Bentornati amici allo spettacolo che non finisce mai.
Questo articolo è dedicato agli operosi, attenti, instancabili e professionali angeli custodi del reparto di Ematologia del Policlinico Gemelli di Roma. In questi mesi vi ho osservati affascinato dalla vostra sintetica, intraprendente e superba abilità nelle scelte terapeutiche. Vi ho guardati con amore, perché sapevo che mi avreste cullato come una madre con un figlio. Grazie per quello che fate per tutti. Grazie per quello che avete fatto per me.
L’industriale mi guardò negli occhi e ci lessi un guizzo voluttuoso che mi lasciò basito, poi mi accarezzò la mano e per educazione non dissi nulla, infine mi serrò la coscia sinistra e fui a un passo dal mollargli una schicchera sul naso. Ma veniamo a noi.
Oggi parliamo di un solo brano che racchiude secondo la mia modesta opinione, l’opera totale di uno dei più grandi gruppi di tutti i tempi. Oggi parliamo della fantastica, stratosferica, articolata e imprendibile suite di Karn Evil 9 da Brian Salad Sugery il quinto incredibile album del supertrio. Ci godiamo però la versione live impressa nel famoso album triplo che fotografò il concerto al Convention Center di Anaheim in California nel Febbraio del settantaquattro. Quello che racchiude come un’ostrica la loro inarrivabile eruzione compositiva.
Conobbi gli Emerson Lake and Palmer ascoltando i fratelli maggiori dei miei amici. Noi imberbi stupidotti, loro attenti intellettuali fancazzisti, parlavano spesso dell’estro dei grandi del Prog. Incuriosito e affascinato acquistai Work Due, un lavoro che non c’entrava nulla con il progressive e che faceva parte della fase calante. Ammetto che mi piacque molto, perché era una specie di compilation a metà tra jazz, ragtime, blues, honky tonk e io che avevo orecchie vergini, mi innamorai del jazz pensando che fosse prog. Ripensandoci questa cosa mi intenerisce e mi diverte.
Una sera di molti anni fa, mi ritrovai per una selva oscura che la dritta via era smarrita. Ero in una Milano che era ancora da bere, mentre sapevo appena mangiare. Credo fosse l’ottantacinque o giù di lì ed ero stato costretto nel capoluogo lombardo per una formazione professionale legata agli impianti d’illuminazione sportiva. Ero partito di malavoglia senza sapere che quello sarebbe stato uno dei migliori periodi della mia vita, carezze a parte. Mi ero portato dietro il consumato walkman e una quantità smisurata di cassette, tra cui la registrazione dell’immenso triplo del supergruppo inglese. In quei mesi ebbi l’opportunità di frequentare il jet set internazionale, perché l’amico Alfredo era un grandissimo viveur sciupafemmine. Io, figlio di gente del popolo capii subito che un buon rosso con una ragazza era meglio dell’aperitivo a Montecarlo con le modelle. In primis, perché preferisco di gran lunga il vino, poi perché le mannequin a quei tempi erano fastidiosamente segaligne. Ho voluto ricordare quei tempi, perché collidono un poco con il brano di cui parleremo. In quel Luglio vissi giornate di quiete e momenti di grande estasi che potrebbero essere paragonati come Karn Evil 9 alla sinusoide della corrente alternata
Il brano che prende il nome da un intreccio delle parole Carnival ed Evil è un crogiuolo o, forse meglio, un melting pot magmatico dai colori dell’arcobaleno, con i profumi delle quattro stagioni e la delicatezza del muschio, ma anche la forza della tramontana. Partenze, accelerazioni improvvise, note lunghe dal sapore sinfonico, stopping estremi e marziali, ripartenze al cardiopalma, cambi di ritmo spessissimo in tempi irregolari e veri stravolgimenti armonici, frenate brusche con code melodiche e trasformazioni di style dallo shuffle del blues al ritmo forsennato del boogie impresso dal basso di Lake. Improvvisazioni di matrice jazzistica e raddoppi di scale, pattern, cromatismi a grappolo, tritoni ascendenti ma soprattutto l’estro geniale di Emerson che ogni due per tre inventa un ritornello da sostituire con un altro ritornello e poi un altro ancora in un’infinita cascata di note. Terzine corte e lunghe di crome, fraseggi, salti d’ottava, cinquine, sestine, contrappunti, scardinando il modale e passando come burro fuso su una fetta di pane dallo ionico, al dorico, al frigio, al lidio, misolidio, eolico e addirittura il locrio che si suona partendo dalla tonica e sciorinando una scala maggiore più alta di un semitono.
Quindi le improvvisazioni di Palmer che segue, anticipa, rigurgita il brano in accompagnamento o sfruttando i controtempi, trasformando il beat in un off. Ovvero togliendo la cassa per partire con il charleston. Oppure inventando una ritmica di contrasto con lo strumming del pezzo ma sempre in sintonia. A cesellare tutto la particolarissima voce di Lake capace di inventare uno straordinario assolo alla Gibson o imbracciare il basso Fender.
La cosa più spaventosa è che quest’enorme quantità di musica è frutto di una serie di incastri costruiti e suonati alla perfezione come uno splendido motore oliato. Non è come il jazz lasciato spesso a un’improvvisazione frutto dell’esperienza e del virtuosismo del musicista di turno e nemmeno come le ballad rock o i pezzi tirati, costruiti su quattro accordi e vai col tango. No. Qui devi stare attentissimo a quello che sta facendo il tuo pard e andargli dietro, oppure enfatizzarlo con qualche rocambolesca costruzione, oppure contrastarlo con una scala cancrizzante. Oppure fare finta di nulla.
Quella sera, l’amico Alfredo mi aveva trascinato a cena in casa di uno dei più famosi industriali del tempo. In uno dei templi della ricchezza italiana. Lì dove si decideva l’industria e il futuro del nostro paese. Mi presentai con un abito blu di cotone e un paio di Pirelli rosse. La moglie del tizio, una donna dal fare aristocratico che mi spiattellò la mano sotto il naso per farsi omaggiare come una papessa, mi squadrò come un plebeo scappato di casa. Sorrisi a quell’approccio manifesto che si vedeva fosse nato dalle ceneri di un Socialismo Fabiano. L’attico in piazza San Babila delle dimensioni di un campo di calcio non era sfarzoso, sembrava la reggia di Caserta. Avevo frequentato buone scuole ma ero figlio della strada, della parrocchia, del quartiere. Ma soprattutto ero figlio dell’amore per la musica. Dopo meno di quindici minuti mi resi conto che ero in sintonia con quel mondo patinato come lo sarebbe una pepata di cozze con la marmellata.
Dell’album ho una versione in long playing e una in cd e lo ascolto da sempre a fasi alterne saltando alcuni pezzi a piè pari e tornando invece costantemente su altri che hanno rapito il mio cuore da sempre. Per come la vedo abbisogna di un ascolto attento, perché è un’opera d’arte complessa di cui si scopre ogni volta un guizzo inaspettato. Un colore nascosto, una nota che affiora nella cascata cromatica. Il brano viene definito come un moderato fast a centoventisei battute con uno sviluppo armonico impressionante.
La seconda impression è un allegro in Do che si sposta facilmente in La bemolle maggiore, Fa, Mi, Mi bemolle e Do diesis, ovvero con sette alterazioni in chiave. La metrica è stupefacente. Quattro e cinque quarti, tre, sette e nove ottavi, dodici e quindici sedicesimi. Parte in Fa sulla terza dell’accordo, ovvero in La. Non l’avrei mai detto ma nasce in battere. Ahò, in battere mica in levare. Quindi croma di La, biscroma discendente di Si e La per poi tornare su tre crome e una pausa. La cosa più stupefacente del lavoro di Emerson è che le frasi suonate con la destra sulla chiave di violino, lui le bissa e le moltiplica anche con la sinistra sulla chiave di viola, non quella di basso. Di norma la mano sinistra è deputata al ritmo, ma non in questo caso. Emerson ci fa capire che le sue mani sono come la sua testa. Tagliate in due.
Quando si presentarono mezza dozzina di camerieri coi guanti per servire la cena rimasi di stucco. Ero uno qualunque abituato al convivio di una famiglia normale ma mi destreggiai bene, perché avevo studiato quali bicchieri scegliere per l’acqua e il vino, il flûte, le posate, ma soprattutto lo scoglio in cui cadevano tutti i cafoni come me. Buon appetito! Buon appetito un cassio. Sembra che non si debba dire mai. Neppure di nascosto alla toilette. Il padrone di casa volle che gli sedessi a fianco.
Perché io? Naaaa. Mi lasci in un angolo per favore, ma invece l’amico Alfredo mi lanciò un’occhiataccia e non potei esimermi.
Torniamo al brano. I primi minuti sono tutti di Emerson e della voce di Lake che sembra stonata e fuori tempo. Si alternano con un’enfasi da composizione sinfonica, specie nelle code musicali del pianista che spadroneggiano nei momenti di pausa del cantante. Poi il terzetto prosegue con un ensemble musicale saltando tra differenti metriche e ritmiche per poi rientrare sulla voce, quindi il primo cambio di registro che aumenta la velocità inseguito dalle rullate al charleston di Palmer. E allora nuove invenzioni e nuovi cambi di ritmo fino al nuovo rientro sulla voce. Dopo soli tre minuti e mezzo un leggero stopping su note lunghe di Emerson in vero style sinfonico e poi una nuova partenza leggermente più veloce fino a uno strumming di basso che Lake alterna alla Gibson acustica, che annuncia un ritornello spiritoso di Emerson. Botta e risposta tra mano destra e sinistra. Il ritmo diventa forsennato e ritorna la voce in un andirivieni cavalcante, quindi la prima grande rullata del batterista che annuncia quello che farà dopo. Il terzetto si sposta addirittura sull’hard rock e proprio in questo momento Lake ci delizierà con un riff e un assolo alla Gibson di altissimo livello.
La storia dello strumento di Palmer meriterebbe una menzione a parte. Il doppio gong la sfilza dei tom i timpani e la campana. Si racconta che per montarla ci volessero diverse ore. Pesava due tonnellate e mezza e il leggendario batterista pretese di farla realizzare partendo da un modello di cartone. Non è da meno il muro di cavi del Moog Modular di Emerson che sembra sovrastare minaccioso il palco.
Dovrei continuare ma poi l’articolo sarebbe troppo lungo, quindi mi fermo qui. Non ricordo cosa bevemmo quella sera, ma ho impresso nella memoria il fastidio dello sguardo languido e di una cena che non mi sembrò un piacevole convivio, ma l’essenza di un rituale astruso.
In questi giorni sto assaporando un Primitivo De Castris dalla struttura notevole. Provatelo con i suoi quindici gradi.


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