Immaginate un giardino, e non è una metafora. Un giardino di notte d’estate. E una ragazza. Rientra a casa ma prima di salire in camera si ferma in giardino, accende una sigaretta, lancia lo sguardo oltre la siepe del suo dolore, afferra una penna e inizia a scrivere. Immaginate un giardino. C’è un varco, un’apertura nell’anima che non finge, che non teme il pudore, che anzi si offre, si espone, si accende. È il giardino di Lola, e non si attraversa con gli occhi. Si attraversa con il cuore, e con rispetto.
IL GIARDINO DI LOLA di Aurora Di Gregorio edizioni Marketing d’autore, è un libro di poesie, è una confessione, un diario, un urlo, canto funebre e rinascita. Una voce giovane, ma con l’anima già antica. Una voce che non accusa, ma chiede. Non recita, ma offre. Una voce che scrive per restare viva.
Il giardino di Lola non è un semplice libro, non è un memoir, non è una cronaca. È una ferita che parla, e lo fa con parole scelte, scolpite, sudate.
“Mi manca il riposo della neve,” scrive Lola.
Ed è in questa frase che si spalanca tutto il senso della sua lotta: non cerca felicità, cerca quiete. Cerca il silenzio che consola, non quello che abbandona. Cerca un posto dove appoggiare le ossa e riposare dalla corsa. Perché l’adolescenza – quella vera – non è mai stata così feroce come oggi.
Perché oggi i dolori non si consumano più nei diari segreti, ma nel vortice digitale, dove tutto è esposto e niente è compreso.
E l’adulto? L’adulto è spesso cieco. Non vede. Non sente. Non perché non vuole, ma perché non ne comprende l’alfabeto, non lo conosce. Non sa più leggere i nuovi linguaggi del dolore.
“Non c’è più nulla di vero / io non mi sento reale / gioco con i tagli / uno dopo l’altro / più fa male / più mi sento presente […]”
È una poesia o una lama? È entrambe le cose. Lola non descrive. Lola incide. Incide il foglio con la penna, di notte, nel suo giardino segreto e incide la sua carne con le lamette. Ma ogni parola, ogni graffio è un taglio netto, un tentativo di restare, di esserci, anche se attraverso il dolore.
Ma Il giardino di Lola è anche un atto d’amore. Verso sé stessa, verso il passato, verso quei genitori “sani” – come li definisce – che hanno costruito un legame fatto di presenza e non di perfezione. Un dialogo fatto di sguardi, di esempi, di dolcezza e fermezza. Un’interazione vera che li ha trasformati in porto sicuro, in casa dell’anima alla quale fare ritorno.”
Eppure, anche il porto può non bastare. Anche l’amore può non essere abbastanza, se il buio dentro cresce più in fretta. E allora Lola cerca rifugio in ciò che resta: la scrittura. La sigaretta accesa nel giardino. Le parole su un foglio bianco. E il veleno che assume ogni giorno, lo chiama Oleandro.
“L’oleandro è ancora dentro di me,” scrive.
E noi capiamo. Capiamo che questo libro non è solo testimonianza. È sopravvivenza in diretta. Non c’è una storia, in questo libro. C’è una pelle viva che pulsa. C’è un’adolescente che si racconta e ci prende per mano. E anche quando non comprendiamo, anche quando siamo troppo lontani dai suoi codici, lei insiste. Non fugge. Non si nasconde. Anzi: spiega.
“Sei sola, nel bagno a vomitare ansia, attacchi di panico e quell'immenso odio che hai per te stessa. Per questo l'idea di farti del male è l'unica che ti dona certezze. La certezza che è la cosa giusta, come mangiare l'oleandro.”
Ci guarda, ci sfida, ci implora: “Non lasciarmi sola” è ciò che sussurra tra le righe. E noi lettori – se siamo ancora umani, se abbiamo ancora orecchie per ascoltare e non solo per rispondere – non possiamo che restarle accanto, in silenzio, come si fa davanti a un dolore che si lascia dire.
Il giardino di Lola è un libro necessario. Per i genitori. Per gli educatori. Per chi ha figli. Per chi è stato figlio e ha dimenticato cosa si prova. È un libro che non offre soluzioni, ma chiede presenza.
È uno specchio senza trucco. Uno specchio che ci interroga.
Che ci dice: “E tu? Sai ascoltare davvero? Sai esserci, quando serve?”
E nel buio, tra un grido e una poesia, Lola ci lascia un sogno piccolo, dolcissimo, e disperato:
“Vorrei solo essere calicanto / anche solo ogni tanto / per assaporare quella che gli altri chiamano vita.”
Ed è lì che ci spezza. Ed è lì che ci salva.
https://catalogo.edizioniilpapavero.it/home/423-il-giardino-di-lola.html


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