Non sempre possiamo cambiare gli eventi della vita, ma possiamo sempre cambiare il modo in cui li attraversiamo.
Professione: coordinatore infermieristico integrato olistico. Tiene numerose conferenze sul benessere dell'essere umano e, a partire dal 2023, conduce una rubrica sul web dal titolo Gocce Di Consapevolezza da lei stessa ideata. Stiamo parlando della splendida Erika Gaspar, una donna dalle mille risorse e sempre sul pezzo per quanto riguarda il benessere e i consigli su come vivere meglio. Ecco quello che ci ha raccontato nel corso di questa accorata intervista.
Erika, che cosa significa nello specifico “coordinatore infermieristico integrato olistico”?
Essere coordinatore infermieristico integrato olistico significa unire due dimensioni fondamentali: l’organizzazione e l’umanità della cura. Da un lato, c’è la responsabilità concreta: garantire sicurezza, qualità assistenziale, gestione del personale e organizzazione dei processi. Dall’altro lato, c’è qualcosa di più sottile, ma altrettanto essenziale: la capacità di vedere il paziente non come un caso clinico, ma come una persona con una storia, emozioni, paure e speranze. Il mio ruolo, nel mio piccolo, è quello di creare un ambiente in cui queste due dimensioni possano coesistere: dove la competenza tecnica non esclude la presenza umana, ma la completa. Perché la vera differenza nella cura non sta solo in ciò che facciamo, ma nel modo in cui lo facciamo. E questa frase mi rappresenta profondamente: “La medicina cura la malattia, ma l’assistenza vera cura la persona.”
A che età hai deciso che saresti diventata infermiera e che cosa ti ha attratto particolarmente di questo lavoro?
La scelta è nata molto presto. Fin da piccola sentivo dentro di me una naturale inclinazione verso la cura: delle persone, degli animali, della vita in tutte le sue forme. Era qualcosa di spontaneo, quasi istintivo. Crescendo, questa inclinazione ha trovato una direzione nella professione infermieristica. Ciò che mi ha sempre attratto non è stato solo l’aspetto sanitario, ma il contatto umano. L’infermiere entra nella vita delle persone nei momenti più delicati: quando c’è fragilità, dolore, paura, ma anche speranza. Ho sempre percepito questa professione come qualcosa di più di un lavoro. È una responsabilità profonda verso la vita. In un certo senso, è come avere la possibilità — anche solo in piccola parte — di rendere il mondo un luogo un po’ più umano.
Dove e in che modo hai sviluppato la tua conoscenza sul benessere dell’essere umano?
La mia conoscenza nasce dall’incontro tra esperienza professionale e ricerca interiore. In oltre trent’anni di lavoro nella sanità ho visto da vicino la sofferenza umana in tutte le sue forme: fisica, emotiva e psicologica. Questo mi ha portato a farmi domande sempre più profonde. Nel tempo ho sentito il bisogno di andare oltre l’aspetto tecnico e comprendere meglio i meccanismi che stanno dietro alla malattia, alla guarigione e alle dinamiche emotive dell’essere umano. Ho lavorato molto anche su me stessa, attraverso percorsi di crescita personale, studio e introspezione. Ho partecipato a numerosi corsi, seminari ed esperienze formative che mi hanno aiutato a sviluppare una visione più ampia. E in tutto questo ho compreso una cosa fondamentale: la consapevolezza è un elemento centrale nella vita e nella salute. La salute non è solo assenza di malattia, ma un equilibrio complesso tra corpo, mente e modo di vivere la propria esistenza.
Che cosa stimola maggiormente il tuo interesse verso il benessere dell’essere umano?
La vita stessa. Ogni giorno, nel lavoro sanitario, si incontrano storie profonde. Persone che attraversano momenti difficili, cambiamenti improvvisi, fragilità. E spesso mi sono resa conto che dietro un sintomo fisico esiste qualcosa di più di ciò che appare e che esiste: solitudine, sofferenza, emozioni represse, stress, conflitti interiori, dinamiche familiari complesse, mancanza di consapevolezza. Questo non significa sostituire la medicina scientifica — che resta fondamentale — ma ampliarne lo sguardo. La vera cura nasce quando iniziamo a vedere l’essere umano nella sua totalità.
Molte persone tendono a piangersi addosso. Tu invece sembri orientata a cercare soluzioni. È così?
Credo che ogni persona quando ha dei momenti difficili abbia il diritto di soffrire e di attraversare qui momenti come meglio riesce. La sofferenza non va negata. Ma restare bloccati nella lamentela, nella sofferenza non aiuta a trasformare ciò che viviamo. Il punto non è evitare il dolore, ma sviluppare la capacità di attraversarlo con consapevolezza. Spesso dentro una difficoltà si nasconde una possibilità di cambiamento, crescita o persino rinascita. La vera forza nasce quando una persona smette di sentirsi solo vittima delle circostanze e inizia a prendersi la responsabilità del proprio modo di vivere la realtà.
Possiamo dire che non esiste problema che non possa essere risolto?
Non sempre tutti i problemi possono essere risolti, eliminati, dobbiamo essere onesti con noi stessi capire che la vita porta con sé limiti, sfide e momenti difficili, ma credo profondamente che ogni esperienza possa essere trasformata nel modo in cui la viviamo. A volte la soluzione è concreta. Altre volte è interiore. In questo senso, esiste sempre una possibilità di evoluzione.
Non sempre possiamo cambiare gli eventi della vita, ma possiamo sempre cambiare il modo in cui li attraversiamo.
Fra le tante cose sappiamo che sei anche conduttrice della rubrica “Gocce di Consapevolezza”. Vuoi parlarcene?
“Gocce di Consapevolezza” nasce dal desiderio di condividere riflessioni semplici ma profonde. Piccole “gocce” che possono aiutare le persone a fermarsi, osservare se stesse con onestà per diventare più consapevoli del loro stato interiore. Non è uno spazio dove insegno verità, ma uno spazio di riflessione, dove invito le persone a guardarsi dentro. Attraverso la mia voce porto non solo la mia esperienza personale, ma anche tutto ciò che ho visto in anni di lavoro: malattia, dolore, fragilità e tante storie di vita. Porto soprattutto un messaggio fondamentale: quanto sia importante diventare consapevoli, perché è proprio la consapevolezza che genera la forza per trasformarsi.
Qual è il tuo obiettivo per chi segue questa rubrica?
Il mio obiettivo non è insegnare, ma risvegliare consapevolezza. Se anche una sola persona, dopo aver ascoltato una riflessione, inizia a guardarsi con più profondità, con più gentilezza e comprensione, allora il messaggio è arrivato. La consapevolezza cambia il modo in cui viviamo la vita in tutte le sue sfaccettature: trasforma il nostro mondo interiore ed esteriore, le relazioni, le azioni e il modo in cui ci rapportiamo a noi stessi e agli altri, anche nel lavoro.
Prima di salutarci: la Erika di ieri, di oggi e di domani. Che cosa vedi guardando al passato, dove ti trovi ora e che cosa speri per il futuro?
Guardando al passato vedo un percorso intenso, fatto di esperienza, responsabilità e crescita. Oggi mi trovo in una fase in cui sento il bisogno di integrare tutto ciò che ho vissuto: la sanità, l’umanità della cura e la consapevolezza. Per il futuro desidero continuare a condividere questa visione. Perché credo che la sanità del futuro non abbia bisogno solo di competenze e tecnologia, anzi il mondo stesso ha bisogno di persone consapevoli.
Come conclusione condivido questo pensiero;
“La vera evoluzione della sanità non sarà solo tecnologica. Sarà umana. E inizierà quando torneremo a vedere il paziente non come un caso clinico, ma come una vita.”
Erika Gaspar
Per chi volesse vedere tutte le puntate della rubrica di Erika Gaspar, sono disponibili al seguente link:
Foto: Damiano Conchieri


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