Fulvio Di Chiara
Fulvio Tango e Chiara Nervo: giallisti ironici con nel cuore il Teatro.

Fulvio Tango e Chiara Nervo: giallisti ironici con nel cuore il Teatro.

La scelta delle situazioni è stata anche dettata da alcune nostre passioni e interessi come il teatro, la dicotomia tra bene e male, il contrasto (forse solo apparente) tra forma e sostanza.

 

Si chiamano Fulvio Tango e Chiara Nervo, ma hanno deciso di firmare i loro romanzi, pubblicati per Spirito Libero Edizioni, con il nome d'arte Fulvio di Chiara. Ironici, simpatici e alla mano, nonché grandi amanti della Letteratura contemporanea, dei classici, nonché del Teatro, ci hanno svelato in questa lunga chiacchierata, qualche chicca relativa alla loro arte.

 

Tre romanzi all'attivo, tre gialli molto particolari e ognuno tinto da un'atmosfera diversa. E' stata una cosa voluta o casuale?

C: Non direi che sia stata una scelta voluta, almeno non a livello razionale. Credo che le diverse atmosfere siano il risultato di un differente modo di sviluppare l’idea iniziale. La forma del delitto si concentra molto su come sia avvenuto il delitto; il secondo invece, I diavoli di San Lorenzo, indaga maggiormente un certo tipo di uomini e donne coinvolti nel crimine. Infine, Sceneggiatura per un delitto è forse il più introspettivo, è una sorta di riflessione su temi più universali.

F: La scelta delle situazioni è stata anche dettata da alcune nostre passioni e interessi come il teatro, la dicotomia tra bene e male, il contrasto (forse solo apparente) tra forma e sostanza. È la storia che ha creato quasi da sola le atmosfere e le suggestioni. Il susseguirsi degli avvenimenti, i passi avanti nelle indagini, i luoghi e le persone coinvolte hanno creato l’atmosfera, quasi senza che noi ci mettessimo becco o, meglio, penna. Diciamo che c'è stata una vera e propria escalation a livello di pathos.

 

L'ultimo, Sceneggiatura per un delitto, inizia già con pagine molto forti e “teatrali”. L'impatto è dunque fortissimo. Questo escamotage vi ha aiutato a immergervi meglio in questa nuova avventura?

C: Sicuramente sì. Una intro così forte e per certi versi drammatica dovrebbe aiutare i lettori, come ha aiutato noi scrittori, a immergersi fino in fondo nella dimensione in cui stiamo per entrare, il teatro. Il teatro ha il potere di suscitare emozioni vere attraverso la finzione; il che potrebbe sembrare un paradosso, ma tra attore e spettatore si crea una sorta di intesa, come quando da bambini si diceva “facciamo che io ero Robin Hood e tu lo sceriffo di Nottingham” e in quel momento siamo veramente quei personaggi. Entrambi, attore e spettatore, sanno che sulla scena si svolge uno spettacolo, ma si lasciano coinvolgere volentieri in una finzione che, nello spazio dello spettacolo, è pura realtà.

F: Come il lettore, anche lo scrittore ha bisogno di essere debitamente suggestionato per raccontare l’avventura (o il mondo addirittura), di cui si accinge a scrivere. Né più e né meno del lettore. Quell’introduzione pensiamo che sia efficace anche in tal senso.

 

Alla base di questa storia vi è l'idea che talora tendiamo a nasconderci, a indossare una o più maschere nella vita, per paura di mostrarci per come siamo davvero, nel Bene e nel Male. Il teatro può, dunque, essere visto come una grande metafora della vita stessa? In questa direzione quanto vi ha influenzato il caro Pirandello?

C: Sì, io credo che il teatro sia assolutamente metafora della vita. Il teatro porta in scena la vita e la maschera è strettamente connessa con la messinscena.

Pirandello dichiara esplicitamente che non solo tutti noi portiamo delle maschere, ma che siamo noi stessi delle maschere. I protagonisti dei Sei personaggi in cerca d’autore non sono gli attori, ma proprio i personaggi.

F: Il vero io non si può vedere, né nella finzione né nella realtà, perché fa troppo paura. Senza esagerare, direi che ha quasi un che di sconcio come la nudità esibita in pubblico. E se poi anche quel vero io non fosse altro che una maschera? Una maschera che portiamo al cospetto di noi stessi, come dice Amleto, il nostro personaggio. Cosa c’è di più sconcio e inquietante di questo pensiero?

 

In generale, che rapporto avete con i classici?

F: Sono imprescindibili per chi ama il teatro. Le emozioni che, ad esempio, porta in scena Shakespeare, rimarranno sempre attuali, almeno finché esisterà l’uomo. I classici, al di là del tempo in cui sono ambientati, ci dicono meglio di ogni trattato o saggio chi è l’uomo, nella sua essenza più intima.

C: Sottoscrivo. I classici, a partire dalla tragedia greca, sono riflessioni sulle grandi domande che l’uomo si è sempre posto e che continuerà a porsi. Credo sia proprio questa caratteristica che permetta di definirli “classici”.

 

Voi nei vostri romanzi citate, fra gli altri, anche La Bella Estate di Cesare Pavese. Che cosa vi affascina di quest'opera?

C: Mi verrebbe da dire: tutto! In particolare però direi la descrizione della perdita dell’innocenza di Clelia (che nome meraviglioso!) e il modo, insieme elegante e drammatico, in cui sono tratteggiate le tappe del suo affacciarsi alla vita adulta e del suo prendere piena coscienza di se stessa.

F: Premetto che adoro Cesare Pavese, la sua scrittura e le sue storie. Ne La Bella Estate descrive Torino (per tornare alla nostra città) come fosse la Costa Azzurra, senza snaturarne l’essenza. Ma lui può farlo, eccome se può, è Cesare Pavese!

 

Altro autore che amate tantissimo è Andrea Camilleri. Non per nulla sono tantissime le citazioni del mitico Commissario Montalbano. Che cosa amate, in particolare, di questo compianto scrittore e del suo personaggio più iconico?

C: Innanzitutto la sua scrittura in dialetto, anche se è solo un dialetto letterario. Già solo il suono, se leggi le pagine di Camilleri ad alta voce, non può che conquistarti. Personalmente amo i dialetti, tutti, perché più dell’italiano racchiudono in sé un certo modo di vivere, finanche una certa visione del mondo. Ci sono parole che magari hanno l’equivalente in italiano, ma dette in dialetto hanno un sapore tutto particolare, una ricchezza di significato più diretta e genuina. E poi ammiro l’ingegnosità delle sue trame, dove l’aspetto drammatico e umoristico delle vicende raccontate si fondono perfettamente, anche nei suoi romanzi storici, che forse sono un po’ meno conosciuti dei romanzi di Montalbano, ma che sicuramente vale la pena leggere e conoscere.

F: Di Montalbano allora parlo io. E lo farei tornando proprio sulla dualità tra il lato umoristico e quello drammatico delle vicende narrate da Camilleri. Credo che il commissario Salvo Montalbano incarni perfettamente queste due visioni. Ama gli aspetti goliardici della vita, come la buona tavola, le donne con cui ha rapporti magari fugaci ma sempre intensi, ma è anche capace di sentimenti profondi e di programmare il suo agire in modo intelligente e avveduto di fronte alla drammaticità e alla complessità delle situazioni in cui si viene a trovare. Insomma, in lui commedia e dramma (e così torniamo al teatro) si completano a vicenda, come le due facce di una stessa medaglia.

 

Anche voi avete creato con le vostre penne un commissario molto particolare. A chi vi siete ispirati per renderlo vivo su carta?

C: Il commissario Massimo Sanfilippo in realtà non avrebbe neanche dovuto esistere. Poi però ci siamo detti: come è possibile, realisticamente, che i nostri aspiranti investigatori abbiano a che fare continuamente con crimini e delitti? Semplice: sono amici di un commissario.

F: Sanfilippo ha poi finito con l’assumere un ruolo importante nelle indagini a tre. Si può dire che è il saggio della squadra, quello che rimette ordine nel dilettantismo entusiastico degli altri due.

 

Impossibile poi è non notare la vostra infinita stima nei confronti di Agatha Christie. In che cosa consiste, a vostro avviso, il suo x factor più grande?

C: Agatha Christie è la signora del giallo, la madre di tutti i giallisti di questo mondo. Lei incarna l’essenza stessa del giallo. I suoi più celebri investigatori, Hercule Poirot e Miss Marple, sono personaggi iconici e indimenticabili. È forse impossibile scrivere un giallo senza essersi confrontati almeno una volta nella vita con le sue ingegnose e raffinatissime trame. Riesca a fondere perfettamente l’indagine sulla meccanica, se possiamo chiamarla così, del delitto, e l’indagine nell’anima dei personaggi coinvolti.

F: Sottoscrivo nel modo più convinto quanto ha appena detto Chiara. Mi sono appassionato al genere giallo sin da ragazzo proprio leggendo quegli agili e stupendi volumetti di Agatha Christie. Ancora oggi che ho cinquanta primavere, ogni tanto rileggo qualcuno dei suoi libri. E con grande piacere.

 

Vi hanno convinto le trasposizioni cinematografiche dei suoi capolavori?

C: Come spesso avviene in questi casi, viste le numerosissime trasposizioni cinematografiche che sono state fatte, direi a volte sì, a volte no. Assassinio sull’Orient Express, quello del 1974 con Albert Finney è un vero capolavoro. Personalmente ho apprezzato molto la serie di telefilm con David Suchet, per la fedeltà alle trame e al personaggio.

F: Sono abbastanza d’accordo con Chiara. A me, rimanendo nell’ambito delle trasposizioni cinematografiche, è piaciuto anche Delitto sotto il sole, con Peter Ustinov e Jane Birkin.

 

E per i vostri testi ci avete mai pensato? Meglio film o serie televisiva?

C: Torino è una città molto cinematografica. Film, assolutamente!

F: Ma no, siamo moderni! Oggi van di moda le serie televisive, e allora perché no? Una bella serie televisiva!

 


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