Non è difficile “fare gli attori”, tutti possiamo fare qualcosa, il vero scoglio da superare è il passaggio verso una condizione puramente ontologica, che ci permetta di “essere” attori in pienezza e con profonda responsabilità di intenti.
È una grande amante del Teatro, ha seguito studi specializzati per affinarsi nell'arte della recitazione e la sua carriera vanta anche alcuni ruoli non di poco conto sia sul Grande che sul Piccolo Schermo. Il suo nome è Diletta Masetti ed è un'attrice nostrana dall'indole molto filosofica, che considera il lavoro dell'attore non una “fare” ma un “essere”. Scopriamo qualcosa di più di lei in questa chiacchierata a cuore aperto che ci ha gentilmente concesso...
Diletta, quando hai sentito per la prima volta la passione per la recitazione e, di conseguenza, capito che il tuo sogno professionale era quello di diventare un'attrice?
"Da quando ho preso coscienza delle mie coordinate spazio-temporali ho compreso in modo chiaro e inevitabile la mia connessione con le diverse declinazioni della dimensione artistica. Sin da piccola ho sempre cercato di soddisfare la necessità impellente di esprimermi su un piano diverso da quello della quotidianità e della mia limitata contingenza biografica. Sono un essere umano maledettamente pigro e tendente alla noia, ho dei limiti pratici evidenti provocati dal disinteresse per tutto ciò che è concreto e finito. Non ho mai sognato di fare l’attrice, probabilmente lo sono sempre stata. Ho imparato a leggere prestissimo proprio perché volevo in autonomia scoprire altre vite, altre mondi, altri tempi che potessero produrre in me quel meraviglioso sentire che oggi abbiamo perso quasi del tutto: l’incanto. La mia è stata un’infanzia davvero piena di luce, vissuta nello splendore mesto della campagna umbra, tra libri e storie immaginate o ascoltate: il rudere che vedevo in lontananza dal vetro della mia cameretta, i gioiosi campi di girasoli, l’odore pieno della pioggia, i filari carichi di uva hanno di certo ispirato quella che definisco “la mia gioia di vivere nonostante me stessa”, quello che dovrebbe essere il principio costitutivo di chi si definisce attore. Purtroppo non è qualcosa che si può insegnare o tramandare nelle scuole, credo ci si nasca."
Mi pare di aver capito che i tuoi studi si sono svolti nella prestigiosa Accademia Silvio D'Amico, essenziale per la formazione di attori/attrici, che cosa ci vuoi raccontare di questa tua esperienza?
"L’Accademia è arrivata per caso, su consiglio di una mia cara amica, Brunella, la sorella di Mauro Bronchi, attore spoletino molto noto. A livello locale ero giudicata un vero talento e mi fu consigliato di intraprendere un percorso riconosciuto a livello professionale. A quei tempi, fresca della Laurea in “Cultura e Tradizioni del mondo classico”, frequentavo il primo anno della Magistrale in “Produzione Culturale, Editoria e Giornalismo” e, onestamente, se non fossi stata spronata, non avrei mai affrontato le tre fasi di selezione che servono per essere ammessi. Mi impegnai moltissimo, studiai interi pomeriggi a casa di Anna Leonardi, mia prima insegnante di teatro, che mi seguì senza voler nulla in cambio e riuscii ad entrare. In quegli anni ho potuto accostarmi ai segreti del mestiere e sono molto grata alla “scuola d’addestramento” che ci ha impartito l’ex direttore Lorenzo Salveti. Ho imparato a rapportarmi con le varie figure che costellano le produzioni teatrali e a strutturare ancora di più la mia tenacia e la dedizione totale ai progetti ai quali prendevo parte. Dopo due anni e qualche mese ho però sentito che era ora di andarmene: partecipai a due audizioni, una per il coro della “Medea” diretta da Gabriele Lavia e poi, l’incontro della vita con colui che sarebbe diventato senza ombra di dubbio il mio Mentore, Marco Filiberti, che era alla ricerca di corpi poetici per la parte conclusiva della sua trilogia, “Il Crepuscolo di Arcadia. Dieci quadri per un’Opera-Mondo”. L’innamoramento fu reciproco e istantaneo: "Diletta, sei un diamante che pulsa fra impalcature piene di polvere. Fai vivere Diletta e non essere la cugina povera di Valentina Cortese". Mollai tutto per seguirlo, andai dal direttore e gli comunicai la necessità di richiedere un permesso lavorativo per i mesi che mancavano, da Febbraio a Luglio. Me lo concesse: la mia esperienza in Accademia si era conclusa e finalmente potevo iniziare a scegliere, ormai sarebbe dipeso tutto da me."
Sfogliando le tue fotografie e dando un'occhiata alla tua carriera, sembra anche di vedere che sei particolarmente attiva nel Teatro. Ti definiresti - pertanto - un'attrice maggiormente teatrale o cinematografica?
"Con grande serenità posso dire di aver lavorato prevalentemente a Teatro. Sono sempre stata l’imprenditrice di me stessa. Ho curato personalmente rapporti e, in ogni produzione, ho cercato di dimostrare il massimo impegno e la massima precisione. Mi rendo perfettamente conto però che, se nel mondo delle produzioni teatrali è più facile farsi conoscere e agganciarsi a realtà che riteniamo corrispondenti al nostro sentire, il vasto e affascinante contenitore del cinema prevede degli step ben diversi che devono necessariamente essere curati da figure specifiche. Sono alla ricerca di un agente che possa conoscermi e capire esattamente quali progetti io sia in grado di affrontare. Ho una percezione molto chiara del mio strumento: non ho una bellezza canonica, ho un’età non definibile, non sono “buona per tutte le stagioni”. Sono fermamente convinta che anche per quanto riguarda la scelta di una figura di rappresentanza debba scattare un innamoramento profondo e reciproco, l’unilateralità non funziona in nessun tipo di rapporto, ahimè. Accadrà, non ho dubbi, e finalmente potrò lavorare di più davanti alla macchina da presa."
Quale è stato il tuo primo ruolo che ti ha dato maggior soddisfazione e che ricordo hai particolare legato ad esso?
"La “mia” Elisabetta di Valois in “Intorno a Don Carlos. Prove di autenticità” diretta dal Maestro Filiberti, senza dubbio! Fui scelta per interpretare questo ruolo senza dover sostenere un’audizione. Ricordo con amore ogni singolo momento delle prove, tese alla costruzione di una Elisabetta credibile ma non ingessata, attraverso il minuzioso lavoro con il coreografo Emanuele Burrafato, che mi ha dedicato sempre un’attenzione particolare e quindi un grande sostegno. La prima grande scena a due con Carlos si apriva con un avanzamento di entrambi fronte pubblico sulle prime note della “Follia” di Arcangelo Corelli, poi avremmo dovuto far incontrare i nostri sguardi e iniziare a inverare le parole di Schiller. Durante una sessione di prove all’Abbazìa di Spineto, Filiberti, che fino ad allora non ci aveva detto nulla, iniziò ad esprimere il suo malcontento per questa scena, non aveva anima, noi non avevamo anima e non trasudavamo l’impossibilità del soddisfacimento del reciproco desiderio. Ci fece fare un’improvvisazione per aiutarci: guidati dall’atmosfera della canzone “Parle-moi d’amour”, dovevamo riprodurre un flash-back, il primo incontro di Elisabetta e
Carlos a Fointainbleu. Filiberti ci chiedeva di non parlare e di esprimerci solo con gli sguardi e il movimento, per poi scioglierci in un bacio vero e profondo. L’improvvisazione gli piacque a tal punto che divenne parte integrante dello spettacolo. Dopo le recite al Moriconi di Jesi, per uno stupido incidente, ebbi una sublussazione alla spalla sinistra, dieci giorni dopo avrei dovuto sostenere la ripresa dello spettacolo a Città della Pieve, ma non riuscivo ad alzare il braccio al di sopra del mento. Cercai di prendere immediatamente in mano la situazione e, grazie anche al sostegno dei miei straordinari genitori, dopo il divieto assoluto del mio medico di base circa una possibile andata in scena, mi portarono da uno specialista che mi prescrisse antidolorifici e ordinò un tutore mobile che, il caso ha voluto, era dello stesso blu dello stupendo costume ideato da Daniele Gelsi. Arrivata a Città della Pieve, cercai di far notare il mio impedimento il meno possibile, non c’era tempo per una eventuale sostituzione e io volevo far rivivere al meglio ancora una volta la mia Elisabetta. A fine prova Filiberti si espresse: "Va tutto bene Diletta, mi sembri solo un po’ rigida rispetto alle altre volte". A quel punto confessai l’accaduto e ricalibrammo l’intero spettacolo (che prevedeva anche un passo a cinque di trenta minuti), senza togliere intensità e scioltezza ad ogni singola scena. Credo di essere stata posseduta da un vero e proprio 'stato di grazia', durante l’accadimento vivevo il dramma di Elisabetta, uscendo completamente fuori dal mio io biografico, e ogni sera, pur essendo in quel momento fuori scena, scoppiavo in lacrime al rumore assordante dello sparo che avrebbe ucciso il mio adorato Rodrigo."
Hai citato appunto il “Parsifal” nella tua cinematografia. Che cosa ricordi con maggior soddisfazione di questo tuo lavoro?
"Per parlare di “Parsifal” con la dovuta cura avrei bisogno dello spazio di tre volumi! Quest’opera cinematografica diretta da Filiberti è arrivata come un vero e proprio dono nella mia vita, in un momento in cui sentivo di aver perso tutto. Era da poco venuto a mancare all’improvviso il mio amatissimo papà, la più grande e insostituibile guida spirituale che io abbia mai avuto, colui che continuo a definire “la parte migliore della mia famiglia”. Un uomo pieno di cultura e, ad un tempo, dotato di praticità e con un profondo senso della vita, il mio primo ammiratore in assoluto.
“Parsifal” è un progetto artistico che io amo definire “biologico”: nato come opera teatrale nel 2017, ha avuto il tempo di respirare, di formarsi, di fermarsi e di crescere diventando qualcosa di inaspettato. Il mio debutto al cinema è andato di pari passo con l’inizio di una nuova vita, la crescita iniziatica di Kundry, la protagonista femminile che svela l’identità del protagonista, si è intersecata con la metamorfosi di una Diletta che è riuscita a trasformare gli ostacoli del contingente in opportunità di evoluzione. E’ impossibile poter parlare di Kundry nei termini di un semplice personaggio, poiché è la summa cangiante delle diverse rifrazioni del femminino: è prostituta e oracolo, è maîtresse di un bordello anni Trenta del Novecento e mistica, e nel corso del suo viaggio senza ritorno diventerà l’essenza di se stessa, abbandonando progressivamente il macchinoso e seduttivo uso del Lόγος, ma non del corpo, come si può ben intuire nella struggente scena della Lavanda dei Piedi.
Il periodo delle riprese in Val d’Orcia (come posso descrivere la meraviglia provata girando presso l’Abbazìa di San Galgano?) e a Cinecittà, ove la monumentale Livia Borgognoni ha riprodotto il porto di una Waste Land e gli interni del bordello di Kundry, sono senza dubbio, il momento più alto e fecondo della mia vita artistica. Filiberti è riuscito per l’ennesima volta ad uscire fuori dagli schemi del “sistema” e ha creato una compagine mossa da intenti ben diversi rispetto ai soliti set cinematografici. Ha vinto, creando una comunità di anime che ha pienamente sostenuto una causa “difficile” rispetto ai parametri sulla base dei quali il Mondo è abituato a misurarsi. Il film è uscito nelle sale a settembre 2021, in un periodo sicuramente particolare per le sale cinematografiche, ma ha ricevuto ottimi successi di critica e sono certa che continuerà a far parlare di sé ancora per tanto tempo."
E del tuo ruolo all'interno della seguitissima soap opera di Rai Uno “Il Paradiso Delle Signore”, che ricordo hai e chi hai interpretato?
"Ho un ricordo davvero molto piacevole di quella breve esperienza di set. Interpretavo il ruolo di Eliana Borromini, intrigante mercante d’arte, che entrava in affari con uno dei protagonisti della terza stagione, Luca Spinelli, uomo dal passato misterioso, interpretato da Francesco Maccarinelli, attore che stimo molto. E’ stato davvero divertente poter essere vestita, truccata e pettinata come una donna degli anni Cinquanta! Anche in questo caso ho cercato di portare la mia cifra all’interno di un mondo che prima di allora non avevo mai sperimentato."
Come mai secondo te ancora oggi l'attore sembra essere un mestiere molto sottovalutato, tanto che moltissimi, soprattutto i giovani più inesperti, credono che non serva studiare per svolgerlo e, anzi, tantissimi s'improvvisano credendo di possedere invece del talento naturale, quando - invece - non è affatto così?
"Di certo il talento naturale è la conditio sine qua non per potersi avvicinare alla recitazione. La predisposizione allo svuotamento di sé per diventare qualcosa d’altro, la necessità di creare un rapporto biunivoco di erotismo con un pubblico o con la macchina da presa e, soprattutto, la felicità e non la reticenza nel diventare un canale per generare il Bello, non sono istanze che si possono apprendere durante un corso di studi. Tuttavia il talento e la naturale predisposizione vanno necessariamente potenziati con un comparto di ordine puramente tecnico, affinato grazie all’allenamento continuo. Un danzatore o un pianista non potrebbero mai esibirsi se non eseguissero costantemente un nutrito numero di esercizi. Lo studio costante non è da vedersi come un obbligo o come una limitazione, così come tutto quello che è percepito come una “gabbia formale”: ciò che è forma o tecnica consente di non basarsi solo su una mera e altalenante condizione psicologica, anzi, è il substrato che permette all’attore di muoversi liberamente e con gioia attraverso la partitura vocale o fisica che dovrà interpretare. Non è difficile “fare gli attori”, tutti possiamo fare qualcosa, il vero scoglio da superare è il passaggio verso una condizione puramente ontologica, che ci permetta di “essere” attori in pienezza e con profonda responsabilità di intenti."
Capita a volte di sentir dire che avere passione – soprattutto in questo mestiere – non significhi avere anche talento, quali sono secondo te le doti fondamentali che un bravo attore o attrice devono possedere per svolgere al meglio questo lavoro e quando invece può essere un momento o una circostanza in cui, chi non è portato, dovrebbe posare i piedi per terra e capire che non è la sua strada?
"Tutto ciò che si muove nella nostra vita scaturisce dall’innamoramento nei confronti di qualcosa o di qualcuno. Nel “Simposio”, Platone parla della nascita di Eros, figlio di Poros (l’ingegno) e Penìa (la povertà): come la madre è grossolano, scalzo, privo di dimora e convive con la miseria e per parte del padre si rivela essere virile, audace, formidabile cacciatore e, perché no, abile stregone e imbroglione. E’ necessario ripartire da tutto ciò che è mito per recuperare gli archetipi fondamentali della nostra civiltà, non è più possibile partire dalla mesta sopravvivenza per riavvicinarci davvero al profondo significato della recitazione. Un attore non può non essere a conoscenza della vastità dell’Atlante sentimentale, non può vivere in un raggio di egocentrismo che fa capo solo alle dimensioni dell’ “apparire”, di un’eventuale carriera o del successo derivante da uno status. D’altro canto non possiamo raccontare bugie a noi stessi per una vita, lo dico per esperienza provata. Ho praticato danza per venti anni, la mia più grande “passione” in assoluto (lo è tuttora). Ad un certo punto ho capito, nonostante lo studio indefesso, che non sarei potuta “diventare” una ballerina, sarei potuta “essere” una ballerina per tutta la vita. Continuo a seguire il balletto classico con profondo amore, in ogni spettacolo che interpreto cerco di portare anche una cifra coreografica, ma, con profonda onestà, non avrei mai potuto intraprendere il mestiere della danzatrice."
Mi pare anche di aver capito che sei amica di un altro giovane attore, conosciuto diciamo sui “banchi dell'accademia”, che proviene proprio dalla mia città: stiamo parlando di Pavel Zelinskiy, che salutiamo, di recente visto nell'ultima stagione di “Un Passo Dal Cielo”. Avete già avuto modo di recitare insieme in qualche produzione o potrebbe essere un vostro progetto futuro?
"Pavel è uno degli attori della mia generazione che stimo di più sotto ogni punto di vista. Rigoroso e preparato, colto e generoso, è uno dei compagni di scena migliori che io abbia potuto avere. In Accademia abbiamo lavorato insieme due volte, diretti da un giovane regista molto promettente, Lorenzo Collalti. Recentemente ci siamo ritrovati e a breve, finalmente, potremo di nuovo recitare insieme diretti da Filiberti in due progetti dei quali spero di poter parlare a brevissimo."
Chi è un attore o un'attrice al fianco del/della quale sogni di recitare un giorno?
"Parlando di sogni, vorrei recitare accanto a Meryl Streep, indiscussa regina della metamorfosi. Pensando ad attori italiani, invece, mi piacerebbe recitare accanto a Kim Rossi Stuart, un interprete che ho sempre stimato per la sua caratura “poco italiana” e lontana dal carattere."
E un regista dal quale sarebbe il tuo più grande sogno essere diretta in una sua produzione?
"Pedro Almodόvar, senza ombra di dubbio, e Ferzan Ӧzpetek. E ovviamente spero di continuare ad essere diretta da Filiberti nei suoi prossimi film!"
Al giorno d'oggi la pandemia del Covid-19 ha penalizzato moltissimo oltre che le nostre vite anche un po' tutte le professioni in generale. Voi attori – stando al tuo punto di vista – in che maniera potresti dire che vi siete “rialzati” e avete ricominciato la vostra professione in questa sorta di “nuova normalità”?
"Credo che la pandemia abbia solo svelato in modo più evidente i problemi che da tempo si sono annidati (proprio come il virus!) nella nostra professione. L’Arte non viene percepita -ahimè- come un bene di prima necessità, non è più il luogo deputato a riflettere circa lo Spirito dei Tempi. Il teatro, il cinema, le gallerie d’arte non possono essere considerati esclusivamente come luoghi di intrattenimento o di svago, bensì come dimensioni necessarie al nutrimento dello Spirito, come strumenti fondamentali per l’acquisizione di una coscienza civilmente educata al Bello. Non introduco altre problematiche, come quella della precarietà del nostro mestiere e del surplus di scenari e di situazioni personali che ci rendono una categoria asistematica e spesso poco coesa. E’ così necessaria la conquista di una nuova normalità? Io auspico una rivoluzione che parta dal basso, da ogni singolo individuo coinvolto nella generazione artistica, necessariamente ispirata allo jonasiano principio di responsabilità: "Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana".
E prima di salutarci, Diletta di ieri, di oggi e di domani, da dove sei partita, dove sei arrivata ora e dove ti vedi nel futuro più imminente?
"Non so se continuerò a “fare” l’attrice, di certo so perfettamente che continuerò ad esserlo."
Crediti fotografici, da sinistra: Carlotta Colalelo, Francesca Cassaro, Maria Elena Fantasia


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