La spin off di Miles Davis che rivoluzionò il Jazz.
Ebbi la fortuna di assistere a un concerto dei Zawinul Syndicate a Roma negli anni novanta, al Classico di via Libetta dietro la terza università. In quel periodo frequentavo una ragazza che rompeva le scatole più di quanto mi aspettassi. Dura come una molisana, non me ne faceva passare una, manco fossimo stati sposati da vent’anni. Me la portai dietro sperando di stemperarle quell’innata ritrosia che il fato le aveva appiccicato addosso dalla nascita, ma fu tutto inutile. Quando sentii i suoi commenti in merito alla musica del maestro, capii dove sarebbe andato a finire il nostro flirt. Josef Zawinul dopo il primo set andò al bar tranquillamente come nulla fosse, lei mi mise il broncio. Il pianista si avvicinò al banco come se l’aura che aveva plasmato in tutti quegli anni, non gli appartenesse. Sembrava uno qualunque che beveva un’aranciata, dimentico che negli anni settanta aveva creato qualcosa di incredibile. Prima alla corte del grande Davis per cui scrisse diversi lavori, partecipando all’ennesimo album trasformista del maestro di est San Louis. Poi la svolta con i Bollettino Meteorologico, ovvero i Weather Report, dove riuscì a raccogliere e miscelare le innumerevoli improvvisazioni scritte e suonate con Davis. Vorrei parlare di tutto quello che pubblicarono, ma non è possibile, quindi mi soffermerò sull’album per me più significativo. Registrato durante il tour mondiale del settantotto al Santa Monica Civic Auditorium in California. Lì dove il cuore degli americani è da sempre più libero e aperto alle contaminazioni.
8:30 è quasi un greatest hits della band e i componenti sono quelli che formarono a mio avviso la migliore formazione di sempre con Patorius e Peter Erskine. Li conobbi proprio con questo lavoro, non mi ricordo quando, come, ma fu illuminante. Ho solo in mente una sera a Roma. Una notte di Luglio con Letizia, splendida spagnola dai capelli corvini, che mi sbattè al muro dopo che le feci ascoltare le quattro note di Birland, brano che ancora oggi amo suonare con il tenore, spaziando sulla tonica e la modale, che addolcisco annegando nell’incuranza, saltando le ottave e regalandomi grappoli cromatici discendenti, per poi tornare come uno scolaretto di nuovo sul motivo centrale.
I brani di questo incredibile doppio dal vivo sono tanti, quindi ne prenderò solo alcuni, forse i più rappresentativi, saltando di palo in frasca senza ordine cronologico.
Boogie Woogie Waltz. Costruita su una base di percussioni, sembra un brano disco anni ottanta e forse anticipa proprio quella forma poco seria di musica. Le improvvisazioni di Zawinul si mischiano agli interventi di Wayne Shorter. Quando uscì il disco, qualcuno li bacchettò di essersi venduti alla musica commerciale, senza immaginare che il loro terzo album in studio Sweetnighter sarebbe stato una vera perla. Esco fuori per un attimo celebrando un brano che non fa parte di questo concerto. La splendida 125th street congress, sempre con le percussioni in bella presenza. Anche qui tanta improvvisazione di Davisiana interpretazione. Shorter meraviglioso al soprano e al tenore. Poi la stratosferica Black market. Vi consiglio il concerto al Montreux Jazz festival nel settantasei con Airto Moreira alle percussioni, Pastorius al basso e Shorter che ripete il motivo al soprano Yamaha con un bocchino in ebanite per arrotondare gli acuti. Stranamente il sassofono non ha il collo piegato. Il celebre soprano di Shorter che farà la storia della musica aprendo una nuova porta degli strumenti a fiato, in quell’occasione aveva il collo dritto.
Teen Town è praticamente un esempio di tecnica del compianto John Francis Anthony Jaco Pastorius per noi dei sessanta il mitico Jaco. Pazzo nelle sue improvvisazioni e nei balletti. Capace di far coprire i palchi con notevoli quantità di talco, così da permettergli di scivolare in modo acrobatico durante i soli. Se Wayne Shorter suonava rigorosamente in camicia, a volte con il gilet muovendosi appena, Pastorius girava per il palco a torso nudo e con una fascia a trattenere i capelli. Due distinte personalità che avrebbero dato all’universo in maniera diametralmente opposta.
Brown street e il giro di basso iniziale sempre iper movimentato sugli ottavi. Pastorius ha sempre prediletto il continuo movimento delle note. Poi le mani di Josef a inventare strade nuove ogni notte. Le note puntate e gli intervalli in una miscela che si potrebbe definire a metà strada tra il jazz e la samba.
Infine Birland, ma non ne voglio parlare. Cercate sui social. Troverete un concerto a Offenback nel settantotto. Erskine e Pastorius a torso nudo. Shorter vestito come se stesse in ufficio e Zawinul con l’immancabile cappello. Basterebbe solo perdersi nel controcanto di Jaco al ritornello o guardargli le mani mentre accarezza le corde, oppure vedere con quale attenzione Josef passa da una tastiera all’altra, per godersi lo spettacolo. Continuo ad ascoltare quei brani spesso, perché mi riportano a un passato irto di invenzioni che oggi ahimè mancano.
Mi sento di consigliarvi uno Chardonnay bianco di Rapitalà. Qui si sente forte il legno e la macchia mediterranea. I quattordici gradi potrebbero spaventare, ma abbinato con il pesce affumicato, fa una figura spettacolare.


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