Ieri sera presso la Fondazione Cappella Orsini "FESTIVAL DE REBUS AMORIS" con un doppio appuntamento: MADRE-PERLA e PERFORMING 4:48.

Ieri sera presso la Fondazione Cappella Orsini "FESTIVAL DE REBUS AMORIS" con un doppio appuntamento: MADRE-PERLA e PERFORMING 4:48.

Ieri sera nella suggestiva Cappella Orsini, ad un passo da Campo de Fiori, sono andate in scena due performance molto particolari ed intense, rappresentate dalle bravissime Teresa Ruggeri in Madre-Perla e Serena Borelli in Performing 4:48.

La Cappella Orsini si trova all’interno dell’antica chiesa di Santa Maria in Grottapinta accanto a Campo de' Fiori e vicino a Piazza Navona.

L’edificio fu costruito in epoca medievale sulle rovine del famoso Teatro di Pompeo, non lontano da dove Giulio Cesare fu ucciso.

Santa Maria in Grottapinta era la sede dell’Accademia dei Cuochi e Pasticcieri di Roma di cui Bartolomeo Scappi, Michelangelo della cucina italiana, fu il membro più autorevole. Dal 1986 la Cappella Orsini ospita inoltre l’Accademia del Superfluo, la nota scuola di arti decorative fondata da Roberto Lucifero.

La missione del Cappella Orsini è quella di riflettere sul rapporto tra società e cultura e come quest’ultima possa dare un contributo edificante alla formazione di un cittadino consapevole e capace di orientarsi nella confusione mediatica.

Per ottenere questo obiettivo si avvale di una fitta rete di rapporti: Claudio Strinati, Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Giacomo Marramao, Christoph Frommel, Franco Ferrarotti, Pierluigi Battista, Carlo Gasparrini, Antonio Spataro, sono alcuni degli ospiti che hanno partecipato alle conversazioni pubbliche e che ne fanno un incubatore di idee capace di generare innovazione.

Quì, ieri sera, sono andati in scena due monologhi molto particolari, intensi, a tratti commoventi, Madre-Perla e Performing 4:48, interpretati rispettivamente da Teresa Ruggeri e Serena Borelli.

Il silenzio, la grande attenzione e partecipazione di pubblico che, a giusta conclusione, ha tributato le due attrici con sonori applausi, ha decretato ancora una volta, il successo degli eventi di Cappella Orsini.

Madre - Perla

Questo monologo rimanda al libro "Mammina cara" che Christina Crawford scrisse raffigurando la madre Joan Crawford come una donna nevrotica, a tratti violenta e dipendente dall'alcol.

Il racconto che Antonio Mocciola affida per la trasposizione teatrale a Giorgia Filanti che dirige Teresa Ruggeri, utilizza l'archetipo della diva per indagare sugli aspetti più deteriori del successo, sulla famiglia, vissuta come estensione del proprio ego e sulla condizione, spesso letale, dei figli d'arte. La rabbia, la frustrazione, l'elemento femminile alla ricerca dell'impossibile eterna bellezza, fanno di Madre-Perla uno sguardo spalancato sull'anima umana e sulla sua insesorabile e affascinante fallibilità.

Un racconto che è confessione, è ricostruzione, è la storia di una donna che voleva essere bella e di successo per sempre. Un racconto che ci parla di autonomia e dipendenza, di persona e personaggio, di verità e finzione. Lo fa attraverso un corpo a corpo di una donna con sé stessa, con la propria coscienza, con il ruolo di madre, con la figlia (quì, rappresentata da una bambola), con l’immagine di sé, con i modelli dati, con le aspettative, con l'inadeguatezza, con la fallibilità, con la creatività, con il tempo, con la vita, con la lingua, con l’amore.
In scena, la strenue lotta per diventare sé stessi, con il corpo come unico campo possibile di una sanguinosa battaglia per il successo.

Buona l'interpretazione di Teresa Ruggeri. Seduta, e poi in piedi in tutta la sua vulnerabilità, il volto imbiancato, il vestito completamente nero, madre fragile e potentissima, con squarci di luce che moltiplicano l’immagine della donna in infinite altre donne, che scandisce verità inascoltabili.

Performing 4:48

Un lavoro performativo immaginifico ideato da Giorgia Filanti che dirige la bravissima Serena Borelli, in una visione surreale dove le emozioni, il flusso poetico prendono forma in una figura femminile per divenire esse stesse carne, sangue e sessualità dichiarata e sofferta. Un inno alla vita vissuta bruciando come una falena nella continua e impossibile richiesta di amore, in una società che non è in grado di accettarci per la nostra unicità.

Il bisogno per cui morirei: essere amata come dichiara la protagonista, ci fa comprendere l'interezza del pathos, della sofferenza, della disperazione che ha condotto la donna in una sorta di follia nostalgica.

Serena Borelli ha scelto di utilizzare la performance e il corpo sollecitato da suggestioni elaborate ed emotivamente coinvolgenti abbattendo la quarta parete, creando un contatto diretto con il pubblico.

Con il corpo e la narrazione racconta la vitalità della Kane, della sua smania di vivere e del lato tragicamente umano della sua breve esistenza: il suo amore marcito per una donna che l’ha lasciata sola, la frenesia con cui si rivolge alla madre, il dottore che l’ha tradita, l’accusa verso un certo tipo di psichiatria fatta di abusi psicologici, il corpo di una donna in cui lei non si riconosce più.

Vittima e carnefice del proprio io, tra mille volti senza nome che urlano il loro bisogno di amore, la loro incapacità di stare al mondo. Dalla deriva in cui si trova, il suo è un grido di aiuto che lei ha saputo trasformare in eterna e disgraziata bellezza.

Serena Borelli, fantastica in questo monologo, convince, commuove, rende vivida l'indifferenza e l'egoismo che spesso possiedono gli uomini nei confronti di chi è differente da noi o di cui non comprendono i meccanismi mentali...

La Borelli sa avvolgere il pubblico con tutta la drammaticità del personaggio ... Inizialmente ripete la lista, ossessivamente, con un crescendo, ora gridato ora lamentoso, e sempre più veloce, avvitandosi nella disperazione.

Poi risale lentamente, guardandoci ... Sembrerebbe non esserci altro da dire. Ma con una chiusura formale e coerente, ecco l’ultimo delirio di prigionia.

 

 


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