Francesco Branchetti incanta il palco degli Audaci in "Non si sa come" di Luigi Pirandello.

Francesco Branchetti incanta il palco degli Audaci in "Non si sa come" di Luigi Pirandello.

Francesco Branchetti nel ruolo del Conte Daddi, ha messo in scena, ancora una volta, un personaggio controverso, di complicata interpretazione, coadiuvato da Isabella Giannone, Annalena Lombardi, Giuseppe Renzo e Andrea Zanacchi.

Non si sa come è un dramma in tre atti scritto da Luigi Pirandello nel 1934. Ispirato dalle novelle Nel gorgo (1913), Cinci (1932) e La realtà del sogno (1914), ed ideato per essere interpretato dall'attore austriaco di origini italo-albanesi Alessandro Moissi, che però morì il 23 Marzo 1935, prima della messa in scena che avvenne con la Compagnia Ruggero Ruggeri il 13 Dicembre 1935 al Teatro Argentina di Roma.

Quello del Conte Daddi è un delitto che tutti noi, in forma più o meno grave abbiamo compiuto. Quante volte ci si è rimproverati di un atto irriflesso, di cui percepivamo le conseguenze e che pure abbiamo compiuto? E da quell'atto, sul momento senza un preciso senso, ne sono venuti esiti che segnano la vita per sempre. Perché l'abbiamo fatto? Chi o cosa ci ha spinto a farlo? Non sono stato io a decidere con piena volontà eppure io ne pago le conseguenze. Ci sono dunque due io dentro di noi ed uno è nemico dell'altro.

Il conte Romeo Daddi, personaggio serio e rispettabile, è molto innamorato della moglie ed è buon amico di Giorgio Vanzi, eppure gli accade di tradire l'amicizia e la moglie con Ginevra, amica di famiglia e moglie di Vanzi.

Non è stato, il suo, un innamoramento, di cui potrebbe anche giustificarsi, ma un atto istintivo che, non si sa come, l'ha portato a fare quello che ha fatto.

Avviene un doloroso chiarimento tra i protagonisti del dramma durante il quale Romeo Daddi ricorda un altro delitto, questo sì delitto, compiuto da ragazzo. Da una sciocca lite con un ragazzo, come tante ne avvengono per "futili motivi", come specifica quella legge che poi severamente ti condanna, lo aveva colpito con una pietra uccidendolo.

Il racconto di Romeo è allucinante: il ragazzo giaceva morto con la testa fracassata ai suoi piedi, eppure lui non si sentiva colpevole; tutto era avvenuto come in un incubo, in una specie di delirio dove il protagonista del fatto non era lui, che se ne era tornato tranquillamente a casa.

Adesso, ripensandoci, anche quello che è avvenuto con Ginevra è stato come un sogno di cui si percepisce la realtà solo quando si torna in se stessi.

Ed ora quella situazione si è ripetuta: questo, come il primo, è un delitto innocente, compiuto per istinto eppure, se si vuole ricostruire qualcosa dalle macerie che si sono provocate, bisogna tuttavia assumersene la responsabilità: si deve essere chiamati a rispondere anche delle azioni di quell'io che talora ci sovrasta e ci trascina.

Bisogna cercare la punizione anche se non ci si sente colpevoli: il conte farà in modo che il suo amico Giorgio lo uccida, anche lui senza volerlo, non si sa come.

Questo dramma, affronta il tema del rapporto tra coscienza e realtà quotidiana, tra i dettati della ragione e gli impulsi dell’istinto, seguendo il quale, si compiono azioni senza saperne il perché, senza avere gli strumenti per giudicarle e pertanto relegate nel mondo dell’irrealtà.

Se tutti i grandi scrittori sono "geometri del desiderio" (Girard), ciò è tanto più vero per Luigi Pirandello, laborioso rabdomante alla ricerca di segrete d’acqua nell’abisso del cuore umano, mosso dall’ambizione di censire i fiumi e i rigagnoli che sfociano in un mare che "non è mai pieno".

Nella evocativa descrizione della casa di uno dei personaggi, Giorgio Vanzi, infatti, si legge come sotto il lungo terrazzo "scorra un fiume, che non si vede", immagine metaforica di quel grumo di passioni che alla fine della pièce romperà ogni argine, sancendo ancora una volta l’indissolubile legame tra eros e thanatos.

L’esito narrativo recitativo ne scaturisce straordinariamente complesso, non tanto per il dinamismo d’azione, quanto per l’audace squarcio sull’intimità dell’uomo. Nel protagonista Romeo Daddi (Francesco Branchetti) si tratta del ventre della sua coscienza, sconvolta per aver ceduto a un fugace amplesso con Ginevra (Annalena Lombardi), moglie dell’amico Giorgio Vanzi (Giuseppe Renzo); "delitti innocenti" è l’ossimoro che Romeo utilizza per consegnare alla moglie Bice (Isabella Giannone), a sua volta insidiata da Respi (Andrea Zanacchi), tutto il suo sgomento per un corpo che si sveglia da sé "non si sa come", per un "gorgo improvviso", per un "terremoto" inatteso. Disegno imperscrutabile di un Dio che si ostina ad "accecare gli uomini, ogni volta, perché la vita nasca", che si diletta a far crollare "tutte le costruzioni perché la vita si muova".

Se ad una prima analisi fugace, l’impressione che abbiamo avuto, vedendo il dramma, è stata quella di spiare una seduta analitica di gruppo, uno sguardo in profondità ci ha fatto cogliere invece le tracce di un esclusivo dialogo dell’anima con sé stessa. Romeo, infatti, ha già scelto la sua condanna: negare le relazioni che lo rendono colpevole, negare la vita.

Una recitazione straordinaria, in cui Branchetti non si è 'risparmiato' neppure per un momento, buttando letteralmente fuori tutti i drammi interiori del personaggio con mirabile energia, che in quasi tre ore di spettacolo è una gran prova d'attore. Intensa anche Isabella Giannone nei panni della moglie, con una squisita sensibilità recitativa, che ce la ha resa vividamente nella interezza della sua disarmante ed ingenua disperazione. 

Bravi tutti, sotto la attenta e precisa regia dello stesso Branchetti!

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