GUENDALINA (NON SI VEDE E NON SI SENTE): UN VIAGGIO NELL’AMBIGUITÀ DELLA REALTÀ E DELL’IDENTITÀ.

GUENDALINA (NON SI VEDE E NON SI SENTE): UN VIAGGIO NELL’AMBIGUITÀ DELLA REALTÀ E DELL’IDENTITÀ.

Accendete la radio ed eccolo lì, Gianni Mauro con “Canto malinconico” e voi vi ritrovate a muovere la testa e a ripetere “Uoo uoo uooo Uoo uoo uooo Uoo uoo uooo Uoo uoo uooo” e a ridere da soli.  Un testo che gioca spregiudicatamente sul doppio senso, sfiora la malizia più esplicita con calcolata intelligenza e la traveste di poesia. Il testo si muove su un crinale ambiguo, dove l’allusione diventa ritmo e il sottinteso si fa struttura portante. La malinconia evocata non è elegia sentimentale, ma ironico controcanto, quasi una maschera dietro cui si nasconde un divertissement linguistico raffinato e irriverente. Cambiate stazione e la malinconia diventa reale, struggente. È Gabriella Ferri con “Lunedì” di Gianni Mauro, ancora lui, ma il registro è completamente diverso. Ma allora come si configura, come si inquadra questo artista?

Gianni, come tutti i geni non è catalogabile, non si può incasellare. Sia come autore di testi per canzoni che come autore di racconti e romanzi. Ha una scrittura flessibile e libera, pur radicata nella letteratura classica, non solo italiana, che rasenta la schizofrenia letteraria nel senso più affascinante del termine.

Il suo ultimo lavoro editoriale “Guendalina (Non si vede e non si sente)”, edito come gli altri suoi lavori letterari da edizioni Il Papavero della dott.ssa Martina Bruno, da anni suo editore ufficiale, è un libro che non si limita a essere letto ma chiede di essere penetrato. Fin dalle prime pagine si avverte la sensazione di entrare in uno spazio sospeso, dove la parola non descrive la realtà ma la incrina, la sposta, la mette in discussione.

Non siamo davanti a una tradizionale raccolta di racconti. Ogni testo possiede una tensione drammaturgica interna, come se dietro la pagina ci fosse un palcoscenico invisibile, probabilmente retaggi e fantasmi della carriera da attore. Le voci parlano da sole, si confessano, si contraddicono, si smarriscono. È una scrittura che respira nel ritmo del monologo e nell’eco del silenzio, capace di trasformare la narrazione in gesto teatrale senza mai dichiararlo apertamente.

Il cuore dell’opera è l’instabilità. Instabilità dell’identità, della memoria, della verità. I personaggi sembrano muoversi in una zona grigia dove ciò che appare non coincide mai del tutto con ciò che è. C’è sempre uno scarto, una fessura, un dettaglio che incrina la logica apparente delle situazioni. L’assurdo non è esibizione stilistica, ma lente di ingrandimento: esasperando la realtà, ne rivela la fragilità.

Eppure, nonostante l’inquietudine che attraversa molte pagine, il libro non è cupo. Anzi. Un’ironia sottile, a tratti spiazzante, affiora proprio nei momenti di maggiore tensione. È un’ironia che illumina; che non banalizza il dramma, ma lo rende più umano. Si ride, ma subito dopo si resta in silenzio. Quel sorriso ha un retrogusto amaro, come se avesse toccato qualcosa di profondamente vero.

Uno dei fili più intensi che attraversano la raccolta è il tema della perdita dell’identità. I protagonisti spesso non si riconoscono più, vivono la propria esistenza come se fosse capitata loro per errore. È una sensazione che appartiene al nostro tempo: in un mondo sovraffollato di immagini e parole, il rischio è diventare invisibili persino a se stessi. Gianni intercetta questa frattura e la traduce in situazioni paradossali, talvolta visionarie, ma sempre emotivamente concrete.

La scrittura è ricca di immagini oniriche, ma non si perde nell’astrazione. Ogni slittamento verso il sogno conserva un ancoraggio emotivo preciso. Le atmosfere possono farsi enigmatiche, persino oscure, ma non sono mai gratuite: il mistero è parte integrante della struttura narrativa. Non serve essere spiegato, perché è proprio la sua irresolutezza a generare senso.

La pièce finale, che dà il titolo al volume, rappresenta il vertice di questo percorso. “Non si vede e non si sente” diventa una formula quasi metafisica. Assenza o presenza assoluta? Vuoto o eccesso di significato? La risposta non viene consegnata al lettore in modo rassicurante. Al contrario, l’epilogo ribalta le coordinate e lascia una vibrazione persistente, come quando si esce da teatro e le luci della strada sembrano irreali.

Gianni nel suo libro non impone una verità, ma moltiplica le prospettive. La sua è un’opera che si colloca in quella tradizione inquieta della letteratura che non teme il paradosso e che considera il dubbio una forma di conoscenza.

L’ultima pagina lascia tra le labbra una sensazione precisa: quella di aver attraversato un territorio fragile e misterioso, dove la realtà si piega appena, quanto basta per lasciar intravedere ciò che normalmente resta nascosto. E in quell’interstizio, silenzioso e vibrante, continua a risuonare la voce di Guendalina.


1000 Caratteri rimanenti