A Venezia nell’ottantanove c’ero. In gondola, ospite di un amico di mio padre. Quella sera Waters e soci ci regalarono uno spettacolo pirotecnico a cui assistetti sobrio come un monaco benedettino.
Quando misi piede nello sconfinato salone, la calca si muoveva frenetica, convulsa, edonica, a tratti indiavolata. Accorta nell’assecondare gli orgasmi che prorompevano beffandosi della pudicizia. Le mani di Gilmour scivolavano sulla Stratocaster cesellando, nota dopo nota, uno degli assoli di chitarra più famosi della storia.
Una tizia si volse e mi considerò per un attimo, poi gli occhi s’infervorarono e sopraffatta dal piacere, lanciò un urlo orgiastico per tuffarsi nella mischia. L’attore che faceva d’anfitrione mi fece cenno di seguirlo, ma tramortito sbarrai gli occhi. Inchiodato sulla porta fui costretto a un dietro front infantile, travolto e scioccato da uno dei sensi più importanti…
Delicate Sound of Thunder è stato il primo dei numerosi cd che ho acquistato, incalzato dagli esperti di allora che ammonivano sull’importanza di sdoganarsi dai long playing, ormai prodotti del mesozoico. L’album che ho divorato negli anni è il secondo live del gruppo inglese ed è stato il primo lavoro ad essere portato nello spazio dall'equipaggio franco-sovietico della navicella Sojuz TM-7, diretta verso la stazione spaziale Mir.
Da dove inizio? Da Wish You Were Here. Il pezzo è in Sol maggiore a centoventicinque battute, caratterizzato dallo splendido intro all’acustica arpeggiato sulla tonica. Le due chitarre nel botta e risposta varrebbero da sole tutto il brano. Quattro accordi! Quattro soli accordi e cambi la storia dell’universo sentimentale. Do, Re, La minore e Sol. Quella sera a Venezia la folla esplose in un fragoroso sfolgorio di esclamazioni e urla di giubilo, mentre lo scintillio dei proiettori rimbalzava sulle acque della laguna di fronte San Marco. Vorrei tu fossi qui è una ballad mid fast che esordisce alla voce con un mezzo rubato in quarta di Do, per poi scendere un tono e chiudere la terza battuta in Sol, in attesa che basso e batteria finito il primo chorus, entrino per sorreggere non solo il groove, ma l’importanza dei testi. È un brano che ha superato i tempi come il pendolo di Foucault, la carbonara, le Ferrari, la finale dei mondiali e le pomiciate nascosti nella penombra. Un brano che tutti abbiamo dedicato a qualcuno scomparso e che dal vivo con eco e un accenno di riverbero diventa epico, struggente, angoscioso. Nella versione in studio del leggendario nono album del gruppo invece, prende un aspetto quasi scherzoso, nella ricerca della sintonizzazione radiofonica. Essendomi sciroppato più i live, non ricordo invece il finale condito da un virtuosismo del violinista Stephane Grappelli.
Durante un corso di sceneggiatura, mi venne l’idea di raccontare la storia romantico introspettiva di un attore di film hard a un bivio. Un uomo schiacciato dall’evoluzione negativa del suo lavoro. Un uomo che sapeva già di aver perso. Ma per raccontare la verità avevo bisogno di saggiare con mano e dettagliare l’happening tecnico di un’orgia. Una di quelle a cui si poteva partecipare solo se facenti parte di una stretta cerchia. In palestra con me, si allenava l’assistente di un produttore di film hard. Tipo simpatico, naturalista, sportivo. Sposato e con figli. Uno capace di dividere il sacro dal profano. Fu lui a fornirmi il gancio.
Ahimè affrontiamo subito lo scoglio e lanciamoci su un pezzo di storia che ha rifatto la storia, ovvero Confortably Numb. Parlo del primo o del secondo assolo? Parlo di tutto e me lo lavoro preoccupato che tra le versioni online e gli spartiti che mi ritrovo, potrei dire cazzate sperdute, tramortito mentre leggo di trasposizioni, esordi differenti, crome dimenticate, pause lasciate lì a cassio. Il pezzo è in Re maggiore con Fa e Do diesis in chiave ed è suonato a sessantatré battute, non a sessantacinque o a settanta, ma a sessantatré. Bah. Valli a capire ‘st’inglesi… il brano lo approccio da anni al tenore spassandomela su quel solo, costretto a spostarmi un tono più alto in Mi. Sullo spartito c’è scritto che lo style e anche lo strumming, vengono definiti come un lento misterioso. Che cassio vorrà dire… valli a capire ‘st’inglesi… a casa mia è una ballad rock, leggermente più veloce.
Il brano inizia con un attacco in contemporanea di basso, batteria e sintetizzatore che a me non fa impazzire, poi il lungo intro che altro non è se non una chiacchierata tra Gilmour e Waters; quindi la strofa che s’intreccia col ritornello che finisce nelle mani del frontman. Il primo solo è improntato sulla parte melodica, ma quello finale invece ha tutt’altra pasta ed esordisce in modo complesso e anomalo con due note terzinate in levare, seguite da una semiminima di Fa che anticipa una cascata discendente di semicrome che si appoggia su tre ulteriori crome, una semicroma e conclude la prima frase su un Re glissato. Cassio! Gilmour viene da un altro pianeta.
L’intero solo è condito dai tecnicismi classici che ogni diligente chitarrista sa sfruttare, ma come vengono suonati da lui, non ce n’è per nessuno. Quindi Bending up e down, Hammer on e Pull off. Ma è all’ottava battuta che il nostro di Cambridge caccia fuori non un coniglio dal cilindro, ma un cervo adulto. Sfruttando un Do acuto al decimo tasto del miccantino, lo usa per sfuggire dalla terzina in appoggio a una semiminima di Si per poi salire di un tono fino a Re, che verrà seguito un attimo dopo da due terzine corte e udite udite ben tre sestine discendenti. Vi farei leggere la profusione di note che assomigliano a una cascata orgiastica.
C’incontrammo in una villa isolata sulle colline toscane. L’entrata confinata da un codice segreto e una chiavetta dalla strana foggia. Telecamere sparse nel curatissimo giardino mi fecero capire che gli astanti non gradivano intrusi. Come avrebbero preso la mia presenza? Non la presero, perché nessuno mi cagò di struscio, ma non era un problema, perché dovevo osservare, ricordare e rientrare a casa anche se la situazione metteva un certo appetito. Però ero uno abituato a cose più sincere. ‘Stì casini affollati non facevano parte dei miei costumi e poi a casa mi aspettava la Micetta Gattosa. Dovevo considerare e andarmene ma l’attore pretese che seguissi il rituale del club dove nessuno durante il game era vestito. Quindi nudo, doccia, cartoccio di profilattici e tuffo nel baccanale prendendo e dando senza ritegno. Come prendendo e dando? Al limite dando, perché prendendo non faceva proprio parte del mio stile di vita. Raso muro mi avvicinai alla marea convulsa seguendo gli schiamazzi, la musica dei Floyd, i mugolii, i gemiti più o meno strozzati, i guaiti fino a quando fui di fronte alla cascata che si muoveva ondeggiando travolta dagli spasmi, dalla lussuria e da uno struggimento forsennato. Ci saranno state almeno sessanta persone.
Lei e lui mi sfilarono celeri sulla destra. Nudi, giovani, sofisticati, eterei, quasi diafani, infastidititi che la locomotiva fosse uscita dalla stazione e dimentica di loro, percorreva leggiadra le pianure aperte della rivolta sessuale in un bordello di effluvi che esalavano un crogiuolo potente, ancestrale, recondito. Un misto magmatico che solo un adepto poteva sostenere.
Mi resi conto del problema quando fui dentro. Fu lì che compresi che partecipare all’happening prevedeva una forte dose di pelo sullo stomaco.
E per ultimo affrontiamo lui, il brano che preferisco, ma soprattutto, secondo il mio modestissimo e umilissimo parere, uno dei cinque pezzi più belli della storia della musica. Shine you on a crazy diamond. Mi permetto di definirlo un lavoro rock progressive per la struttura e le scelte melodiche, anche se poi le dita di Gilmour cesellano un assolo su una pentatonica minore naturale con uno style blues lento, emozionale, farcito di bending e vibrato su una scala di Sol che al tenore suono in La. Però nello spartito si parla anche di Si bemolle… uhmm troppe differenziazioni. Valli a capire ‘stinglesi… Vabbè il diamante pazzo, ma adesso si esagera. Perché mi piace molto? Perché la ritmica come nei brani cazzuti è particolare e in questo caso la fanno da padrone i dodici ottavi anche se Gilmour nell’assolo si diletta sui tre quarti. Perché mi piace molto? Perché le note sono azzeccate come non mai. Perfette che sembra che Dio se le sia inventate lì per lì. Il brano nella versione in studio è diviso in due pezzi e nove parti, ma dal vivo ho sempre e solo ascoltato le prime cinque per un totale di oltre tredici minuti, anche se sul Delicate è leggermente più corta. Esordisce l’intro col Sinth e quella manciata di note. Meravigliose, celestiali, evanescenti. Ho cercato in giro lo spartito dell’introduzione ma ho trovato tutta roba che non c’entrava nulla o riferimenti non consoni, quindi ho imbracciato il Selmer e mi sono rimesso a suonare coi londinesi. La sequenza elevata di un tono è questa:
Do Mi…
Do Re…
Do Re Mi Do Si La…
Scritta in questo modo sembra un jingle di Cristina d’Avena, ma invece non è così…
I conati arrivarono diretti come un calcio nelle palle. Il primo, il secondo, infine il terzo e quasi aribburticai i tre supplì che m’ero ingollato mezz’ora prima. La melma mi saltò addosso come un’orda selvaggia, mentre la marea non accennava a rilassarsi, anzi…
Il brano è costruito su diverse scelte melodiche e numerosi interventi che lo definiscono con il segno distinto dei Floyd. Poi l’assolo che esordisce con una semiminima di Sol, due crome, per ricadere su un’altra semiminima. Scrutando passo dopo passo lo spartito, emergono e sono manifesti lampi di pura follia creativa. Strutture geniali che mi eccitano e mi affascinano allo stesso tempo. Gilmour ama inserire blocchi di note pari, in strutture irregolari o terzinate per finire la frase sulla nota dopo con un profondo bending, come stesse giocando a pari e dispari. Oppure si diletta a inserire una pausa d’ottavo in una terzina in modo da trasmettere una sensazione incorporea di rubato, sfuggente, poco pronunciato. È una scelta melodico ritmica di altissimo livello. Una ficata stratosferica. È come sfiorare le labbra dell’amata mentre l’eccitazione ti lascia senza fiato. È un prendere e lasciare elettrizzante con lei che sembra darsi, ma poi non si dà e alla fine invece ti salta addosso. Violenta, esuberante, sfacciata.
Rimasi imbambolato e provai a respirare col naso, mentre la colonna acida saliva dall’esofago. La marea indistinta di corpi ballava al ritmo del piacere senza remore, pregna degli umori della libido, scevra del passato, del presente e in cerca dell’orgasmo futuro. Ballava la danza dell’eccitazione, mentre io fui costretto a due passi indietro.
Cassio! Era troppo…
Poi l’assolo di Gilmour continua fino a sfumare, quindi il silenzio e dopo il Syd Theme composto da quattro note ripetute diverse volte, fino all’entrata della batteria di Mason.
Si bemolle, Fa, Sol, Mi.
Splendide, inneggianti, capaci di osannare la celebrazione del genio di Barrett. Alla fine, ma solo alla fine il lungo assolo al baritono e al tenore. Bello, graffiato, melodico, nemmeno troppo tecnico. Mi fermo, altrimenti continuo all’infinto e sarei petulante.
Mi dovevo rimettere le mutande tanto la solfa era quella. Il baccanale si portava dietro una pretesa ardua. Non erano certo state le erezioni a bloccarmi, tantomeno le grida, le urla, i gemiti goderecci, le pose postribolari, le richieste ardite, gli scambi sfacciati, gl’intrecci temerari, le ammucchiate spudorate, indecenti, impudiche, oscene, invereconde e le abbondantissime eiaculazioni di coloro che, sopraffatti dal vezzo, si sfilavano lesti il preservativo con gesto sciabolare per schizzare dove capitava, sicuri che nessuno si sarebbe lamentato. Naaaa. Quello che mi aveva piantato due chiodi sui piedi era stato il melting pot tantrico, alimentato da una puzza feroce di merda, sperma, piscio e sudore che si elevava come un fungo atomico, impregnando l’aria, la pelle, i capelli, le pareti, i divani, le poltroncine, i sofà, le ottomane, i tappeti, le poche sedie e l’unico tavolo ormai coperto da una piramide di confezioni strappate di profilattici.
Un fango violento che ti si appiccicava addosso come lo scotch. Ero sicuro che non fossero partiti così selvaggi, ma nel giro di poco si erano ferocemente patinati.
Ci devi fare l’abitudine, mi disse il porno attore.
Solo per scopare? Naaaa! Tieniti ‘stò postribolo. Io ho visto e annusato abbastanza…
Giorni fa ho trovato una bottiglia che non ricordavo di possedere. Il Pian delle Vigne di Antinori. Diversi anni fa avevo bevuto il fratello nobile e mi era piaciuto molto, ma adesso come sarebbe andata con questo Rosso di Montalcino? L’ho guardata con un certo scetticismo, poi ho deciso di aprirla lo stesso e senza attendere, ho lanciato il naso nel calice come mi aveva insegnato un viticoltore della Maremma, mentre ne apprezzavo il rosso rubino, gli archetti stretti e lenti. Era del duemila diciotto e alla prima annusata sembrava essersi mantenuto alla perfezione. Mi sono arrivati immediatamente i frutti rossi, ma anche qualche agrume. L’ho sciacquato in bocca come masticassi, poi ho iniziato a shakerarlo nelle guance apprezzandone il finale sapido con retrogusto leggermente floreale. Ho scoperto che ha un affinamento in botti di acciaio per dieci mesi e una fermentazione a venticinque gradi per dieci giorni. Gustoso. Credo che bisserò con una cassa.
Saluti a tutti in questi tempi di guerra. Che il padreterno ci preservi.


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