Un thriller ben congeniato, sui misteri delle carte, collegati a degli omicidi, lo rendono colmo di suspense, dinamicità e stratagemmi. Una bella prova da giallista, questa, per Barbara Baraldi che tuttavia non è un'esordiente nel campo.
Barbara Baraldi non ha bisogno di presentazioni, è tra le autrici italiane contemporanee più amate e conosciute. Ahimè, però, a mio sfavore, questo è il primo suo romanzo che leggo. Rimbalzato alla mia vista un pomeriggio che ero alla ricerca di qualche buon libro giallo. E mai scelta fu così indovinata!
“Gli omicidi dei tarocchi“, edito da Giunti, scorre che è una bellezza, l'ho terminato in tre serate, finito un capitolo, vi era sempre la voglia di leggere il successivo.
Naturalmente dirò solo lo stretto necessario per non rovinare le sorprese al lettore. Le protagoniste sono due sorelle: Maia Bellini, una donna che si trova in una fase tutt’altro che felice della sua vita. È senza lavoro, ha divorziato e da tempo non parla più con Emma – il suo demone più spaventoso – che di mestiere fa la commissaria di polizia.
Maia vive da sola con due gatti che ha chiamato Renato e Loredana. Ha un passato come aspirante artista e interprete di tarocchi (non ama la parola “cartomante”) e tira avanti come può tra un lavoretto e l’altro. Finché non si imbatte per caso in una galleria in centro a Trieste, una città che qui ammutolisce per paura di un killer senza volto che lascia sulle scene del crimine sempre una carta dei Tarocchi.
Ad indagare su questa oscura vicenda è, appunto, la commissaria Emma Bellini, che verrà presa quasi da un autentico panico alla scoperta del primo cadavere: quelle carte, infatti, appartengono a un mazzo disegnato a mano da sua sorella Maia (che sostiene di aver bruciato quel mazzo 3 anni prima!), con cui non parla da anni. Il caso diventa così, anche un viaggio tra legami spezzati, ferite mai chiuse e simboli che sembrano muoversi da soli nella penombra.
La trama è cupa, attraversata da situazioni e ricordi che tuttavia non appesantiscono il racconto. I tarocchi sono usati come motore narrativo (e non solo decorativo): ogni Arcano spinge personaggi e lettore a fare un passo oltre, dentro un labirinto psicologico che resta sempre nitido.
E, da appassionata (ma NON intenditrice) di Tarocchi quale sono, ho scoperto, con mia grande meraviglia, che non prevedono il futuro, immaginateli più come una sorta di guida, che grazie ai simboli presenti, possono aiutare, chi li interpreta, a trovare una strada. «Nei tarocchi non c’è niente che non sia già dentro di noi. E, mentre li interroghi, loro stanno interrogando te», spiega, del resto, ad un certo momento Maia.
Il romanzo è molto, molto ritmato: capitoli che chiamano il successivo, scene che si incastrano con precisione, tanti dialoghi che coinvolgono il lettore. La scrittura è particolarmente scorrevole, capace di far scivolare il lettore nel buio senza perderlo mai, con un equilibrio tra tensione e chiarezza.
È un thriller magnetico che fonde logica e mistero, sangue e legami familiari, indagine e destino.
Come le persone reali nella vita, i personaggi del romanzo spesso non sono come sembrano. Hanno un passato di cui non andare fieri, se non proprio da nascondere a tutti i costi. Interagiscono in modi e in situazioni che cambiano mentre la vicenda, costellata da più di una morte violenta, come anticipa il titolo, accelera progressivamente verso lo scioglimento finale.
Un libro tutto da leggere!


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