Mina.

Mina.

La canzone è un piccolo, modesto, breve mistero che ti prende per il collo proprio quando hai bisogno di essere strapazzato.

       Non te ne puoi andare così!

       Eccome se posso….

Mentre addento una bruschetta aglio e olio, il giornalista in televisione annuncia che è il compleanno di Mina. La signora Mazzini compie ottantacinque anni e scopro che li fa nello stesso giorno di Aretha Franklin. Alzo il volume mentre le immagini della sua lunga e brillante carriera si susseguono, dagli esordi, fino alle ultime estemporanee rubate durante le passeggiate a Lugano dove risiede ormai da anni. La Rai le dedica un servizio degno della sua fama, scorrendo i brani più popolari. Poi un filmato in bianco e nero.

Riconosco la progressione degli accordi alla chitarra acustica in Do, Mi minore, La minore e Sol, sostenuti da una pennata in Down Up Down, farcita con un leggero palming; quindi, il preludio dell’intro con uno strumming in crescendo. La Tigre di Cremona col suo trucco un po' forte e una criniera degna, accenna un leggerissimo movimento con le spalle, abbozza un sorriso, si fa seria, lo sguardo corrucciato, poi torna alla spensieratezza, guarda in alto, in basso a destra, a sinistra, infine il marchio di fabbrica. Quel dondolio della testa come a voler rimarcare l’importanza di quello che andrà a cantare. Del peso della musica, del ritmo, dello swing feel del brano. Accenna tre finti morsi e parte.

 Tu…

Amor mio…

Chi ti ha amato in questo mondo solo io… 

Il brano, nato dalle mani di Lucio Battisti e Giulio Rapetti mi scaraventa indietro di quarant’anni e rivedo quella famosa serata all’hotel Hilton di Roma. Era l’ottantacinque e guadagnavo meno di duecento mila lire al mese, ma un amico di un amico mi aveva proposto un affare da un milione. Il tizio era un gigolò e aveva bisogno di un partner per il quartetto. Soldi facili, aveva assicurato, ma quando entrai nel ristorante, capii che non sarebbe stato così semplice.

Arrembando a macchia di leopardo la mastodontica discografia fatta di ben settantadue album in studio, quattro live, diciassette raccolte, cinque colonne sonore e cento quarantacinque singoli, vorrei fare un confronto con le grandi cantanti di jazz, ma invece mi soffermo sugli spartiti dei brani che di volta in volta ha interpretato, scoprendo che può cantare in sol maggiore, fa, do, re, la e la bemolle. Considerate che Freddie Mercury spaziava la metà delle tonalità di Mina.

Il maître di sala, che per noi, negli Ottanta, era semplicemente un cameriere, mi fece accomodare al tavolo dove mi attendevano l’amico dell’amico e due arzille e sorridenti vecchiette. Toniche, dinamiche e dall’aria simpatica. Caspita! Ci doveva essere un errore, ma l’errore non c’era. Il tizio mi erudì sul mio ruolo, informandomi di qualcosa che immaginavo ma speravo non fosse così estrema. Chi paga, ha superato da tempo gli anta, quindi…

Quindi, o bevo la minestra o mi butto dalla finestra…

Torniamo a noi. Il modo di muoversi di Mina, di ammiccare, ridere e sostenere il canto con una gestualità tutta sua, è a mio avviso una caratteristica unica che anticipò la storia della musica italiana. L’espressività del non detto nell’approccio ai brani, mi fa pensare all’importanza delle pause declamate da Miles Davis.

La vecchina mi accarezzò la mano, poi la coscia e partì cinguettando.

Tu…

Amor mio…

Chi ti ha amato in questo mondo solo io…

Mi sento di dire che non c’è un brano che rappresenti la signora Mazzini, perché la signora Mazzini li rappresenta tutti. Tutto quello che ha interpretato si è trasformato, sottomesso dalla sua arte. Canta da mezzosoprano ed è capace di salire in falsetto di quasi tre toni. Ascoltate quello che riesce a fare su Ricominciamo. Mi viene il mal di gola solo ad ascoltare gli acuti. La mostruosa capacità di addomesticare facilmente differenti registri e note gravi. L’ampiezza, l’estensione, la duttilità, la potenza e un’incredibile tecnica che ammise di non aver mai studiato, la rendono unica, tanto da ricevere un plauso internazionale da stelle del calibro di Sinatra, Armstrong, Liza Minnelli, Celine Dion, Sarah Vaughn e Pavarotti. A suo agio con la musica popolare, il blues, la bossa, le ballad e i tempi tirati.

La vecchina mi si appiccicò addosso e volle imboccarmi.

Su bambino mangia!

Provai a esimermi cercando di sgusciare dalla morsa, ma per non offenderla accettai in silenzio di mandare giù una forchettata di risotto champagne e fragole. Un obbrobrio. Amavo le tome, gli erborinati, le matriciane, le lonze, le tartare francesi. Le bolle francesi non le rifuggo, ma nemmeno le cerco. Da sempre preferisco i rossi fermi strutturati e corposi come l’Amarone e poi sono di origini trevigiane. Da noi con il prosecco ci riempiono i biberon.

Ripercorro i brani significativi tra le Tannoy e il computer e becco delle chicche di alto livello. Dal Si bemolle del brano Ancora, ancora, ancora alla bossa funk con moog di L’importante è finire, che venne immediatamente censurato per i testi proibiti, ad Acqua e Sale la ballad con una base drum machine, allo swing in sol maggiore del brano Nessuno nessuno nessuno. Qui mi fermo un attimo. Il video è in bianco e grigio e vede una Mina quasi in fasce che si sbraccia a ritmo. Accende le candele sotto la foto di Satchmo e parte a cantare in una stanza con pianista, contrabbasso, batteria e fiati vari. Alla destra un Celentano che finge di suonare la chitarra, poi l’assolo al sassofono baritono e udite udite appare sullo schermo il leggendario Chet Baker. Sdraiato in una vasca da bagno con la tromba tra le mani, ha gli incisivi rotti, perché glieli hanno spaccati gli spacciatori americani che aveva denunciato per salvarsi da una condanna per eroina.

La vecchina mise le labbra a culetto di somaro e pretese un bacio. Porca miseria, l’ora della verità era arrivata e l’amico dell’amico non aveva nemmeno sganciato l’onorario. Mi guardò famelica. Dopo mi bacerai dappertutto, anche lì…

Il brano che più mi si addice, però, è la seconda traccia dell’album Cremona pubblicato nel novantasei, che la cantante volle dedicare alla città dove crebbe anche se era nata a Busto Arsizio.

Dottore è uno splendido pezzo di rhythm’n’blues in quattro quarti a centoventi battute con una progressione armonica di Si bemolle, Fa, Fa minore e Re bemolle, mica robbetta.

Andatevelo a sentire, perché a mio modesto parere è veramente fico e con una qualità sonora di alto livello. Esordisce Beppe Grillo che racconta di un disagio psicologico e se la prende con sua nonna fino all’esordio della base alle tastiere, quindi il riff di fiati che dà l’avvio a basso, batteria e l’entrata della regina. Il brano prosegue mentre i due si alternano fino ad ‘una accelerata del comico; quindi, Mina si diletta in un ritornello dal sapore blues.

Un ansiolitico

Un antibiotico

Omeopatico, quello che c’è…

Si rallenta in un siparietto che sembra un bridge e poi si riprende a correre con la sezione ritmica che li sostiene alla grande. Tra cambi di velocità, stopping estremi, stacchetti, alternanze, duetti quasi da jam e riff di fiati con smile, il brano arremba l’impianto stereofonico, il salone e il mio cuore da sempre. Non mi ricordo quando lo scoprii, ma da allora ogni tanto me lo ripropongo come adesso seduto davanti a un bicchiere di Masi Campofiorin. La storica etichetta dell’Amarone produce questo rosso veronese fruttato che nasce da uvaggi di corvina, rondinella e molinara e sembra sia ottimo con carni alla brace. Io lo sto bevendo a digiuno.  

Il punto di non ritorno lo toccammo quando la vecchina pretese di trascinarmi sulla pista da ballo. Il ristorante si era trasformato in una discoteca e le casse sparavano musica Disco anni Ottanta. Lo sanno tutti, non ho mai ballato e non lo avrei fatto nemmeno quella volta.

Mi guardò dura. Pago io e fai quello che dico!

Mi alzai, perché preferii la finestra alla minestra. Quella sera scoprii che la professione del toy boy non mi si addiceva. Troppe incognite a turbarmi l’animo.

Meglio povero, che servo.

Il gigolò si avvicinò inferocito

Non te ne puoi andare così!

Eccome se posso….

 

 

 


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