Carlos Santana "Lotus Live Japan".

Carlos Santana "Lotus Live Japan".

In questa rinnovata veste, il primo pensiero và alla nostra amata capo redattrice che si è prodigata per la ricostruzione. Con la solerzia che la distingue, si è lanciata tra le macerie e ci ha tratti in salvo tutti quanti. Come non ringraziarla allora? Lo farò con questo articolo dedicato a uno dei dieci migliori album di tutti i tempi. Ovviamente per il sottoscritto, ma spero anche per molti di voi. Un pezzo che, non avere a casa, equivarrebbe a bestemmiare davanti a un altare. Mettere la panna nella carbonara, mischiare due vini in un solo bicchiere, rifiutare le avances di Angelina Jolie. Pretendere di mangiare un buon pollo fritto fuori dagli USA o suonare una nota sbagliata nel momento sbagliato.

Prima di dilungarmi e discorrere di questo famosissimo concerto, che personalmente ritengo raccolga il meglio dell’improvvisazione di un team di musicisti in bilico su tutto e in contraltare al progressive inglese, vorrei raccontare una cosa simpatica che mi è successa un anno fa e che la lega mani e piedi al concerto. Come sempre la vita è costellata da qualcuno che decide di infilarti una zeppetta dentro l’unico orecchio buono che ti resta. In questo caso il mio sinistro. Sono in salone e mi lascio dilettare dall’impianto valvolare quando entra mio figlio insieme a due compagne di corso di università. Le ragazze salutano, si presentano poi se ne vanno. Una delle due, però, torna dopo una manciata di minuti. Cosa vorrà?

La prende alla larga e in piedi davanti alle Tannoy cerca di farmi capire che se ne intende di musica. Sono estasiato, perché in questi periodi trattare un argomento del genere è un’impresa. Conosce a menadito le puntate di X Factor e già lì dovrei capire che c’è puzza di bruciato, ma soprattutto etichetta quasi tutto come musica pop. La faccio parlare e parte come un treno. Non ricordo come si sia incanalato il discorso, ma a un certo punto butta lì il fatto che Santana è un magnifico cantante con una voce pastosa, e Corazon Espinado, un grande brano di carribean pop...

Santana canta? Da quando? Pop dei Caraibi? Interessante.

Ascolto, non ribatto e anzi, ringrazio per l’informazione. Lei sparisce chiudendosi la porta dietro le spalle. La pischella a sua insaputa mi ha fatto venire voglia di ascoltare il messicano. Perché no? Scendo nella stanza della musica e cerco LOTUS, lo prendo e lo schiaffo nel lettore. E allora il cuore si apre, permettendomi di confrontarci sulla storia di questo memorabile tour.

Parlare di Carlos Santana è come parlare dell’acqua o del vino. A chi non piace? Questo leggendario triplo dal vivo è stato registrato in parte anche al Budokan di Tokyo. L’ LP venne pubblicato nel '74 e per poterlo vedere in tutta la sua interezza, andrebbe poggiato a terra e aperto delicatamente. Non potrò descrivere tutto il concerto, mi limiterò a saltare come sempre di palo in frasca.

Da dove partire? Dalla mia preferita. Dai quasi nove minuti della Samba per te o Samba pa ti, che nasce in sol maggiore con un tempo a ottantotto battute. La suono da trent’anni col tenore tentando di sviscerarla in ogni sua nota e vi assicuro che ogni volta è sempre pura poesia. Ho provato a divertirmi seguendola nella sua tonalità, ma poi ho preferito dargli quella giusta e mi sono costretto ad alzare un tono. L’ho modificata, le ho dato un ritmo di bossa, ho addirittura usato una sua scala e l’ho suonata al contrario, ovvero in modo cancrizzante, per inventarmi un jingle da usare durante le jam con gli amici. Insomma, ho da sempre un grande debito con il maestro nato ad Autlàn De Navarro. Quindi che dire. Lunga vita a Carlos! In questa versione live i cambi melodici non sono molti anche se ci sono. Il brano è decisamente più veloce della versione da studio e parte come sempre in la per regalarci tutti quei fraseggi che lo caratterizzano e che vanno a condire le note base della melodia. Alcune frasi vengono abbandonate a favore di altre che invece sono riempite con cromatismi di rito. Poi un primo assaggio di quei lunghi feedback con cui caratterizzerà questa perla storica. La nota allungata a dismisura arriva dopo una scala cromatica suonata senza alterazione del fa diesis. Mi re do si do re mi, per poi cadere sul la lunghissimo. In sottofondo il pubblico che applaude a tempo. Poi si riparte con il ritornello. Santana non vuole stravolgere, ma solo modificare, trasformare. Alleggerire alcuni passaggi e riempirne altri a suo piacere. Accelera, frena e lascia camminare quelle lunghe note che imbambolano l’ascolto. Infine, si lancia nello spettacolare assolo che prevede nelle varie fasi, gruppi di quartine, ovvero grappoli di quattro note riassunti insieme. Mi permetto di ammettere che riprodurli è stata un’ammazzata. La faccio breve per evitare di annoiarvi e passo a uno dei brani più caratterizzanti di questo lavoro. Ovvero i quasi dodici minuti di Every Step Of The Way. Lo trovate sul lato A alla traccia tre.  

Il periodo storico della band coincide in questo tour, con una struttura musicale ben definita. La forte contrapposizione di due schemi. I solismi di Santana e la potenza ritmica di batteria e percussioni. Insieme creano questa miscela tra musica latina, jazz, improvvisazione in style jam band e durezze del rock. Il maestro lo disse chiaramente. Un assolo parte da un tema. Da qualcosa che puoi cantare, per poi farti prendere dal cuore senza che la testa se ne accorga. Era lo stesso modo di fare del compianto John Coltrane, di cui era un profondo estimatore. Ma veniamo al pezzo. Inizia proprio con un tappeto ritmico percussivo dove Carlos disegna frasi a sua scelta, intervallate da impennate alle tastiere che si trasformato in suoni sintetici. Passano i minuti e le frasi si fanno più incisive. A volte lunghe, altre più corte, ma è sempre presente il feedback di note dilatate. Se dovessi dire una mia in merito allo stile di questo bravo, azzarderei a un latin progressive. Allo scoccare dei quattro minuti, il ritmo assume un aspetto più forsennato. La chitarra si lancia in frasi molto più veloci e le note lunghe fanno la loro comparsa trasformandosi in lamenti e poi in valanghe sonore. Le percussioni entrano nel vivo e il giro di basso si fa più presente. Poi dura frenata e ci si ferma per una piccola siesta. Quindi splendido assolo alle tastiere. Mi fermo qui per non tediarvi ulteriormente e passo la parola ai due brani più radiofonici della produzione del chitarrista messicano. Black Magic Woman e Oye como va. Entrambi cantati, entrambi non suoi. Il primo di Peter Green il secondo di Tito Puente, ma prima una valutazione che mi piace.

Guardate le vecchie foto del gruppo mentre suona. Sembra di essere in un mercatino rionale, tanto il palco è affollato. Batteria, tastiere, profusione di timbales, amplificatori, chitarre di riserva, basso. Tutti insieme, tutti lì a dividersi il fluido magico. Nulla a confronto con i concerti di oggi, dove in quattro si sparpagliano in mille metri quadri. Una volta si suonava raccolti, quasi appiccicati. Come se la vicinanza aiutasse l’ensemble. Come se lo sfiorarsi servisse per trovare ulteriore ispirazione, grazia, sentimento, estro. E infatti per come la vedo io è proprio così. È la vicinanza che crea un contatto armonico. Come quando sei con la tua donna e l’abbracci estasiato dai suoi profumi. L’amore e la musica si fanno incollati, non distanti.

Black Magic Woman nella versione live, parte come quella in studio. Il brano è in Fa. Il motivetto suonato alle tastiere e costruito su un giro di dodici crome e una minima, si ripete per cinque volte prima che Carlos metta la prima nota che ovviamente è arrampicata sul castelletto del mio sassofono. Vi esorto a leggere gli spartiti di questo maestro melodico. Tutte le note sono scalate oltre lo spartito, molto oltre. Santana ama suonare attaccato al corpo della sua Gibson che poi negli anni è stata sostituita con una Yamaha o con la PRS. Lavora e costruisce melodie in quello spicchio di manico ostico a due soli palmi dal naso. E giù riff chitarristici degni di lui, intervallati con frasi ridondanti su cinque sei note. Brevi assolo velocissimi e poi su e giù per le scale. Il pezzo nasce in style blues rock ma nelle mani del maestro centramericano si trasforma in una cascata percussiva con ritmi carioca.

Oye como va. È in Re maggiore e la si può suonare partendo da due punti ben diversi. Un grado sopra la tonica, oppure due gradi sotto. Io l’ho sempre fatta in questa ultima versione. È un mambo che riuscirebbe a far ballare anche una suora di clausura. Il riff inventato dal maestro è strepitoso, così come tutto quello che c’è intorno.

Si apre la porta e rispunta la pischella di prima. Mi guarda estasiata. Ma questo è un remix famoso! Vedo che ascolta la nostra musica…

La guardo e con affetto le regalo il mio miglior sorriso, sperando che non capisca che la vorrei azzannare.

Tesoro, questo è lo stesso tizio che canta Corazon Espinado

 

 

 

 


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