SONNY ROLLINS.

SONNY ROLLINS.

 Il vero jazz deve mutare di nota in nota: l'essenza della sua arte risiede nell'impossibilità di suonare la stessa nota nello stesso modo due volte. - Sonny Rollins.

Le fiamme bruciarono l’ossigeno librandosi come lingue accecanti, mentre l’intenso profumo di erbe aromatiche si spandeva per la sala pregna degli sguardi dei presenti. La sorella lanciò chicchi di grano, quindi roteò il calice come offerta simbolica di fertilità e purificazione nel giorno del solstizio d’estate, ma un grido di terrore coprì per un attimo il pathos che accompagnava il cerimoniale, poi scomparve nel buio come un’ombra sacrificale.

Da quel momento la luce avrebbe lasciato spazio alle tenebre, fino alla rinascita che avrebbe costruito un nuovo ponte verso il sole. Quella serata di rituali, esplose compita e ritmica esordendo con uno dei brani più conosciuti del maestro nato negli anni trenta a New York e spirato quasi un secolo dopo nella contea di Woodstock. Un sassofonista che al pari dei grandi Boppers aveva trasmutato, trasformato e sottomesso l’idea di una musica contadina eruttata nel delta da un melting pot ancestrale che nasceva sul dolore, sulla sofferenza e l’angoscia. Lo Shout che s’intrecciava ai canti di lavoro, al Gospel delle parrocchie, alle marce militari e agli spettacoli funerari, avrebbe dato l’input per investire una platea inconscia dei cambiamenti epocali, sociali, emotivi, politici. Capace all’apice del successo, di guardarsi dentro con umiltà e imbracciare il tenore sul ponte di Williamsburg in cerca d’ispirazione. Capace di rifiutare un ingaggio dagli Sones.

Una delle presenti vestita di bianco, sbucò da un anfratto, il viso segnato dal panico. Trovammo il corpo della ragazza riverso a faccia in giù. Il cranio fracassato e il sangue che imbrattava il pavimento. Riconobbi il tatuaggio di acacia e lo associai al terzo grado, mentre un’ombra possente sfilava veloce sulla destra. Il fisico massiccio, il collo taurino, le mani tozze. Sembrava uno spettro. Gli corsi dietro ma fu più lesto di me e scomparve nel reticolo di corridoi, stanze, saloni, locali, anticamere e anfratti di quella villa che sembrava un maniero cinquecentesco.  

Il gruppo relegato in un angolo e scevro della circostanza oscura che stava cambiando la serata, esordì con un brano che aveva scritto la storia del jazz nel lontano cinquantasei. Quel St. Thomas che è la prima traccia di Saxophone Colossus, l’album col tenorista in copertina su sfondo azzurro scuro, registrato agli studi di Van Gelder nel Jersey. A metà tra Calypso e Hard Bop, è un pezzo articolato con una struttura ritmica complessa di cui m’innamorai al primo ascolto. Otto battute lasciate a un solitario intro di batteria, poi l’esordio di Sonny su un accordo di Re maggiore, Fa diesis Minore Settima, Si settima, eccetera eccetera…

La Re Do Si La. Tre crome, una semibreve e un’altra croma, poi la fine della frase su otto semibrevi crescenti con accento Rooftop per costruire un leggendario ritornello da cui esordire passo dopo passo, nota dopo nota raccontando al mondo la ninna nanna delle Isole Vergini che gli cantava la madre da ragazzino. Duecento dieci battute e un debutto in levare costruendo un’improvvisazione che lo avrebbe reso unico, imprevedibile, inarrivabile, melodico. Un modo di trasformare capace di caratterizzare da lì in poi la storia dei pattern riempiendo migliaia di spartiti con una profusione di terzine corte e lunghe, cinquine, sestine, salti d’ottava, cromatismi a grappolo, intro in levare e tempi binari in strutture dispare, armature di chiave più o meno complesse, colpi, note smorzate, sillabe parlate, lenti, lunghi e affascianti Smile… Ghost note accennate e occultate nei grappoli, tra le righe, sul castelletto o in fondo a una scala. Legature di valore, di frase, di portamento, trilli, mordenti, acciaccature.

Mi ritrovai in una biblioteca esageratamente fornita dall’aspetto desueto, accogliente e suggestivo. La musica arrivava ovattata, ma la voce del contralto superava le barriere architettoniche. Mi venne incontro una tizia. Le mani sporche di sangue, gli occhi stralunati, balbettava come rapita da un raptus. Un attimo dopo piombò nella stanza la proprietaria. Mi tese una mano con fare affettuoso, lo sguardo melanconico, supplichevole. Senza dire nulla la portò via, mentre una riga di bava le scivolava dall’angolo della bocca. Quattro tipi sfilarono sulla sinistra trascinando una body bag nera. Silenti in mezzo al mood del brano, mentre la band s’inerpicava sui soli e i presenti sembrava non avessero colto la situazione.  

La cosa che mi ha catturato da subito nel modo di suonare di Rollins è l’improvvisazione tematica con la quale scompone la melodia di un pezzo per riassemblarla in modi nuovi, sofisticati, eccentrici, bizzarri, singolari. Capace d’inventare attimo dopo attimo, un ritornello dopo l’altro, colorandolo ogni volta con qualcosa di sorprendente. Questo tipo di tecnica mi affascina, perché pretende una totale padronanza della tonalità, della struttura e della progressione degli accordi in modo che le variazioni restino coerenti con l’identità del pezzo. Uscendo dallo schema del fraseggio puramente armonico, si riprendono invece frammenti, stracci, motivi e profili del tema inziale da sviluppare nel modo più creativo possibile, magari semplicemente lanciandosi con una nota lunga sulla tonica, per poi scivolare verso la modale e infine, con una cascata cromatica, rientrare sulla melodia.

Un tipo allampanato sbucò da non so dove e iniziò a fissarmi con occhi sbarrati. L’aria di chi aveva commesso un omicidio. Brandiva un coltello con cui si martoriava una gamba. Che avrei dovuto fare? Andare diretto alla Polizia o cercare il colpevole di quell’efferato delitto? Era una serata di giubilo, com’era possibile che si fosse trasformata in quel modo? Me lo stavo chiedendo da qualche minuto, quando cinque dita sgraziate mi presero alle spalle. Qualcuno non voleva che parlassi, ma riuscii a divincolarmi e m’infilai tra due tende mentre la band cambiò registro lanciandosi sulle prime note di Doxy

Il celebre brano cammina a cento venti battute col primo accordo in Si bemolle sesta e il secondo in La bemolle settima. Registrato nel cinquantaquattro con il quintetto di Miles Davis è un Hard Bop Modale che suono da una vita saltando a casaccio illuminato dalla forza del Groove. Per l’ensemble, l’esordio è un ottavo di Sol fuori, poi quattro crome e una semibreve di Do che chiude la frasetta con il caratteristico Rooftop che Sonny e Miles suonavano all’unisono. Nella versione originale parte al volo quel pazzo di Alton per sedici battute, poi entra il Newyorkese ma quella sera l’esordio se lo prese un chitarrista coi capelli lunghi che assomigliava a Pat Metheny. Il solo di Sonny nasce in levare con una croma di Do seguita da una terzina corta, una pausa, una croma di Sol per finire con una semibreve di Si bemolle, anche se a mio avviso la parte più divertente la caccia fuori quattro battute dopo con un fraseggio di semicrome condito da colpi di lingua alternati, a sostenere le note. Ma prima una terzina che assomiglia a una quartina arricchita da altre due note che si schiantano sull’ennesimo Rooftop, caratteristica che contraddistingue molto spesso la fine delle frasi del nostro.

Quando attaccarono Blue Seven, ero in giardino che mi guardavo intorno allarmato, però mi arrivò immediato il giro di basso, poi il charleston, infine gli altri. Il tenore che entra su un battere di Mi e subito di Si bemolle, quindi pausa ad effetto, poi cinque crome e due semibrevi, altra pausa e il pezzo geniale. Uno scappato di Re che sale di mezzo tono e finisce in Si.

La sirena coprì la ballad e i presenti si girarono inquieti. Guardingo, preoccupato e con le orecchie appizzate, vidi arrivare il colosso che mi affrontava deciso. Strinsi i pugni pronto per prenderle di santa ragione, anche se, prima di crollare, gli avrei assestato un jab e un diretto sul mento, ma quello mi sorrise e mi mostrò il tesserino della Gendarmerie Nationale.  

Un attimo dopo la padrona di casa uscì scortata dalle forze dell’ordine. I polsi serrati dalle manette. Mi guardò affettuosamente, malinconica e supplichevole, poi fu inghiottita dal cellulare della polizia.

Quest’estate siamo passati a trovare alcuni amici friulani che bevono da professionisti e non ingrassano. Abbiamo fatto incetta di tartare di tonno e gamberi rossi, ma anche di salmone e di filetti di ricciola, così come di spaghetti alle vongole e fritture miste. Mi è piaciuta Lignano Sabbiadoro, perché ordinata, elegante, pulita e con una bellissima pineta fronte spiaggia. Non sono un amante dei luoghi marini, ma gli stabilimenti erano curati in modo così impeccabile, da rendermi il soggiorno gradevole. Costretto a dimenticare gli amati rossi, mi sono dato alla valanga di Ribolle gialle che la regione produce come non ci fosse un domani. Devo dire che i bianchi di questa terra, sono decisamente profumati come piace a me, strutturati e portatori di lunghi sentori minerali. Non saprei da dove iniziare e quale cantina enunciare, quindi mi butto su quella che conobbi qualche anno fa in qualche enoteca e che rimane un prodotto di ottimo livello, anche se i prezzi non sono più quelli di una volta. Nel gradimento dei bianchi all’inizio buttai il cuore verso lo Chardonnay, poi, ahimè fui conquistato dal violento essere del Sauvignon e dal sentore di orina di gatto. In provincia di Gorizia e a due passi dall’Isonzo c’è una tenuta che ha cambiato la storia di una nuova generazione di vini prendendo a prestito un celebre vitigno francese semi aromatico.

Una sera in un locale molto fico alla foce del Tagliamento, mi propongono un Sauvignon Pier, Vie di Romans. Appena stappato, fummo investiti dal forte sentore che mi sembrò a metà tra agrumi e pesca. In bocca struttura e corpo. L’etichetta diceva quattordici gradi e mezzo. Colore paglierino e riflesso verdognolo. Lo abbiamo tracannato senza parlare, ma soprattutto a stomaco vuoto…  

Una novità editoriale. A metà Novembre uscirà il mio quarto. Un thriller che abbraccia sentimenti, amore, tradimento e vendetta.

        Valle dell’Inferno esordisce a Genova e si dipana fino a oggi, in una Roma contemporanea tra bellezza millenaria e ombre metropolitane. Il ritrovamento di un uomo assassinato in una fornace abbandonata, trascina il commissario Stefy Grottini in un’indagine destinata a riaprire ferite sepolte da oltre vent’anni. Sullo sfondo il G8 del 2001. Una rete di segreti, vendette, identità nascoste, lega vittime e carnefici in un disegno che affonda le radici nel passato…


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