Lidia Scalzo al lavoro
Lidia Scalzo, l’arte dell’ospitalità. Conversazione con una maestra Homo Faber del made in Italy.

Lidia Scalzo, l’arte dell’ospitalità. Conversazione con una maestra Homo Faber del made in Italy.

L’ospitalità come palcoscenico del fare

Negli ultimi anni, l’ospitalità di alta gamma ha riscoperto il valore dell’artigianato d’eccellenza: non più semplice decorazione, ma dispositivo narrativo per costruire identità, memoria e unicità degli spazi. In questo scenario, la storia di Lidia Scalzo è quella di una maestra d’arte che ha trasformato una bottega nata a Roma negli anni Ottanta in un laboratorio capace di dialogare con hotel, resort e ristoranti in Italia e all’estero, portando nel cuore dell’hospitality la densità del gesto artigiano e la profondità della ricerca artistica.

Fondatrice de Il Papiro Art, riconosciuta a livello internazionale e recentemente inserita nella Homo Faber Guide della Michelangelo Foundation, Lidia incarna un modello di Homo Faber pienamente contemporaneo: un artigiano-artista che unisce tradizione, sperimentazione e capacità di leggere l’identità dei luoghi. Con lei abbiamo parlato di arte e artigianato, di resine e terre naturali, di suite d’albergo e borghi fiabeschi, ma soprattutto del modo in cui il fare materico può cambiare lo sguardo di chi arriva e abita per qualche giorno uno spazio di ospitalità.

Origini di uno sguardo

Da dove nasce il tuo modo di guardare alla materia e ai luoghi?

«Nasco in Calabria in una casa vicinissima al mare da cui era possibile ascoltare le onde infrangersi sulla riva. Il mare è il mio imprinting naturale: suoni, profumi, sensazioni, tatto e luce, sono, infatti, elementi ricorrenti nelle mie opere, siano esse figurative o astratte. A 10 anni mi trasferisco a Roma con la famiglia. Frequento l'Istituto Statale d'Arte di Roma e al termine dei cinque anni di studi, diventata Maestra d'Arte, decisi di assecondare anche la mia passione per il viaggio, girando l'Europa per un anno, in cerca di continui stimoli e confronti con realtà e culture differenti.»

 

Dalla bottega al design per l’hotel

Che cosa ha rappresentato per te la nascita de “il Papiro” a San Lorenzo?

«Nel 1985 inizia la grande avventura con la "bottega il Papiro" che deve il suo nome ad una splendida pianta di papiro posta in una giara che anticamente conteneva olio. Nel laboratorio si creavano manufatti artigianali come ceramiche, gioielli in argento a cera persa e cornici. Anche le cornici infatti erano autoprodotte, già ai tempi in cui presentavo e vendevo anche a piazza Navona i miei acquerelli e quadri.»

Quando il laboratorio è diventato Il Papiro Art, punto di riferimento anche per l’hospitality?

«Con il tempo la bottega diventa più grande e anche mia sorella Rosaria ne entra a far parte, portando altra creatività ed energia preziosa. Si presenta poi la possibilità di cominciare a lavorare con la resina e gli stucchi che aprono nuovi orizzonti. Le superfici da trattare diventano più grandi ed interessanti. È a questo punto che la bottega si trasforma ne "Il Papiro Art". Niente più cornici, gioielli e ceramiche. Arte, design e industria prendono il loro posto.»

 

Arte, artigianato e committenza

Come convive in te l’anima dell’artista e quella dell’artigiana, soprattutto quando lavori su progetti di ospitalità?

«Arte è voler comunicare te stesso agli altri, esprimerti liberamente in qualsiasi forma tu voglia, non avendo limiti, imposizioni. Artigianato è comunicare/interagire con le necessità degli altri, porre la tua capacità di fare/creare in funzione della committenza. A me piace soprattutto essere libera o, almeno, di cercare di esserlo nelle mie espressioni. Mi piace molto leggere i libri fatti con la carta, mi piace curiosare, osservare e studiare ciò che mi circonda. È arte quando sento l'esigenza di "riproporre, raccontare" le emozioni avute. La Lidia artigiana tiene invece conto delle esigenze degli altri, mi piace interagire con le persone, capirle il più possibile. Quello che realizzo è personalizzato ed è importante che i clienti sappiano che hanno la possibilità di avere qualcosa di unico, di proprio, nel quale in qualche modo hanno partecipato.»

 

Installazioni e Homo Faber Guide

Le tue installazioni nei borghi e negli spazi pubblici hanno anticipato il tuo modo di lavorare negli hotel?

«Un aspetto centrale della mia ricerca è rappresentato dalle installazioni. Tra i progetti più significativi segnalo l’installazione “Incontro con le fiabe” nel Parco di Villa Faina a San Venanzo, la Scala della Pace a Timmari, il Monumento ai caduti dell'aviazione civile a Viterbo, l'installazione "C'era una volta..." a Sant'Angelo di Roccalvecce, il "paese delle fiabe"».

Che cosa ha significato per te l’inserimento nella Homo Faber Guide della Michelangelo Foundation?

«Ne sono orgogliosa. È sicuramente un importante riconoscimento del mio percorso in quanto la guida nasce con l'obiettivo di valorizzare pratiche artistiche fondate sulla qualità, sull'autenticità del gesto e sulla trasmissione del sapere. Far parte della Homo Faber Guide significa essere distinti come interpreti contemporanei dell'alto artigianato, capaci di preservare tecniche tradizionali reinterpretandole in chiave attuale. Attraverso il mio lavoro, continuo ad esplorare il dialogo tra materia, tempo e memoria, dando vita a opere uniche che testimoniano una visione artistica autentica e profondamente legata alla dimensione umana del fare.»

 

Dentro l’hotel: il caso NOBU e il casale in Umbria

Come entra concretamente il tuo lavoro negli spazi dell’hospitality?

«Le collaborazioni con hotel, resort e ristoranti di alto profilo dimostrano come l'artigianato possa diventare strumento narrativo e progettuale. Passione del Laboratorio sono i complementi di arredo, elementi essenziali di tutti gli ambienti che ben si integrano con il luogo che le accoglie e si immettono nell'arte-design come manufatti unici ed artisticamente emozionanti. Allo scopo, le resine sono tra i materiali più adatti poiché permettono di essere lavorate anche con spessori. Le superfici su cui vengono applicate diventano "tele" sulle quali dipingere e la matericità dello stucco resinifero dà modo di far emergere i volumi, così come le polveri e le terre naturali permettono giochi di luci unici e vibranti.»

Ci racconti un progetto in città e uno in campagna che riassumano questo approccio?

«Tra i progetti più rilevanti si distingue la realizzazione di oltre cento opere originali per le camere del NOBU Hotel di via Veneto a Roma di proprietà di Robert de Niro, Nobu Matsuhisa e Meir Teperin, in collaborazione con la prestigiosa Antonacci Falegnamerie di Roma su progetto del Rockwell Studio di New York. Un intervento artistico diffuso che si mescola con l'eleganza degli ambienti, generando un'esperienza visiva coerente e sofisticata.

Dal caos energico della capitale, alla quiete della bellissima Umbria. Realizzazione di pareti/testiere per un antico casale/hotel di Orvieto, un gioco di malte e pigmenti naturali su grandi superfici di legno. Argille, terre calde, gialli delle zolle e verdi della campagna orvietana.»

 

Made in Italy e prospettive

Il tuo percorso intreccia riconoscimenti istituzionali, selezioni internazionali e collaborazioni con hotel. Dove ti vedi nei prossimi anni?

«Lavorazioni artistiche per alberghi, hall, camere - Banconi reception, ristoranti, bar - Esperienza nell'hospitality e nel design - Soluzioni di arredo uniche e personalizzate - Qualità Made in Italy e tecniche artigianali - Valorizzazione dell'identità architettonica e narrativa degli ambienti e dei luoghi anche privati -- Installazioni artistiche, pannellature, quadri, elementi di arredo per valorizzare gli spazi con un'identità esclusiva - Tematizzazione creativa di ambienti».

 

Per chi opera nell’hospitality, il messaggio è chiaro: l’incontro tra artigianato d’eccellenza, identità dei luoghi e progettazione su misura non è solo una scelta estetica, ma una leva strategica per costruire esperienze memorabili, profondamente legate alla cultura del fare italiana.

 


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