Accadrà ancora. Nel 2157, dicono i calcoli. In quell’anno remoto e silenzioso, il Venerdì Santo cadrà proprio il 25 Marzo. Lo stesso giorno dell’Annunciazione. Una coincidenza? No. Un incontro. Un raro allinearsi del cielo e della carne, dell'inizio e della fine. Perché l’Annunciazione - quel giorno in cui l’angelo Gabriele parlò a Maria, e il Verbo si fece carne nel suo grembo - non è solo l’inizio della salvezza. E il Venerdì Santo - quel giorno di sangue, silenzio e spine - non è solo la fine. Sono due estremi della stessa linea sacra, che in quei rari anni si chiude in un cerchio perfetto. L’ultima volta è accaduto nel 2016. La prossima, tra oltre un secolo e mezzo. Ma il punto - quello vero, quello che conta - non è nel calendario. Non nei numeri. Il punto è che, quando succede, quando il Tempo si piega su se stesso e la Vita incontra la Morte nello stesso istante, qualcosa accade. Un brivido. Un respiro trattenuto. Una lacrima che non ha nome. È come se l’universo si fermasse, giusto per un battito, per ricordarci che il divino esiste. Che il mistero è reale. Che in questi giorni rari, e pertanto un po’ magici, si apre uno spiraglio. E dentro quello spiraglio, c'è lo straordinario. E se sai ascoltare, puoi sentirlo.
C'è chi dice d'averlo letto, chi giura d'averlo visto coi propri occhi. C’è chi lo chiama miracolo, e chi sussurra che sia il demonio a fingersi luce nel sacro. Ma dinanzi a certi eventi nessuno può dire davvero cos'è accaduto. Si può solo ascoltare. Con il cuore. Con l’anima. E ognuno ne trae il suo mistero, intimo, personale, silenzioso. Così accade con la Sacra Spina — una delle spine della corona del Cristo, che non era corona, ma groviglio, un martirio fatto cerchio. Casco crudele di dolore intrecciato.
Si narra che, quando il Venerdì Santo cade nello stesso giorno dell’Annunciazione – accadrà ancora nel 2157 - un prodigio si compie. Un respiro d’eterno squarcia il tempo. Questo evento prodigioso l'ha raccontato Gerardo Figliolino nel suo libro “La Sacra Spina di Montefusco. 1932-2016 Oggi come allora”, edito da Il Papavero.
Anni di studio, di passi, di tracce seguite. Gerardo ha ricostruito il cammino della Reliquia, la sua storia fino al 2016.
E nel 2016, sì, quell'anno Venerdì Santo coincideva con l’Annunciazione. Io c’ero. Ero lì. Non so perché io, ma c’ero e ho visto.
Ma non ero lì in cerca di prove. Non cercavo conferme dell’esistenza del Cristo. Perché la verità è che non si può provare. Non può provarlo la scienza. Non può provarlo nemmeno la Chiesa. Ma noi sappiamo. Sappiamo che esiste perché lo sentiamo. Lo portiamo inciso addosso, come un tatuaggio invisibile, come una sequenza genetica scolpita nel DNA.
Come il bambino che, nel ventre della madre, non ha ancora visto il mondo, ancora non è nato ma sa. Sa già discriminare un volto da una miriade di altre immagini. Sa che là fuori ci sarà un volto, il volto di sua madre, che lo amerà. Che lo accudirà. Lo consolerà. E così è per il Cristo. Se ti ascolti… lo senti. Lo sai. Lo sai che c’è. Che vive. Che ti amerà. Ti accudirà. Ti consolerà.
E no, non ero andata lì neanche per aspettare il miracolo. Non ho mai creduto nei miracoli a orologeria, quelli che arrivano puntuali come cambiali. Io credo nei miracoli che ci scorrono accanto ogni giorno. Quelli che nessuno vede, perché tutti hanno gli occhi altrove.
Andai a Montefusco per lui. Per Gerardo. Perché ci credeva. Così tanto da metterci la faccia, da fondare un comitato, da chiamare un notaio. Ci credeva al punto da rischiare il ridicolo, il disprezzo, la solitudine, se nulla fosse accaduto.
Io andai lì per essere la sua spalla. Nel caso il cielo fosse rimasto muto. Nel caso la spina fosse rimasta immutata e immutabile.
Alle tre del pomeriggio - l'ora designata per il miracolo -, nulla accadde. Monitoravo le micro espressioni di Gerardo. Degli altri. Silenzi tesi. Respiro trattenuto. Alle quattro in punto, la biologa si fece avanti. Tono basso, incredulo, come chi cerca conferma ai propri stessi occhi: “È una morula. Una morula bianca…”
E da quel momento… tutto cambiò.
La spina passava veloce di mano in mano. Eravamo avidi di vedere, di sapere, di capire. E ad ogni passaggio, ad ogni sguardo… le morule aumentavano. Come un’invasione silenziosa. Come una testimonianza che prende corpo. Poi, da quella più grande, un punto rosso. Un rivolo di sangue. Che si fece strada, vivo, reale, sulla piccola spina. Don Armando strinse il rosario. Le lacrime gli gonfiarono gli occhi. Silenzio. Totale.
E poi, dall’unica finestrella, in quella giornata grigia… una luce. Una sfera di sole, dritta sulla reliquia. Un’esplosione di bianco e oro. Era accaduto. E io ero lì.
Da quel giorno, una sola domanda, sempre la stessa: Perché proprio me?
Una domanda ossessiva. Martellante. Che ti apre il petto come un bisturi. “Ta, ta, ta, ta…” Una goccia che scava la pietra. Che scava l’anima.
Io sapevo che un senso doveva esserci. Che tutto ha un senso. E quella goccia non ferì me. Ferì la corazza granitica che mi ero costruita per proteggermi.
Poi, un giorno. Una mattina come tante. Non ricordo quando. Semplicemente, smisi di chiedermelo.
Ero cambiata. Non fuori. Non nei capelli che pure si erano tinti di venature bianche. Non nelle rughe che raccontavano la mia storia. Dentro.
Nel midollo. Nell’identità. Mi allontanai da ciò che avevo costruito con disciplina, con fatica, con ossessione. Mi allontanai dalla maschera. E più mi allontanavo… più mi sentivo viva.
Cristo non parlava più soltanto da un altare. Cristo era in me. In ogni gesto. In ogni scelta. Nel mio modo nuovo di guardare il mondo.
E questo è il vero miracolo. Non le morule. Non il sangue. Ma il cambiamento. Come quelle morule, quel sangue ci hanno restituito il Cristo. Una nuova visione del mondo, della vita stessa.
Ed è per questo che oggi, è un dovere testimoniare.
https://youtu.be/5iLDpji4x1I?si=1TLYohJ5P_Mq-8vk


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