Aspettando Godot.

Aspettando Godot.

Al Teatro Degli Audaci, è andata in scena una delle più celebri opere di Samuel Beckett, "Aspettando Godot", per la regia di Flavio de Paola. Accanto a lui, sul palco, un cast eccezionale, Gianluca delle Fontane, Ilario Crudetti ed Emiliano Ottaviani.

Indubbiamente una delle più importanti opere teatrali del Novecento. Non solo: il titolo della pièce è diventato anche un diffuso modo di dire. Scritta a fine anni Quaranta e pubblicata per la prima volta in francese nel 1952. Pièce imprescindibile per il teatro del Novecento e per lo sviluppo di drammaturgia e letteratura, Aspettando Godot si è incisa nel panorama culturale internazionale.

In scena appaiono Vladimir ed Estragon (Flavio de Paola e Gianluca delle Fontane). I due uomini aspettano un certo “Signor Godot”, che ogni giorno manda un ragazzo ad informarli che li raggiungerà il giorno successivo.

Nell’attesa, che ogni giorno si rivela delusa, i due uomini si lamentano del freddo, della fame, della vita. Arrivano perfino a pensare di suicidarsi, ma alla fine non riescono a fare a meno di restare lì, ancorati alla panchina e l’uno all’altro, in attesa che Godot si faccia finalmente vedere.

Neanche l’arrivo sulla scena di Pozzo e Lucky (Ilario Crudetti ed Emiliano Ottaviani), servo e padrone, legati insieme da una corda sempre più corta, servirà a smuovere Vladimir ed Estragon, che pur dicendosi finalmente pronti ad andarsene, resteranno immobili. A chiudere Aspettando Godot è un’indicazione scenica: They don’t move (Non si muovono).

L’opera è spesso citata come esempio del teatro dell’assurdo, con cui si indicano le opere scritte a cavallo tra gli anni ’40 e ’60 che riflettono sull’assurdità dell’esistenza, riportando nel teatro quanto elaborato dagli esistenzialisti (Jean-Paul Sartre e Albert Camus in primis).
Con Aspettando Godot, Beckett costruisce una riflessione sull’insensatezza della vita umana e sulla frustrazione data dal continuo e fallimentare tentativo di muoversi, cambiare se stessi e quello che ci circonda.

Proprio a questo continuo impulso a fare un passo avanti senza spostarsi di una virgola, sembra fare riferimento il nome Godot, formato dall’unione delle parole inglesi go e dot, va’ e (punto) fermo.

Il segreto di Aspettando Godot è proprio essere così aperta alle interpretazioni da essere sempre attuale e raccontarci ogni volta qualcosa di noi stessi. L’esasperante attesa di cui non si vede la fine, sembrerebbe avallare l’interpretazione esistenzialista, la più potente e la più immediata tra le molte interpretazioni possibili dell’opera.

La messa in scena essenziale, il testo scarno ed ambiguo hanno, infatti, reso Aspettando Godot, fin dalla sua prima rappresentazione, oggetto di infinite speculazioni. Tra le possibili interpretazioni, quella storica vedrebbe nell’opera un’allegoria ora della Guerra Fredda, ora della colonizzazione britannica dell’Irlanda, ora della Resistenza francese, che in questo caso si intreccerebbe all’interpretazione autobiografica, dato che Beckett prese parte alla Resistenza durante l’occupazione nazista della Francia, nascondendosi con la futura moglie nel sud del Paese. Data la numerosità dei richiami religiosi, poi, l’interpretazione cristiana è tra quelle più fortunate; l’ha sostenuta a lungo l’idea che dietro il nome del misterioso Godot si nasconda in realtà Dio (God in inglese). In questo caso l’albero spoglio che è l’elemento centrale della scenografia simboleggerebbe la Croce o l’albero della vita, mentre si dice che Godot ha delle capre e delle pecore (elemento che può essere visto come un riferimento al buon pastore).

Altrettanto affascinanti sono le interpretazioni a sfondo psicoanalitico, in particolare quella di orientamento freudiano che vede nei due personaggi Didi e Gogo e nell’assente Godot la “trinità” freudiana di Ego, Es e Superego, dove Godot rappresenterebbe proprio quest’ultimo: il supervisore morale assente. Qualcun altro ha voluto vedere nei due protagonisti anche un’anziana coppia omosessuale ormai impotente, nella quale i due bisticciano ma sono interdipendenti: forse un ritratto ironico dell’istituzione del matrimonio.

Nonostante un certo fascino suscitato da tutte queste teorie, però, Beckett sembra non sostenerne completamente nessuna, e si domanda, anzi, perché la gente debba necessariamente complicare le cose semplici. Alla prima, nel 1953, Beckett non si presentò, ma inviò una comunicazione in cui diceva tra l’altro: “Non so chi sia Godot. Non so nemmeno se esista. E non so se loro credano in lui o no – i due che lo stanno aspettando. Gli altri due, che passano alla fine dei due atti, devono essere una rottura nella monotonia. Tutto quello che so l’ho mostrato. Non è molto, ma per me è abbastanza, di gran lunga. Direi, anzi, che sarei stato soddisfatto anche con meno. Quanto a volervi trovare un più ampio, più alto significato … non ne vedo il punto. Ma è possibile…forse [i personaggi] vi devono delle spiegazioni”. Forse quindi c’è del vero in tutte le teorie interpretative e parte del fascino dell’opera sta proprio nella possibilità per chiunque di leggerla a modo suo.

C’è un significato nell’universo, ma gli uomini non sono in grado di trovarlo a causa delle loro limitazioni mentali o filosofiche, motivo per cui sono condannati ad affrontare l’assurdo. Beckett usa come espedienti l’impenetrabilità del dialogo e l’attesa, che è il centro di tutta l’opera. Lo spettatore non sa praticamente nulla dei personaggi e in scena non accade quasi nulla. E così la domanda che sorge dalla pièce è: cosa dovrebbero fare i personaggi nell’attesa? Le risposte di Gogo e Didi sono una perfetta sintesi del nostro demandare sempre le svolte nelle nostre vite a qualcun altro o a qualche avvenimento esterno che faccia succedere qualcosa: “Non facciamo niente, è più sicuro” dice Estragon. “Aspettiamo e sentiamo cosa dice [Godot]” risponde Vladimir. Sembra che i personaggi non facciano niente, ma è proprio l’attesa a svelare il senso dell’opera.

Qualcuno suggerisce che Aspettando Godot continui a essere messo in scena completamente inalterato perché le crisi esistenziali, individuali o collettive, non sono mai finite: per questo nella pièce continuiamo a vedere noi stessi. Guardare Vladimir ed Estragon continuare a non andare avanti è in un certo senso una catarsi. Sono lasciati lì ad aspettare per sempre, senza una decisione, mentre il resto di noi lascia il loro cupo deserto e torna alla propria vita. Loro non si muovono, ma noi sì, con nostro sollievo. Aspettando Godot non rappresenterebbe altro, cioè, che la nostra eterna attesa di qualcosa: del momento giusto, di avere del denaro, di essere felici o, ancora, che succeda qualcosa, che la situazione cambi. E così rimandiamo continuamente, arrivando alla fine giusto per renderci conto che non abbiamo davvero vissuto appieno, ma abbiamo sempre aspettato. Allora forse ha senso vedere nel nome del misterioso Godot una sintesi verbale della vita stessa, fatta di “vai” (go) e di “fermo” (dot in inglese significa “punto”).

Oggi dentro Aspettando Godot si può riconoscere chiunque sia troppo insicuro e timido verso la vita per imprimerle delle svolte e, soprattutto, chiunque – e sono in tanti – sia intrappolato in una routine di cui non è contento. Il lavoro sottopagato e incerto che ci condanna a una vita di solo lavoro, i social che ci rubano tempo e ci fanno sognare a occhi aperti le vite di qualcun altro per evadere dalla nostra, la tecnologia che pervade le nostre giornate e con tanti, enormi benefici ci ha anche lasciato in dotazione la condanna al multitasking e alla distrazione: (quasi) tutti sperimentiamo queste situazioni di immobilismo e insoddisfazione, una sensazione che solo in parte è legata alla natura umana stessa. In parte, invece, è in nostro potere agire per cambiare: a teatro, davanti alla pagina di Beckett è questa consapevolezza che può risvegliarsi.

Per questo Aspettando Godot continua a parlarci: ci dice che stiamo ancora aspettando. E, come la rappresentazione sulla scena, anche la nostra vita ci fa a volte confrontare con l’Assurdo. Oggi siamo costantemente distratti, ci perdiamo il presente: è questo il rischio che si corre non facendo quello che si vuole fare davvero, o impegnandosi a fondo per raggiungerlo o per poterlo fare, ma aspettando sempre qualcosa, che sia un cambiamento o l’intervento di qualcuno o di qualcosa. Stiamo ancora aspettando Godot, come Beckett ci ha fatto notare quasi settant’anni anni fa, solo che, ancora una volta, Godot non verrà oggi. Ma domani, forse. 

La soggettività dell'interpretazione del personaggio. Godot può essere inteso a seconda della sensibilità e dell'animo dello spettatore in vari modi: Godot può essere una divinità, un vecchio amico, un padrone, o anche l'unica opportunità della loro vita; Godot inteso come l'unica opportunità della vita dei due "amici" può significare che l'uomo aspetta per tutta la vita qualcosa che possa dare un senso alla propria vita, qualcosa che possa salvarci dalla disperazione (nonostante si parli spesso di suicidio, i due protagonisti non giungono mai a questo atto estremo), e la totale insensatezza e monotonia dell'opera può metaforicamente indicare la vita, nella visione più analitica e pessimistica. Nel primo atto compaiono inoltre due nuovi personaggi: Pozzo e Lucky, due entità incarnanti rispettivamente il capitalista e il proletariato sfruttatto. Gli atteggiamenti di Pozzo, uomo borioso e altezzoso rappresentano il modo di pensare di una classe sociale abituata a governare, ad avere ricchezze e servi, e ciò è simostrato dagli ordini impartiti a Lucky, membro del proletariato che ha servito per tutta la vita il padrone e la sua famiglia, e si ritrova vecchio, e, nonostante le sue condizioni, sfruttato.

Attualmene Aspettando Godot potremmo estenderlo anche alla speranza di porre la parola fine a questa pandemia che da due anni ha mutato le nostre vite, le relazioni sociali, il lavoro, l'economia e le attività ludiche...

Grande interpretazione dei quattro protagonisti Flavio de Paola, Gianluca delle Fontane, Ilario Crudetti ed Emiliano Ottaviani, che hanno avuto grandi plausi a scena aperta!

Bravissimi!


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