marino, ha accolto la scrittrice boliviana Yuyam Jutiniano Roca, autrice di “Madrigal… e mi chiamavano puttana”. Appena la scrittrice dai tratti sud americani ha iniziato a parlare, le persone, che come formiche si muovevano nell’area fieristica, si sono fermate e piano, come attratte dal canto delle sirene, si sono avvicinate e in silenzio attonito hanno ascoltato la storia di questa fantastica donna.
IL LIBRO
Il romanzo “Madrigal… e mi chiamavano puttana” edito da edizioni Il Papavero è l’autobiografia di Yuyam Jutiniano Roca, boliviana che, dopo una vita di tribolazioni, è diventata portavoce dei diritti delle donne di tutto il mondo.
Una storia lunga e sofferta quella di Yuyam ma colorata dalla speranza, dall’amore, dalla tenerezza, dall’abilità di cogliere il bello sempre e comunque anche quando bambina, con i numerosi fratelli, cercava tra la spazzatura oggetti da trasformare in giochi, anche quando scappava di notte con i suoi bambini dal marito violento, anche quando tutto sembrava crollarle addosso.
L’intero libro è permeato dai sapori e dai colori della Bolivia, il sud America risuona in ogni cosa: nelle gite al fiume per lavare i panni tutti insieme, nelle atmosfere, nei paesaggi, nelle tradizioni. È mamma bambina Yuyam, e se da un lato la vita le ha riservato le prime violenze all’età di otto anni, le ha anche fatto dono di un papà speciale, don Dago, Dagoberto Justiniano Ardaya, conosciuto come il “poeta dei poveri”, che ha rappresentato da sempre la sua forza, la sua spiaggia sicura: uomo saggio, grande esempio e un forte punto di riferimento. Il suo spirito aleggia in tutto il libro, anche dopo la sua morte. Se Yuyam è diventata la donna che è lo deve al papà, ai suoi consigli, alle sue parole. “Studia, Yuyam, nella vita non ti riscatterà un uomo, ma la tua cultura.”, “Sii come le lucciole Yuyam, bioluminescenti, che brillano di luce propria ma sanno anche quando è il momento giusto per risplendere.”
Grazie alla cultura, alla sua intelligenza viva, alla determinazione e ai sacrifici, Yuyam, nel libro Elisa, va avanti nella vita e in quella società maschilista e gerarchicamente stratificata senza mai scendere a compromessi e riesce anche ad assicurare ai suoi cinque figli, avuti da uomini violenti o inermi dai quali era fuggita, un’esistenza dignitosa. È anche una donna impegnata politicamente e ci dipinge in ogni suo aspetto concreto il processo di cambiamento del suo paese nel periodo del passaggio dalla dittatura al ritorno alla fragile democrazia.
UN LIBRO PER DAR VOCE ALLE DONNE
“Non permettete al dolore di farvi sentire colpevoli, di cambiarvi, non smettete di amare, di avere fiducia nel prossimo, ma lottate, anche con il più piccolo gesto, affinché si ponga fine alla violenza in ogni sua forma” - dice, rivolgendosi al suo pubblico Yuyam.
Ciò che colpisce è che queste non sono le parole di circostanza di chi si fa portavoce di una battaglia tanto delicata quanto urgente, parliamo della violenza sulle donne, ma queste parole fioriscono sulle labbra rosse e sorridenti di chi sin da bambina le violenze le ha subite: violenze fisiche, psicologiche, economiche, verbali, ma da quelle violenze è uscita e ha trasformato le sue ferite nei suoi punti di forza, è per questo che può comprendere le donne ed è per questo che può prendersi il lusso di spingerle ad agire, di mirare all’autonomia anche quando andar via per l’ennesima volta può significare, almeno in quel momento, “sentirsi sconfitta, persa, guardare senza vedere intorno, non riconoscere il luogo, le case, le strade, le persone… ”.
“Presi tutta l’aria che potevo contenere nei miei polmoni,” racconta Yuyam “lo guardai con tenerezza, con pietà, con rabbia, con il male. Un tumulto di sentimenti si impossessò della mia anima, presi le mani dei miei figli, in fretta, per non appesantire ulteriormente quella triste immagine nella loro mente. Scappai via con le lacrime agli occhi. Tornai distrutta in città. Mentre guidavo, mi sentivo sconfitta, persa, guardavo senza vedere intorno a me, non riconoscevo il luogo, le case, le strade, le persone… ”.
https://catalogo.edizioniilpapavero.it/romanzi/37-madrigal-e-mi-chiamavano-puttana.html


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