Al cinema da Giovedì 14 Novembre 2024 distribuito da Warner Bros. Italia, Giurato numero 2, diretto da Cleant Eastwood, è un film da non perdere.
Con un cast dove spicca tra tutti uno straordinario Nicholas Hoult, seguito da Toni Colette, J. K. Simmons, Kiefer Sutherland, e moltissimi altri, Giurato numero 2 è un dramma giudiziario dalle tinte thriller, che ragiona sul concetto di idealismo, coraggio e moralità.
Giurato numero 2 racconta un processo e il raggiungimento di un verdetto dagli occhi di uno dei giurati, un uomo che nasconde un segreto inconfessabile, unico membro della giuria che non ha dubbi sull’innocenza dell’imputato.
Justin Kemp sta per diventare padre, è sobrio da 4 anni e viene convocato come giurato per un caso di omicidio, di cui è accusato il fidanzato della vittima, Kendall Carter, che numerosi testimoni hanno visto litigare con lei all’uscita di un locale.
La giuria, tra cui siede anche Justin Kemp, non ha dubbi sulla sua colpevolezza. Eppure Justin sembra così tormentato e afflitto, così legato a questo caso con il quale non ha però alcun rapporto. Nè lo aveva con la vittima o con l’imputato. Ma mentre il processo inizia, la giuria ascolta testimoni, medici legali, esperti forensi e lo stesso accusato, Justin ricorda quella notte, quando ha visto Kendall Carter e il ragazzo discutere.
Quando lui era in macchina fuori da quel locale, quando rischiava di ricadere nel vortice dell’alcool, quando un anno prima credeva di aver investito un cervo. Quella stessa notte in cui Kendall Carter era stata, a quanto pare, picchiata e uccisa, e poi gettata in un fosso.
Quando i giurati si ritirano per decidere il verdetto, l’unico a non credere alla colpevolezza dell’imputato è Justin Kemp, alla guida di quella macchina che potrebbe accidentalmente aver ucciso qualcuno. E se confessare rovinerebbe la propria vita e scagionerebbe un innocente, la sua unica arma è la giuria della quale fa parte: farli dubitare dei fatti, abbastanza da salvarsi, e arrivare ad un verdetto di non colpevolezza.
Se tutto il cuore del film, i misteri e la spiegazione dei fatti sono già accaduti, Giurato numero 2 rende interessante e appassionante tutto il resto. Se non c’è la ricerca del colpevole, c’è l’interiorità e la contraddittoria etica di ognuno dei giurati. Scelti meticolosamente con criterio tra un cospicuo gruppo che sembra pronto, senza remore, a puntare il dito contro qualcuno. Se dapprima, il personaggio di Nicholas Hoult è l’unico a non confermare la tesi di colpevolezza, basta insinuare il dubbio perché tutto cambi, perché un essere umano inizi a pensare di avere nelle proprie mani la vita di un'altra persona. Attenuanti, prove, fatti e leggi, è impossibile non essere influenzati dal tormento dell’errore, da quel famoso “beneficio del dubbio” che qui sembra istigato e incoraggiato da chi sa esattamente che sul banco degli imputati siede un innocente. Con Giurato numero 2 Clint Eastwood continua, così, ad emozionare e a realizzare prodotti di altissimo livello.
Giurato numero 2 procede e avanza, insistendo, con gli sguardi che parlano e tacciono, i silenzi che diventano amari gridi d’aiuto e i pensieri che si trasformano in ossessioni. Nicholas Hoult comunica e trasmette tutta l’angoscia, l’oppressione, lo struggente impalpabile senso di colpa che prova. Dove la colpa non è, come sarebbe stato più semplice e ovvio, l’aver causato accidentalmente la morte di una giovane donna. Ma nella strenua e inarrestabile ricerca del colpevole che si traduce ben presto in un processo, nella sicurezza di un assassino che solo lui può scagionare. Sarebbe stato comunque intrigante concentrarsi sulla prima parte e cioè sull’incidente che, senza la più comune causa dell’uso di alcolici o sostanze stupefacenti, vede un uomo alla guida di una macchina in una notte che, tra pioggia torrenziale e strade al ciglio di dirupi, dissimula un qualcosa di terribile che è accaduto, ma che era anche difficile da evitare.
Se l’idea di dire e descrivere tutto già nelle prime scene sembra un azzardo nella tensione e nel coinvolgimento dello spettatore, il film di Clint Eastwood non poteva che rivelarsi più originale e, legal drama, a tutti gli effetti, moderno e, in qualche modo, anche inedito. Incertezza, insicurezza e quella snervante attesa di capire quale sarà il verdetto finale, sono la vera domanda. Mentre diventa chiaro tutto ciò che, nei prodotti audiovisivi del genere, statunitensi e non, già sappiamo: indagini che non hanno vagliato altri sospettati, ex criminali che non possono cambiare e un ultimo caso vinto per poter finalmente fare carriera. Se tutto questo, già visto e non più sorprendente, riesce comunque a costruire una cornice e un mondo verosimile e riconoscibile, c’è il reato visto attraverso gli occhi di uno dei giurati. Non solo divorato dall’esitazione e dal sospetto, ma più di tutti, dal senso di colpa. E che si trova, più comunemente, a dover scegliere tra salvare se stesso e uno sconosciuto.
La decisione di Justin di insinuare anche solo un briciolo di insicurezza in chi siede con lui, è l’unica che può prendere. Ecco che tra immedesimazione ed empatia, non si riesce che a sperare che l’ultimo obiettivo del personaggio venga raggiunto. Non mancano figure che potrebbero ribaltare la situazione, un principio di auto-conservazione e difesa che prevale quando c’è anche il minimo rischio che la giustizia faccia realmente il proprio corso. Se non esiste una giuria imparziale, ognuno ha un motivo personale per prendere la propria scelta: un passato che incombe e li obbliga a dirigersi verso quella strada. Nei dodici giurati del film c’è, infatti, l’intero microcosmo di ognuno e, con poche battute e pochi momenti, è limpido e cristallino chi si ha di fronte. Tutti veri e sfaccettati, tutti con una propria psicologia che si dispiega ed esplica andando avanti nel racconto, nei momenti attorno a quel tavolo.
Se all’inizio erano le prove, esposte in tribunale, le testimonianze e un asset di situazioni che non potevano che avere un unico termine, a sovrastare il tutto, caratteri, personalità, coscienze, istinti e sensazioni che la giuria dovrebbe soppiantare di fronte all’evidenza di ciò che è attendibile e dimostrabile. Le loro scelte, guidate in parte dalla figura di Justin, sono infatti totalmente prive di quella neutralità, di quel distacco e di quell’oggettività che viene ricercata nella composizione di una giuria. Come non c’è alcuna scena, alcun ruolo, alcun dialogo che non sia al proprio posto, c’è quel punto di rottura che, in ogni suo film, Clint Eastwood riesce sempre a raggiungere, mostrando l’impossibilità di tornare indietro. E se la redenzione e il viaggio a ritroso rimangono nella mente annebbiata di chi è lucido di fronte a ciò che successo, l’angosciante logorio e la straziante sofferenza di Justin, si evidenziano e colpiscono con silenziosa efficacia. Tutto ciò che il personaggio di Justin non dice, traspare e senza bisogno di parole, tra ricordi, paure e febbrili tentativi di rendere la propria colpa meno grave, pressante e distruttiva.
Pur presentandolo da subito come colpevole, è palese chi fosse Justin Kemp prima e chi è adesso, ma la storia è chi sta cercando di diventare, con cosa dovrà convivere e se riuscirà a guardarsi allo specchio senza vedere solo chi ha causato fin troppo dolore.
Nicholas Hoult, molto espressivo in questo ruolo anche nelle cose taciute, è un vortice di emozioni, di sguardi che descrivono, raccontano e rendono tutto così dannatamente realistico, possibile, tremendamente casuale e, dal punto di vista cinematografico, perfetto. Mentre lo spettatore segue il protagonista nelle sua ricerca di fare del bene dopo esser stato raggiunto dal male, è connaturata quell’oscurità che sembra divorarlo, che mai si stacca e si allontana dall’essere a un passo dal prenderlo e avvolgerlo. E nei doppi, forse tripli finali che Giurato numero 2 riesce a mostrare, senza farli apparire eccessivi, c’è tutta quella verità, che mascherata da dramma giudiziario e thriller psicologico, è una riflessione più profonda e più intima. Tra il visibile e l’apparente, l’inconfutabile e l’incerto, non c’è via di mezzo, non c’è riscatto né liberazione e la vera soluzione sembra essere stata sempre e solo una. Ma se il tentare non nuoce, è vero che non fa neanche il contrario.
Un film da non perdere in cui ogni protagonista manifesta una spiccata bravura recitativa nell'esprimere ciascuno, il proprio dramma interiore.
Cleant Eastwood non delude mai, prima da attore ed ora da regista, denotando grande spessore professionale e spiccata conoscenza del genere umano.
Nota conclusiva: Toni Collette, che veste i panni della procuratrice Faith Killebrew, ha interpretato uno dei ruoli più belli, non solo del lungometraggio, ma della sua lunga e straordinaria carriera. Molto probabili le candidature agli Oscar, sia della pellicola che di Eastwood che della stessa Collette. Una curiosità, quest’ultima e Hoult hanno già preso parte insieme ad uno stesso film, 20 anni fa: ‘About a boy‘ con Hugh Grant. Per l’occasione interpretavano il ruolo di madre e figlio.


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