Roberto Zibetti ritratto da Kevin Fewou
Roberto Zibetti: "E' sempre molto formativo e interessante essere autori della propria presenza scenica."

Roberto Zibetti: "E' sempre molto formativo e interessante essere autori della propria presenza scenica."

LF ha incontrato l'attore Roberto Zibetti che sarà in scena dal 17 al 19 Aprile prossimo con Il Manoscritto di Baret Magarian, di cui cura anche la regia.

Roberto Zibetti, ha un talento che gli viene proprio naturale. Un volto particolare, espressivo ed un tantino enigmatico, la voce che denota una cura per la dizione, lo rendono un interprete davvero eccellente del nostro panorama teatrale e cinematografico.

Sarebbe lungo stilare un elenco dei grandi registi con cui ha lavorato ma, solo per citarne alcuni, parliamo di registi dello spessore di Giorgio Streher e Luca Ronconi per il teatro, Paolo Sorrentino, Bernardo Bertolucci, Abel Ferrara, Dario Argento, Marco Tullio Giordana per il Cinema. Da loro ha appreso moltissimo e questo si nota da ogni sua singola interpretazione.

Originario del New Jersey, ma torinese d’adozione, ha alle spalle un’esperienza incredibile ed encomiabile. Dai palcoscenici d’Italia ai ruoli sul grande schermo, passando per importanti regie teatrali, ed alcune interpretazioni per la TV, dagli esordi con Incantesimo 6, a Distretto di Polizia 2, Le stagioni del cuore, Attacco allo Stato, La squadra 8, Vivaldi, La donna della domenica, Rocco Schiavone, Non uccidere, Immaturi – La serie, fino a giungere alla terza stagione de La porta rossa, al fianco di Lino Guanciale ed alla magistrale interpretazione di Massimo Bossetti nel film Yara diretto da Marco Tullio Giordana, che lo aveva già diretto nel 2000 ne I cento passi.

Roberto Zibetti, cresciuto prima all’interno del Teatro Stabile di Torino e poi al Piccolo Teatro di Milano, ha avuto la fortuna di essere inserito in un crogiolo di grandissima qualità. 

Tra il 1997 e il 2005 ha fatto una serie di spettacoli, come East di Steven Berkoff, Il giovane Holden di J.D. Salinger, Come le lumache sull’erba di Alberto Milazzo.

Tanti testi sempre all’insegna della ricerca, sull’onda di quella che è l'esplorazione degli anni Settanta, preziosissimo laboratorio di indagine. 

In epoca non sospetta, esattamente nel 2001, all’alba della nuova tecnologia, Zibetti partecipò ad un format che si chiamava Laundrette Soap, che legava televisione, internet e teatro dal vivo.

Roberto Zibetti, che si divide tra Italia e Francia, è impegnato, al momento, con la messa in scena del monologo Il Manoscritto di Baret Magarian, che sarà in scena al teatro Trastevere di Roma dal 17 al 19 Aprile prossimo. Monologo già interpretato da Zibetti in lingua francese a Parigi al Théâtre du Temps nel Novembre 2024. 

Il Manoscritto narra la storia di un uomo incaricato di consegnare un misterioso pacco contenente un manoscritto di un eccentrico autore. Durante il viaggio, decide di fermarsi in un motel nel deserto, dove la notte trasforma le sue percezioni e il pacco sembra prendere vita. Questa rappresentazione immersiva, arricchita da suoni e immagini, conduce lo spettatore nel cuore di un confronto inaspettato: quello con la propria coscienza.

La colonna sonora, curata da Paolo Ballarini, accompagna il pubblico in un viaggio sonoro che evoca il deserto americano e un mondo alienato in cui amore e morte si intrecciano. Le proiezioni di Robert Hulland, artista digitale britannico, creano un’atmosfera di sospensione poetica e allucinata.

Baret Magarian, autore del monologo, è una delle voci più sorprendenti della narrativa contemporanea. Ha scritto per prestigiose testate internazionali e il suo racconto The Hellscapes sarà pubblicato sulla rivista letteraria canadese Camel. Magarian è stato paragonato a grandi scrittori come Kafka e Calvino.

Lascio la parola a Roberto Zibetti...

Iniziamo con il parlare un pochino di questo spettacolo “Il Manoscritto” che andrà in scena al Teatro Trastevere di Roma dal 17 al 19 Aprile.

E’ un testo di un autore contemporaneo, Baret Magarian, un inglese che vive a Firenze. Racconta il viaggio fisico di un uomo che deve consegnare il manoscritto di un tipo molto eccentrico, e non vuole usare né la posta né la mail. Deve attraversare il deserto e, durante questo percorso, il manoscritto, in qualche maniera, prende vita creando una realtà più o meno allucinatoria, un road trip sia nel deserto che ai confini della coscienza… Il protagonista viene messo a confronto con le sue paure, i suoi limiti e tutto quello che sono le concretizzazioni di tutte le sue angosce esistenziali. Cita, in un certo senso, il cinema di David Lynch e quello degli anni ’90. Un testo di ambiente molto cinematografico.

 

Tutto è sapientemente accompagnato da una colonna sonora creata appositamente da Paolo Ballarini.

Sì, esattamente. Questo è l’altro elemento che lo rende molto cinematografico. La colonna sonora continuativa è fatta di paesaggi sonori, sono io come attore, che devo adattarmi a questa griglia sonora, quasi un’ipotesi di teatro jazz. Poi ci sono anche le immagini di un web designer, Robert Hulland.

 

Lei cura anche la regia di questo monologo. Com’è dirigere se stessi sul palco?

L’unica cosa possibile! In un contesto in cui è sempre più difficile fare teatro, credo di essere l’unico attore a cui posso chiedere i ritmi necessari a fare un lavoro di qualità senza pagarlo quanto altrimenti dovrei! (ride n.d.r.) Al di là delle battute, è sempre molto interessante essere autori della propria presenza scenica. Bisogna saper recitare ma anche gestire tutti gli altri elementi, un po’ come un musicista che ad un certo punto, in maniera del tutto naturale, è in grado di leggere, interpretare e dirigere una partitura... E' un lavoro molto faticoso ma certo formativo e interessante.

 

Cosa l’ha colpita di più dell’autore Baret Magarian?

Di Magarian mi ha colpito questo strano equilibrio tra una dimensione fantastica ed una poetica ironica con dei tratti di satira. Lui ha scritto un romanzo dal titolo Le Fabbricazioni, che è un po’ sulla scia di Jonathan Swift con I viaggi di Gulliver, scuola tipicamente inglese, come anche Alice nel Paese delle Meraviglie, con questo fantastico molto ironico che in realtà sottintende ad un’analisi molto precisa della realtà.

 

Lei vive e lavora tra l’Italia e Parigi … quali sono le differenze tra queste due nazioni dal punto di vista della sua carriera?

Vivo di base a Parigi e difatti ho rappresentato Il Manoscritto prima a Parigi in lingua francese.

Sarebbe molto lungo elencare le differenze per intero! Sicuramente il contesto francese è più vitale dal punto di vista della qualità e della quantità di lavori che si fanno, sia dal punto di vista teatrale che cinematografico. C’è un teatro privato che genera spesso progetti di qualità. Ovviamente Parigi è una grande metropoli e molte cose sono difficilissime. Io dico sempre che ho cucito questo spettacolo a mano in una tela militare molto spessa, perché nessuno ti regala niente!

L’Italia ha dalla sua, il vantaggio di consentire maggiormente un margine di errore, che è fondamentale nei processi creativi, però, poi, ci si ritrova a gestire le cose con le proprie forze, mentre, ad un certo punto sarebbe auspicabile che le cose arrivassero anche nei contesti pubblici, più formalizzati, che dovrebbero ospitare cose di qualità soprattutto! In Italia questo è molto difficile. Ci si possono fare rappresentazioni fino ad un certo punto. Il sistema non è particolarmente attento alla qualità, è più attento ad uno scambio quantitativo in cui io faccio un po’ fatica ad orientarmi, perché purtroppo il teatro è molto severo. Generare qualità, è un lavoro lunghissimo… una volta uno perde la salute e va bene, due volte va bene, pure tre, ma quando arrivi tra i 40 e i 50 anni, dici a te stesso visto che non la recupero, meglio lasciar perdere. Quindi ho trovato questo equilibrio tra un esilio scelto in Francia, dove mi alleno a fare delle cose in una maniera formalmente ineccepibile, poi vengo in Italia, dove si sta meglio di qualsiasi altro posto come qualità della vita.

 

Lei ha lavorato con grandi registi sia teatrali che cinematografici, che esperienze sono state e cosa le hanno insegnato?

Sono tantissime le cose… in sintesi, Luca Ronconi era l’attenzione maniacale al testo, al significato dello stesso, che resta la sua lezione fondamentale. Giorgio Strehler, il fatto che sul palcoscenico ci sono delle leggi tecniche che generano sensazioni di magia legate all’uso della musica, della luce, della parola e del suono. Si può affermare che la ricetta della magia scenica proviene da Strehler, da Ronconi più l’attenzione al dettato retorico. Per quanto riguarda il cinema di Paolo Sorrentino, Bernardo Bertolucci, Abel Ferrara, Dario Argento, Marco Tullio Giordana ecc., con una sorta di magia della luce, dell’immagine fotografata che inevitabilmente riproduce la realtà, esaltano la poesia. Loro posseggono la sensibilità poetica e la competenza tecnica per tradurre la poesia in immagine… A furia di lavorare con questi grandi personaggi le assorbi sicuramente.

 

Le piace rivedersi nelle sue interpretazioni?

Onestamente è sempre un gran lavoro rivedersi (ride n.d.r.)! Siamo tenuti a farlo, ma dire che mi piace…

A volte capita, ma tendenzialmente sono tanti tentativi e quando uno deve andare a rivedersi dei tentativi, trova sempre tanti limiti. E' una parte necessaria del nostro lavoro. A volte sì, a volte no.

 

Saper stare su un palcoscenico quanto e come può servire nella vita quotidiana?

Credo, moltissimo. Oggi i veri palcoscenici contemporanei, per quanto sia triste dirlo, sono Tik-Tok, Instagram, Facebook… questi sono i nuovi palcoscenici digitali, in cui fondamentalmente sembra ci si possa andare con un narcisismo specchiato. Il narcisismo è un carburante fondamentale per chi fa spettacolo, però poi ci sono 20 anni di lavoro per imbrigliarlo, questo narcisismo, altrimenti quello che si fa sul palcoscenico perde significato e soprattutto ci si fa del male. Si pensa di non avere limiti e che tutto sia di estrema facilità, mentre invece la semplicità è un fatto che proviene dalla complessità, c’è un grande lavoro da fare. Non che tutti debbano essere attori ma le leggi del palcoscenico debitamente semplificate oggi, secondo me, sono un fatto importante, che a me aiutano, perché distinguo bene la zona tra spettacolo pubblico e un dietro le quinte. Ritengo, inoltre, fondamentale il modo in cui si svolge tutta la tecnica che consente a quello che è molto leggero esteriormente, di dare un senso pur nella leggerezza, perché se viene tutto polverizzato, sappiamo la vertigine che può provocare.

 

Progetti futuri?

I progetti futuri sono vari: è in uscita la seconda serie di Hanno ucciso l’uomo ragno, che si intitola Nord Sud Ovest Est in cui interpreto Claudio Cecchetto, un personaggio che mi ha divertito un sacco, a cui sono molto grato, per la solarità soprattutto, provenendo io da ruoli come quello di Bossetti, molto più complicati. Poi sto realizzando un progetto con i fratelli Manetti, una nuova serie di cui svelo ancora poco… Inoltre è in uscita un film molto interessante, un’opera prima di Marco Santi che si intitola Il grande Giaffa, con Edoardo Pesce, Barbara Chichiarelli e Carlotta Gamba, che si muove tra comedy e dramma satirico che abbiamo girato in Piemonte a Gennaio, e uscirà verso l’autunno.

 

Concludendo?

La ringrazio moltissimo per l’intervista. Sarò felicissimo se le persone avranno voglia di venire in questo piccolo teatro che è molto de noantri nel senso più affettuoso del termine! E’ collocato nei luoghi della rinomata Festa de’ Noantri di Trastevere e ha un ambiente familiare che rappresenta molto bene Roma ed il nostro Paese.

 


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